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Letture in classe – Luciano Bianciardi, I minatori della Maremma

I minatori della Maremma è il primo libro di Luciano Bianciardi. Scritto a quattro mani con Carlo Cassola, è un’appassionata inchiesta sulle condizioni di lavoro e di vita nelle miniere del Grossetano. Un profilo dell’autore e un assaggio dal libro, con proposte di attività didattica per l’analisi del testo.

Scrittore, traduttore, giornalista, Luciano Bianciardi ha raccontato con amara lucidità i guai del boom economico italiano. Del dopoguerra, e del periodo che va fino agli anni Settanta, i suoi libri e articoli compongono un ritratto assai fosco, tratteggiato con gli strumenti del ghigno e dell'ironia. Mai Bianciardi, anche nei suoi testi più scopertamente autobiografici e delusi, ha rinunciato al valore civile della letteratura, specie in quanto critica dell’esistente. La sua scrittura, nemica delle sciatterie come dei tecnicismi vuoti, precisa e insieme straniante, è un dono prezioso da fare ai giovani in formazione.

L'autore

Bianciardi nasce a Grosseto nel 1922, da un’insegnante elementare e un cassiere della Banca Toscana. Dopo la guerra e l’università (si laurea in filosofia con Guido Calogero alla Normale di Pisa, su John Dewey), diventa a sua volta prima insegnante, poi bibliotecario (sono i tempi del mitico Bibliobus), e nel frattempo inizia a scrivere per un giornale locale. Nel 1954, dopo l'esplosione di un pozzo nella vicina miniera di Ribolla che costa la vita a molti minatori e di cui fu responsabile l’incuria dell’azienda Montecatini, lascia Grosseto e si trasferisce a Milano, sede della stessa Montecatini, con l’intento – almeno così si legge nei suoi scritti – di far saltare il “torracchione” simbolo dell’azienda (“pensai che la lotta, quassù, si poteva condurre con mezzi migliori, più affinati, e a contatto diretto con il nemico”). A Milano, lavora come giornalista culturale e redattore della nascente casa editrice di Giangiacomo Feltrinelli. Nel 1957, licenziato per scarso rendimento, si dà a varie collaborazioni editoriali, sopratutto come traduttore dall’inglese (circa 80 libri). Il successo come scrittore arriva nel 1962, con La vita agra (terzo romanzo del ciclo narrativo cominciato con Il lavoro culturale e L’integrazione), che diventa presto un film di Carlo Lizzani. Il libro racconta l’isolamento di un traduttore che dalla provincia approda nella Milano del “miracolo economico”: sceglie di rifiutare l’integrazione nell’industria culturale e lavora in proprio, perseguitato da mille richieste (i “tafanatori”) e dalla quotidiana angoscia di non riuscire a tradurre le venti cartelle che gli assicurano la sopravvivenza. Si legge nel testo:

Lo so, direte che questa è la storia di una nevrosi, la cartella clinica di un’ostrica malata che però non riesce nemmeno a fabbricare la perla. Direte che se finora non mi hanno mangiato le formiche, di che mi lagno, perché vado chiacchierando? È vero, e di mio ci aggiungo che questa è a dir parecchio una storia mediana e mediocre, che tutto sommato io non me la passo peggio di tanti altri che gonfiano e stanno zitti. Eppure proprio perché mediocre a me sembra che valeva la pena di raccontarla. Proprio perché questa storia è intessuta di sentimenti e di fatti già inquadrati dagli studiosi, dagli storici sociologi economisti, entro un fenomeno individuato, preciso ed etichettato. Cioè il miracolo italiano. Un ubriaco muore di sabato battendo la testa sul marciapiede e la gente che passa appena si scansa per non pestarlo. Il tuo prossimo ti cerca soltanto se e fino a quando hai qualcosa da pagare. Suonano alla porta e già sai che sono lì per chiedere, per togliere. Il padrone ti butta via a calci nel culo, e questo è giusto, va bene, perché i padroni sono così, devono essere così; ma poi vedi quelli come te ridursi a gusci opachi, farsi fretta per scordare, pensare soltanto meno male che non è toccato a me, e teniamoci alla larga perché questo ormai puzza di cadavere, e ci si potrebbe contaminare. Persone che conoscevi si uccidono, altre persone che conosci restano vive, ma fingono che non sia successo niente, fingono di non sapere che non era per niente una vocazione, un vizio assurdo, e che la colpa è stata di tutti noi. […] Chi non ha l’automobile l’avrà, e poi ne daremo due per famiglia, e poi una a testa, daremo anche un televisore a ciascuno, due televisori, due frigoriferi, due lavatrici automatiche, tre apparecchi radio, il rasoio elettrico, la bilancina da bagno, l’asciugacapelli, il bidet e l’acqua calda. A tutti. Purché tutti lavorino, purché siano pronti a scarpinare, a fare polvere, a pestarsi i piedi, a tafanarsi l’un con l’altro dalla mattina alla sera. Io mi oppongo.

