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Giovanni Verga, il giallo delle carte e “Cavalleria rusticana”

Cavalleria rusticana di Giovanni Verga è stata novella, dramma, opera lirica, film, e anche di più. A partire da una recente e sfortunata asta parigina, ecco un percorso didattico che spazia tra filologia e diritto, cinema e letteratura, musica e teatro per raccontare la modernità complicata di un grande scrittore. 

Verga tra Bottai e Christie’s

Quando Giovanni Verga morì, nel 1922, lasciò in eredità le sue carte al nipote Giovannino. Pochi anni dopo, nel 1928, Lina e Vito Perroni, due amici del ministro fascista Giuseppe Bottai, chiesero di averle in prestito per preparare un’edizione critica dell’opera omnia dello scrittore. Le ottennero. Però non riuscirono a cavarne niente di buono, e si guadagnarono solo le ire dell’editore al quale avevano promesso il lavoro, Bemporad. Inoltre non restituirono il grosso patrimonio di autografi che avevano ricevuto. Ci furono promesse e polemiche, baruffe giuridiche, interrogazioni parlamentari per rendere di nuovo le carte di Verga accessibili agli studiosi. Finché nel 1978 la Regione Sicilia le comprò tutte, sborsando circa 90 milioni di euro.

Storia finita? No, perché di tanto in tanto continuano a spuntare dal nulla manoscritti verghiani sconosciuti, d’incerta provenienza, forse pezzi del patrimonio dello scrittore trattenuti e rimessi in circolo da chi non ne avrebbe diritto. Era già successo nel 2013 (il materiale adesso è custodito a Pavia, al Centro Manoscritti dell’università) ed è accaduto di nuovo a novembre scorso, quando la casa d’aste Christie’s ha indetto a Parigi, per il 5 dicembre, una gara per un pacchetto di autografi, telegrammi e lettere di Verga databili tra il 1869 al 1921 (540 fogli in tutto, valore complessivo: 220mila euro circa). L’asta è stata bloccata per via della provenienza sospetta dei documenti e ancora oggi attendiamo di conoscere dettagli e finale della vicenda.

Una storia scritta a metà

Mentre aspettiamo, potremmo prendere spunto dal fatto di cronaca per creare un breve percorso didattico su Cavalleria Rusticana, le molte forme assunte da questa celebre storia: novella nel 1880, fortunatissimo dramma nel 1884, pellicola cinematografica per tre volte mentre l’autore era in vita (una nel 1910 e due nel 1916) e anche celebre opera lirica di Pietro Mascagni rappresentata nel 1890.

Infatti stando alle descrizioni diffuse dalla stampa, il lotto “parigino” contiene un autografo di Verga sconosciuto con la traduzione cinematografica di Cavalleria rusticana, più una serie di altrettanto inedite lettere ai fratelli e al nipote (il futuro erede) in cui Verga racconta sia il lavoro che sta facendo sul testo per renderlo adatto al cinematografo, sia gli svolgimenti della lunga vicenda giudiziaria che lo portò a scontrarsi con Giuseppe Mascagni e con l’editore Sonzogno per i diritti dell’omonima opera musicale.
Possiamo allora leggere in classe la novella e raccontarne le vicende successive, quelle più note e quelle ancora in parte da scrivere e da verificare. Facciamo riferimento ai contributi esperti che sono usciti in occasione dell’asta; alle pp. 168-179 del corso Al cuore della letteratura (vol. 5); all’invito all’ascolto della Cavalleria rusticana di Mascagni contenuto a p. 176. Ad ogni passaggio, ampliamo a piacere il discorso sulla poetica e la vita dell’autore.

enlightenedLa novella
enlightenedIl corso 
enlightenedLa questione Bemporad-Perroni
enlightenedL’asta di Parigi

Dopo la lettura della novella...

Contestualizziamo Cavalleria rusticana, pubblicata come novella nella raccolta Vita dei campi nel 1880. Ricordiamo che Vita dei campi è il primo libro integralmente “verista” di Verga, che aveva già siglato il suo cambiamento di poetica con la pubblicazione della novella Rosso Malpelo nel 1878. Sottolineiamo alcuni elementi della poetica di Verga riconoscibili in Cavalleria rusticana.

