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Boccioni e l'Atlante della memoria

Una mostra milanese su Boccioni come spunto per raccontare un'epoca.

Ancora per pochi giorni, fino al 10 luglio, sarà possibile visitare la mostra con cui la città di Milano celebra a Palazzo Reale il primo centenario della morte di Umberto Boccioni.

Questa esposizione – che riunisce ben 280 opere tra disegni, dipinti, sculture, foto d’epoca, libri riviste – vuol essere un racconto non solo dell’arte di Boccioni, ma soprattutto del suo iter intellettuale, alla ricerca delle fonti che lo hanno ispirato, plasmato.

Il dinamismo, che ha segnato in maniera così profonda e suggestiva la sua ricerca estetica, è una delle caratteristiche principali anche dell’uomo, permeando nel profondo la curiosità che lo muove. Ne è simbolo una serie di immagini raccolte dall’artista stesso nei suoi pellegrinaggi culturali – cartoline, ritagli, francobolli, biglietti di esposizioni, cartoncini pubblicitari – e incollate su ventidue tavole di grosse dimensioni (la metà sono esposte in mostra) che i curatori Francesca Rossi e Agostino Contò hanno battezzato in maniera suggestiva Atlante della memoria.

Risse tra rivoluzionari

Prolungando la metafora, possiamo seguire la geografia delle relazioni e dei ricordi richiamando alla memoria l’episodio che Roberto Carnero e Giuseppe Iannaccone raccontano in una delle pagine del corso Al cuore della letteratura e che ha tra i suoi protagonisti, seppure liminari, proprio Umberto Boccioni negli anni degli accesi dibattiti futuristi.

Tra gli intellettuali che si accostano al Futurismo, almeno per un tratto di strada, si possono annoverare Giovanni Papini e Ardengo Soffici, fondatori e animatori della rivista fiorentina “Lacerba”. Il loro sodalizio con Marinetti ha una preistoria a dir poco burrascosa. Tutto inizia alla fine del 1910, quando la prima mostra personale del principale pittore futurista, Boccioni appunto, viene disprezzata da Soffici sulle pagine della “Voce”: il critico deride l’artista affibbiandogli l’etichetta di «saggissimo pittorello».

Una zuffa alle Giubbe Rosse

Il talento anarchico e incendiario di Boccioni svilito come quello di un qualunque imbrattatele… La stroncatura non passa inosservata: il pittore medita subito la rivalsa, e con lui Marinetti, che, in qualità di “fratello maggiore” dei suoi adepti, si sente in dovere di tutelarne la reputazione.

La mattina del 29 giugno del 1911, Marinetti, Boccioni, Carlo Carrà e Luigi Russolo partono in treno da Milano per Firenze: come in una spedizione punitiva, intendono impartire una lezione a Soffici e all’inseparabile amico Papini. Li trovano al Caffè delle Giubbe Rosse e lì, in mezzo ai clienti, Boccioni sferra un ceffone al malcapitato stroncatore. Ne nasce una zuffa gigantesca, con il solo Palazzeschi, ignaro e arrivato a far festa ai suoi compagni futuristi, intento a fare da paciere, prima di darsela a gambe.

Altre botte, poi la pace

Il giorno dopo Papini e Soffici, spalleggiati da altri letterati quali Giuseppe Prezzolini e Scipio Slataper, attendono i rivali sotto la pensilina della stazione per vendicarsi dell’agguato subito: altre botte prima del provvidenziale arrivo dei carabinieri. Ma al posto di guardia ferroviario i contendenti si stringono la mano: i nemici capiscono di essere simili. Perché litigare? Meglio marciare insieme contro l’avversario comune: la pavida borghesia.