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Le legioni perdute di Teutoburgo (Parte I)

L’ultimo romanzo storico di Valerio Massimo Manfredi narra uno degli eventi più drammatici della storia antica, la disfatta dell’esercito romano nella selva di Teutoburgo in Germania. Una battaglia che ha dato origine a un secolare mistero storico e geografico. 

È da poco nelle librerie Teutoburgo, l’ultimo romanzo dello scrittore e archeologo Valerio Massimo Manfredi, famoso per le sue opere, al confine tra il genere storico e il fantasy, ambientate durante l’Antichità greca e romana. Nel nuovo libro Manfredi narra uno degli eventi più importanti della storia romana, che si riverberò come uno shock in tutto il neonato impero di Augusto e che, probabilmente, cambiò il corso della storia europea: la terribile sconfitta di tre potenti legioni romane da parte di una coalizione di tribù germaniche nella selva di Teutoburgo, nella Germania nord-occidentale. Manfredi immagina i retroscena e gli eventi che portarono allo scontro, e lo fa con una certa licenza letteraria, dal momento che le fonti dell’epoca sono assai scarse di informazioni sulla disfatta, cosa che ha contribuito ad alimentare l’alone di mistero intorno all’evento e la curiosità degli storici, i quali nel corso dei secoli hanno speculato all’infinito sui dettagli e le circostanze esatte della battaglia.

La battaglia della selva di Teutoburgo immaginata in una stampa del 1899. Fonte: www.galerija.metropolitan.ac.rs/

Il succo degli eventi è il seguente: nel 9 d.C. la lunga e faticosa campagna dell’imperatore romano Augusto per la conquista della Germania settentrionale era quasi conclusa, e il governatore Publio Quintilio Varo era stato incaricato di portare definitivamente la pax romana in quelle regioni selvagge, coperte da fitte foreste e abitate dalle fiere tribù dei “barbari” Germani. Nel mese di settembre Varo, al comando di una parte consistente del suo esercito, composta da tre legioni (la XVII, la XVIII e la XIX) più unità ausiliarie e di supporto, si preparò a spostare il proprio quartier generale più a sud in vista dell’inverno. A guidarlo nella difficile marcia era Arminio, principe della tribù “barbara” dei Cherusci ma da anni ufficiale dell’esercito romano. In realtà Armino era segretamente a capo di una coalizione di tribù germaniche, e aveva da lungo tempo in mente di tradire i Romani e ricacciarli oltre il vecchio confine del fiume Reno. Arminio condusse Varo e le legioni romane nell’inospitale foresta di Teutoburgo, dove un esercito germanico li attendeva, pronto a tendere loro un’imboscata. Le colonne romane furono attirate sotto una fitta coltre di alberi e lungo stretti sentieri, e i legionari si videro costretti ad allungare le proprie fila. Come se non bastasse, una gelida pioggia cadeva da giorni e aveva trasformato sentieri e radure in enormi pantani, costringendo i legionari a muoversi al rallentatore. L’attacco a sorpresa dei barbari fu devastante: i Germani attaccarono dapprima con un fitto lancio di giavellotti, e poi si lanciarono all’assalto con lance e spade corte, armi adatte agli scontri a distanza ravvicinata nella fitta foresta. I romani furono colti completamente di sorpresa: erano in viaggio e non in assetto da battaglia, e per giunta l’umidità e la pioggia avevano allentato le corde dei loro archi, rendendoli inutilizzabili. Nel corso di tre giorni di battaglia in quella palude infernale, le tre legioni, per un totale di oltre 20.000 uomini, furono completamente annientate.