  • Abbandonata la polemica contro la società borghese dei primi romanzi scritti a Milano, Verga si concentra sulle dinamiche attive nella sua terra, la realtà popolare siciliana, all’epoca oggetto delle indagini di politici e intellettuali sulla “questione meridionale”. Il tema affrontato in Cavalleria rusticana è quello del “delitto d’onore” a seguito di un adulterio. Possiamo segnalare altri tre temi collegati:
    - la cecità della passione e il movente economico dei legami matrimoniali (“la gnà Lola si maritò con il carrettiere; e la domenica si metteva sul ballatoio, colle mani sul ventre per far vedere tutti i grossi anelli d’oro che le aveva regalati il marito”);
    - la vittoria del traditore non scandalosa perché punisce la messa in discussione di un ordine prestabilito e l’infrazione di un divieto (Alfio “acchiappò rapidamente una manata di polvere e la gettò negli occhi dell’avversario”);
    - il ritorno prevedibilmente infelice del “reduce”-bersagliere al paese dopo la leva: Turiddu, uscito dal “tempo senza tempo” del paese, non può che rientrarvi come un “diverso”, uno stravagante, senza per questo potersi sottrarre alle regole della piccola tribù.
     
  • Per Verga, una buona opera letteraria (“documento umano”) deve sembrare al lettore “essersi fatta da sé”. Il narratore, dunque, deve scomparire, eclissarsi. Lo fa regredendo al livello del mondo narrato, divenendo un “soggetto anonimo e corale, proveniente dall’ambiente stesso dei personaggi rappresentati”. Il narratore riporta le loro parole e i loro pensieri tramite il discorso libero indiretto (parole e pensieri che entrano nel tessuto narrativo, non anticipati da verbi dichiarativi e non segnalati da punteggiatura). Produce in questo modo nel lettore il meccanismo dello straniamento: perché presenta come normali e accettabili comportamenti e modi di pensare che non lo sono e, viceversa, indica come strane situazioni del tutto giustificabili. Nell’incipit di Cavalleria rusticana, è evidente lo sguardo del coro popolare su Turiddu, considerato vanitoso, spavaldo, sin troppo amante degli sguardi delle donne: “Turiddu Macca, il figlio della gnà Nunzia, come tornò da fare il soldato, ogni domenica si pavoneggiava in piazza coll’uniforme da bersagliere e il berretto rosso, che sembrava quello della buona ventura, quando mette su banco colla gabbia dei canarini. Le ragazze se lo rubavano cogli occhi, mentre andavano a messa col nasco dentro la mantellina, e i monelli gli ronzavano attorno come le mosche. Egli aveva portato anche una pipa col re a cavallo che pareva vivo, e accendeva gli zolfanelli sul dietro dei calzoni, levando la gamba, come se desse una pedata”. Già a partire dal primo incontro con Lola, la novella è fatta quasi interamente di dialoghi. Leggendo quel che dice Turiddu nei discorsi diretti, il lettore arriva ad attribuirgli un carattere leggermente diverso: lo scandaloso giovinastro raccontato dalla coralità dei paesani fino alla morte cruenta è più verosimilmente un giovane che paga l’essere andato lontano (costretto dalla leva) per qualche tempo, premuroso con sua mamma (tanto da nasconderle la verità quando si appresta ad andare al duello), insieme preda di una forte passione e delle ataviche leggi economiche, di pensiero e di gestione della quotidianità che regolano la vita nel paese.
     