Nell’ultima parte della sua vita, Bianciardi si trasferisce a Sant’Anna di Rapallo, in provincia di Genova; ritorna ad un interesse dei suoi primi anni, quello per la rivoluzione mezza finta e mezza tradita del Risorgimento. Mescola quella delusione del passato all'orrore per la sciatteria del presente. Nasce così uno dei suoi capolavori, Aprire il fuoco (1969). Minato dall’alcool, muore a Milano il 14 novembre del 1971.

Il libro

I minatori della Maremma è il primo libro di Luciano Bianciardi, pubblicato in volume nel 1956 da Laterza. Scritto a quattro mani con lo scrittore Carlo Cassola, che negli anni Cinquanta si era stabilito a Grosseto, il libro nasce da un’inchiesta sulle condizioni di vita dei minatori della vicina miniera di Ribolla pubblicata a puntate su “L’Avanti”. Mentre i due scrittori lavorano all’inchiesta, il 4 maggio del 1954 uno dei pozzi di Ribolla salta in aria per un’esplosione di grisou. Muoiono 43 minatori. Scriverà Bianciardi: “Quando le bare furono sotto terra, alla spicciolata se ne andarono via tutti, col caldo e col polverone di tante macchine sugli sterrati. Io mi ritrovai solo sugli scalini dello spaccio che aveva già chiuso, e mi sembrò impossibile che fosse finita, che non ci fosse più niente da fare” (Ira e lacrime a Ribolla). Qui di seguito un passaggio del terzultimo capitolo del libro, quello in cui si ricostruiscono nel dettaglio le regole dell’arte mineraria e le colpevoli trascuratezze che hanno condotto allo scoppio.

L’assaggio

Fra le 8.35 e le 8.45 del 4 maggio 1954, nella sezione Camorra della miniera di Ribolla, si verificò uno scoppio di grisou, che coinvolse un incendio di polvere di carbone. Il grisou è un miscuglio gassoso, prevalentemente composto di metano, che è presente in tutte le miniere e particolarmente in quelle di lignite, ma diventa pericoloso quando si combina con l’aria in proporzioni fra il 6 e il 16 per cento, dando luogo a una miscela esplosiva che può innescarsi a contatto con una qualsiasi sorgente di calore superiore ai 600°. Il grisou, più leggero dell’aria, tende ad accumularsi nelle zone alte della miniera, e l’arte mineraria insegna quindi che tali accumuli possono evitarsi ventilando la miniera in maniera opportuna. Il sistema di ventilazione, in miniera, può considerarsi davvero l’equivalente della respirazione di un corpo vivente: esso non serve soltanto a portare ossigeno nelle viscere della terra, ma anche a portarne via i gas venefici. Le regole dell’arte mineraria, confermate dalle leggi di polizia, impongono pertanto queste leggi fondamentali:
In primo luogo il circuito di ventilazione deve avere un andamento ascendente continuo: il punto iniziale, evidentemente, deve essere più basso di quello terminale. In questo modo si evitano gli accumuli nelle zone alte: il grisou viene naturalmente evacuato dalla corrente d’aria della ventilazione;
In secondo luogo ogni cantiere di lavorazione deve avere un circuito di ventilazione indipendente. È assai pericoloso, e pertanto non consentito, creare un sistema di ventilazione in cui l’aria di riflusso, viziata, proveniente da un settore della miniera, vada ad aereare altri settori. La ventilazione in serie, cioè non indipendente, provoca lo spostamento del grisou da zona a zona, non solo, ma determina insieme l’espandersi di eventuali esplosioni;
In terzo luogo le regole dell’arte mineraria, e di conseguenza le norme della polizia, stabiliscono tassativamente che le vie di afflusso dell’aria devono essere separate da quelle di riflusso da un sufficiente spessore di roccia, capace di resistere ai franamenti provocati dalle esplosioni. In caso contrario l’esplosione può mettere in contatto le vie di afflusso con quelle di riflusso, invertire il sistema di ventilazione, propagare ovunque i suoi effetti mortali.