Una veduta aerea dell’Hermannsdenkmal, il monumento che celebra la figura del principe Arminio, Hermann in tedesco. Fonte: www.dronestagr.am

Fu probabilmente la più grande sconfitta mai subita dal potente esercito romano, e a Roma lo shock provocato dalla disfatta fu enorme. Lo storico Svetonio racconta che, appena appresa la notizia del disastro, un furibondo Augusto si mise a sbattere la testa contro un muro del proprio palazzo, urlando ripetutamente “Quintilio Varo, ridammi indietro le mie legioni!”. Le tre legioni erano state spazzate via e avevano perso i propri stendardi di battaglia, l’onta più grave che poteva subire un’unità dell’esercito romano. Due di esse, la XVII e la XIX, non furono riformate e il loro nome e numero non venne mai più usato dalle forze armate imperiali. Un po’ come si fa oggi quando le squadre di calcio “ritirano la maglia” di un campione particolarmente amato, impedendo ad altri di usare il suo numero. Solo che in questo caso il ritiro del numero era per coprire la vergogna della sconfitta e non per celebrare una serie di vittorie. Secondo gli storici la sconfitta di Teutoburgo fu un punto di svolta nella storia dell’Antichità: negli anni immediatamente seguenti Augusto organizzò sì nuove campagne contro i Germani per vendicare la terribile sconfitta, ma da quel momento le legioni romane si avventurarono sempre più raramente a est del Reno e a nord del Danubio, e l’imperatore rinunciò di fatto alla conquista permanente della Germania settentrionale e del resto dell’Europa Centrale; la linea formata dal corso dei due fiumi rimase quindi per lungo tempo il confine settentrionale dell’Impero. Per molti secoli la memoria della disfatta romana di Teutoburgo si perse, per poi riemergere con la riscoperta degli autori classici nel corso del Rinascimento; da quel momento la vicenda infiammò l’immaginazione di storici e intellettuali, in particolari di quelli tedeschi, che videro l’evento come una rivincita dei “barbari” Germani contro gli invasori provenienti di sud. La memoria di Teutoburgo tornò alla ribalta in particolare a partire dal XIX secolo, con la diffusione nei Paesi di area germanica del romanticismo, che celebrava le virtù barbare a scapito delle “mollezza” della classicità, e la contemporanea ascesa del nazionalismo tedesco. Speciale considerazione era riservata alla figura di Arminio, il misterioso principe barbaro che, pur essendo stato assimilato dalla società romana, tanto da diventare ufficiale dell’esercito imperiale, non aveva scordato le proprie origini e il desiderio di libertà del suo popolo. E proprio Armino è il protagonista del romanzo di Manfredi da poco uscito, che narra la sua giovinezza e il travaglio interiore che il principe è costretto a vivere, lacerato com’è tra due mondi e due lealtà: quella verso il mondo romano che l’ha adottato, e quella dettata dal suo “barbaro” sangue germanico. Il personaggio di Arminio fu talmente celebrato negli anni a cavallo tra XIX e XX secolo da diventare il soggetto di uno dei più grandi monumenti della Germania, l’Hermannsdenkmal (“monumento ad Arminio”), un’enorme statua in rame e ferro, alta 25 m e poggiante su un piedistallo di pietra di 28, che raffigura il principe barbaro in fiera posa, con la spada sguainata puntata verso l’alto. Terminato nel 1875 e realizzato con fondi raccolti tramite sottoscrizioni popolari da gruppi nazionalisti tedeschi, il monumento è ancora oggi visitato da oltre 500.000 persone ogni anno.

Una rievocazione storica dell’agguato nella foresta di Teutoburgo, organizzata sui luoghi reali della battaglia, nella Germania nord-occidentale. Fonte: www.pinimg.com

L’Hermannsdenkmal si trova nei pressi della città di Detmold, nello Stato federale della Renania Settentrionale-Westfalia; una zona che, all’epoca della costruzione del monumento, era ritenuta vicina al sito effettivo della battaglia di Teutoburgo. E qui veniamo al punto che interessa particolarmente gli appassionati di enigmi storici e geografici. Oltre a costituire un evento epocale per la storia europea, la disfatta di Teutoburgo divenne infatti anche uno dei più grandi misteri della storia e della geografia antiche: per molti secoli infatti il luogo preciso dello scontro rimase sconosciuto, e nessuno sapeva esattamente dove i soldati delle “tre legioni perdute” di Varo avevano incontrato la morte. E dell’appassionante ricerca del luogo esatto dalla battaglia parleremo nella prossima puntata.