  • Come in tutte le opere veriste di Verga, la lingua della novella Cavalleria rusticana è un compromesso tra il desiderio di farsi comprendere da un pubblico ampio (che non conosce il siciliano) e quello di non tradire la realtà che si sta descrivendo. Dunque si segnalano da un lato l’inserimento di espressioni idiotistiche (facemu cuntu ca chioppi e scampau, e la nostra amicizia finiu, intraducibile in italiano) e dall’altro l’adozione generale del parlato dei siciliani colti (è la stessa scelta adottata nei Malavoglia), con l’inserimento di numerosi sicilianismi comprensibili (“viaggio” per “viaggiu”, “pellegrinaggio”) e di strutture sintattiche ricorrenti che mimano il parlato senza impedire la comprensione del testo, per esempio il “che” polivalente: “Come il babbo mise Turiddu fuori dall’uscio, la figliuola aprì la finestra, e stava a chiacchierare con lui tutta la sera, che tutto il vicinato non parlava d’altro”.
     
  • Verga non racconta l’amore carnale. In questi casi, ricorre ad ellissi (l’esempio più eclatante tra le novelle è La lupa). Cavalleria rusticana è una novella di sesso e di sangue. Ma se del sangue si parla nel dettaglio (gorgoglia spumeggiando nella gola di Turiddu tanto da non consentirgli di pronunciare le ultime parole che in genere si dicono: “Ah! mamma mia!”), al sesso si allude per tacerne: la schermaglia tra Turiddo e Santa si conclude sullo stupore della ragazza per le parole di Turiddu (le stesse che il ragazzo non riesce a pronunciare prima di morire “Ah, mamma!”); la relazione con Lola già sposata, le condizioni e le conseguenze della passione soddisfatta, sono tutte chiuse in tre righe: “Turiddu tornò a salutarla così spesso che Santa se ne avvide, e gli batté la finestra sul muso. I vicini se lo mostravano con un sorriso, e con un moto del capo, quando passava il bersagliere. Il marito di Lola era in giro per le fiere con le sue mule”.

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enlightenedUna lettura critica di Pietro Gibellini (testo)

Cavalleria rusticana dal teatro al cinema, passando per l’opera lirica

La mancanza di denaro per Verga fu insieme una realtà angosciosa e un alibi, un demone variamente utilizzato per continuare a scrivere come per smettere di farlo. Le avventure di Cavalleria rusticana sul palco e su pellicola, e anche nei meandri dei diritti d’autore, hanno molto a che vedere con questo atteggiamento. Ma dimostrano pure l’abilità di Verga a muovere la sua scrittura su canali differenti. E anche il fatto che lo scrittore ebbe una lungimirante, sebbene stizzosa, conoscenza del mercato culturale ed editoriale (conoscenza quasi impossibile senza la spinta della curiosità e il senso del denaro). Proviamo ad accompagnare gli studenti in un percorso che tenga insieme i fili della storia materiale e della vicenda poetica e umana dell’autore. Alcuni spunti qui di seguito.

Eleonora è Santa

Verga mostrò un interesse particolare per il teatro, come terreno utile per la sua continua sperimentazione e come fonte di guadagno. Assai addolorato dall’insuccesso di pubblico (e di critica) di Vita dei campi e dei Malavoglia, nel 1884 trasse un dramma da Cavalleria rusticana, anche nel tentativo di portare il verismo in scena, un linguaggio scarno e essenziale. L’opera venne rappresentata a Torino il 14 gennaio di quell’anno: fu un trionfo. Una parte del merito fu senz’altro dell’interpretazione e del nome celebre di Eleonora Duse, che era sul palco come Santa. Dopo il trionfo del dramma, le edizioni di Vita dei campi ebbero un altro titolo, Cavalleria rusticana e altre novelle. Con questo titolo, che richiamava il testo teatrale, l’editore riuscì a vendere più copie, specie al pubblico che aveva apprezzato il dramma. Verga in tutto questo era d’accordo e scontento. Consapevole della nuova destinazione della propria opera, per esempio, nella traduzione teatrale mise in secondo piano il movente economico a favore di quello sentimentale, diede maggiore importanza al personaggio di Santa (ripensato in prospettiva Duse), sottolineò l’elemento religioso, con maggiori riferimenti alla Pasqua, e accentuò quello folklorico che già circolava nella novella – salvo poi prendersela per l’ulteriore accentuazione del medesimo ad opera del capocomico Giovanni Grasso, che aveva fatto una “caricatura grottesca del carattere siciliano”. Altre novelle diventarono in seguito scritture per la scena, specie nell’ultima parte della vita di Verga, quella maggiormente funestata dal pessimismo, dalla chiusura, dalla preoccupazione per il denaro (La lupa e La caccia al lupo, per esempio, anche queste opere legate al tema del tradimento e dell’adulterio che il pubblico aveva mostrato di apprezzare).