Va da sé che il circuito di aerazione non deve mai essere sospeso, né alterato, o tanto meno invertito. Far questo equivale a strozzare l’organismo della miniera, e quindi ad ucciderla.
La relazione della Commissione d’inchiesta ha appurato che il sistema di ventilazione della sezione Camorra era insufficiente e contrario alle norme sia dell’arte che della polizia mineraria; che tale sistema fu sospeso, alterato e invertito proprio nei giorni immediatamente precedenti alla sciagura [segue la descrizione dettagliata della sezione “Camorra”, parte meridionale della miniera di Ribolla, la più ricca e la più recente, il suo sistema di pozzi, il sistema di aerazione, la serie di errori e trascuratezze che hanno portato allo scoppio]. 
La sciagura di Ribolla non fu dovuta a una “tragica fatalità”, ma alla consapevole inadempienza di precise norme di polizia mineraria. Il sistema di lavorazione a fondo cieco era in contrasto con l’articolo 9 del Regolamento di polizia mineraria (10 gennaio 1907), il quale richiede che “ogni lavorazione sotterranea deve avere almeno due uscite all’esterno, distinte e accessibili entrambe in ogni tempo agli operai occupati nei diversi cantieri della miniera”. Questa inadempienza, come si è già visto, non è stata la causa del disastro, ma lo ha certamente aggravato.
La ventilazione della sezione Camorra non ottemperava alle richieste dell’articolo 28 dello stesso Regolamento, il quale prescrive di rendere indipendente, per quanto è possibile, la ventilazione di ogni singolo cantiere: e tale possibilità esisteva, tanto vero che la direzione della miniera aveva già previsto la creazione di circuiti indipendenti.
La circolazione dell’aria nella sezione Camorra era in contrasto con i principi dell’arte mineraria, perché non aveva un andamento ascendente continuo, ma creava sacche di ristagno nei punti alti. In una zona della sezione Camorra, nel tratto in cui la galleria di livello -265 incrocia la rimonta 24, l’aria di riflusso entrava a contatto diretto con l’aria di afflusso; e questa era un’ulteriore e smaccata infrazione all’articolo 28, che stabilisce “le vie destinate all’entrata e all’uscita dell’aria debbono essere divise da sufficiente spessezza di roccia, tale da resistere alle esplosioni”.
I giorni 1, 2, 3, 4 maggio vi sono state numerose inversioni del normale circuito di aerazione, contro l’articolo 33 del Regolamento di Prevenzione Infortuni nelle Miniere e nelle cave (18 giugno 1899); il giorno 3 maggio, in particolare, si sono fatti accedere gli operai ai posti di lavoro dopo 47 ore di sospensione del normale tiraggio e senza che prima si sia provveduto in alcun modo ad aerare la sezione per un periodo di tempo sufficiente ad eliminare eventuali accumuli di grisou; e non si è nemmeno provveduto a constatare la presenza di tali eventuali accumuli.
Non è stata la fatalità, ripetiamo; la sciagura è successa perché non si teneva in sufficiente e doverosa considerazione la vita dei minatori.

L’attività

  • Presentiamo Luciano Bianciardi alla classe, contestualizzando I minatori della Maremma all’interno della sua produzione e l’assaggio all’interno dell’inchiesta. Aggiungiamo qualche informazione su Carlo Cassola, nel suo periodo grossetano. Per maggior informazioni sulle vicende storiche e compositive, possiamo fare riferimento al saggio di Velio Abati, La nascita dei minatori della Maremma (Firenze, Giunti, 1998) e al sunto della ricerca di Abati redatto da Vanessa Roghi in Bianciardi e la miniera
  • Sulle vicende del 4 maggio e la Montecatini, possiamo a) presentare un video d’epoca; b) scegliere e proiettare alcuni spezzoni da un documentario pubblicato dall’ Unione dei Comuni Montani Amiata Grossetana.
  • Cominciamo la lezione dialogata. Qui di seguito, una serie di domande guida:
  1. Nel testo si possono riconoscere due sezioni: una prima dedicata all’esposizione delle regole dell’arte mineraria e una seconda dedicata alle trascuratezze colpevoli che hanno portato allo scoppio. Riconosciamole insieme e, di ciascuna parte, facciamo un breve sunto.
  2. Quale rapporto c’è, nel testo, tra le regole dell’arte mineraria e il Regolamento di polizia mineraria?
  3. I minatori della Maremma è un libro-inchiesta: vuol dunque parlare chiaro sia agli addetti ai lavori sia all’ampio pubblico. Con quali accorgimenti linguistici e stilistici si tenta di raggiungere questo scopo?
  4. La responsabilità dello scoppio è della Montecatini, scrivono Bianciardi e Cassola. Quale il motivo, banale e tremendo, della tragedia?
  5. I minatori della Maremma si chiude con una serie di assai dettagliati ritratti biografici dei minatori morti. Che valore potrebbe avere questa scelta?[ef]

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