enlightenedIl dramma Cavalleria Rusticana nell’edizione del teatro di Verga (ebook)
enlightenedUn’edizione di Cavalleria rusticana e altre novelle (ebook)

Il musicista e lo scrittore

Nel 1890 venne messa in scena al teatro Costanzi di Roma Cavalleria rusticana, opera musicata dall’assai giovane compositore livornese Pietro Mascagni su libretto di altri due livornesi, Giovanni Targioni Tozzetti e Guido Menasci. L’operazione era legata a un concorso bandito dall’editore Sonzogno, che proponeva a musicisti di tradurre in musica per l’opera testi di autori famosi. La Cavalleria rusticana di Mascagni ebbe un grande successo. Verga, che poco si era curato della faccenda fino a quel momento, avviò un lungo processo contro Mascagni e Sonzogno, per aver usato la sua trama senza pagargli i diritti d’autore. Vinse, ottenendo una cifra astronomica per l’epoca: 143.000 lire. In verità, come si legge nel testo Al cuore della letteratura, le differenze erano molte: il preludio a sipario chiuso di Turiddu che recita in dialetto la “siciliana”, l’intermezzo sinfonico più volte utilizzato dal cinema, dalla pubblicità, dalla televisione...

enlightenedLa Cavalleria rusticana di Mascagni (audio)

Dalla pagina allo schermo

La fortuna cinematografica di Cavalleria rusticana è un capitolo intricatissimo. E forse come si è detto le carte di Parigi potrebbero aggiungere notizie e chiarezza. Fermiamoci per ora al noto, seguendo il bel contributo di Paolo Di Stefano apparso sul “Corriere della Sera” e citato sopra. La prima traduzione per lo schermo è francese, del 1910, su invito di una casa di produzione di nome Acad (Association Cinématographique des Auteurs Dramatiques). Verga riceve la proposta nel 1909 e accetta, forse anche con orgoglio (Cavalleria è il terzo titolo adattato dalla Acad dopo l’Inferno di Dante e i Promessi sposi di Manzoni). Scambia qualche lettera con una traduttrice, Giulia Dembowska, che s’incarica di realizzare la sceneggiatura e con la quale dividerà in seguito i 500 franchi per il lavoro.

Poco dopo, nel 1916, usciranno altre due versioni cinematografiche, più celebri, di Cavalleria rusticana: una autorizzata da Verga per la regia di Ugo Falena, l’altra con le musiche di Mascagni e diretta da Ubaldo Del Colle (sarà per Verga un’occasione di collera ulteriore nei confronti di Mascagni). Le studiose Irene Gambacorti, Carla Riccardi, Sarah Zappulla Muscarrà hanno indagato nel dettaglio il rapporto di Verga con il cinema in quest’ultima e altre occasioni. Sintetizzando al massimo, si va dal rifiuto, a una guardinga curiosità, all’impegno. I motivi sono complicati come l’indole dello scrittore, tanto più cupa negli ultimi anni. C’è l’idea di controllare ciò che veniva fatto delle sue opere, di scoprire un nuovo linguaggio espressivo, di guadagnare sui diritti, di aiutare economicamente l’amante di quei tempi, Dina Castellazzi di Sordevolo. In tutto questo, è forse la parte della curiosità e dei dubbi sul cinema muto a fornire spunti suggestivi da discutere in classe. Un esempio è questa massima insieme ingenua e sapiente tratta dalle lettere di Verga a Dina: “è difficile, per il cinematografo, quel che non è azione e movimento”.

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