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Isabella di Morra: una poesia per spiegare il femminicidio

La letteratura, come tutta l’arte, è anche un tentativo di spiegare i grandi drammi della società umana: l’attività di oggi indaga una parola nuova che indica un ferita vecchia di millenni, il femminicidio, e lo fa attraverso la figura della poetessa Isabella di Morra. Questo percorso può legarsi al programma (e quindi alla trattazione del Petrarchismo) ma anche, vista l’importanza di sensibilizzare i ragazzi sul tema, essere proposto agli studenti di tutte le classi, magari in occasione dell’8 marzo o del 25 novembre (giornata contro la violenza sulle donne). 

Chi è Isabella?

Isabella di Morra nasce nel 1520 a Favale (l’odierna Valsinni, in provincia di Matera). Terza degli otto figli del barone di Favale (che per motivi politici è costretto a espatriare) Isabella vive nel castello di famiglia insieme alla madre e ai sette fratelli, tutti uomini. Ama la scrittura e la poesia, e detesta sopra ogni altra cosa lo stato di reclusione cui la sua condizione la costringe: per alleviare la propria solitudine, inizia quindi una corrispondenza epistolare con Diego Sandoval de Castro, nobiluomo e poeta spagnolo, sposato. Non si saprà mai se questa intesa è solo intellettuale o sfocia in una relazione sentimentale; si sa però che nel 1546 i fratelli di Isabella, per difendere l’onore della famiglia, la uccidono insieme al suo precettore e assassinano in un agguato lo stesso Diego. Secondo alcune fonti è stata picchiata a morte, per altre è stata pugnalata. L’omicidio di Diego Sandoval de Castro provoca aspre reazioni di condanna, a differenza di quello di Isabella. Nel codice d'onore cinquecentesco, infatti, è del tutto lecito lavare col sangue il disonore causato alla famiglia da uno dei suoi membri, in particolare se femmina. Per l’omicidio di Diego, i fratelli sono costretti a fuggire in Francia.

L’attività può cominciare con una riflessione sulla storia di Isabella, che culmina in una domanda solo in apparenza “facile”:
Se Isabella non fosse stata una donna, avrebbe subito la stessa sorte?

La poesia

Dare una risposta certa a questa domanda è impossibile, ma porsela consente di aprire un ragionamento più ampio a partire dall’analisi dell’opera della poetessa.

Passiamo quindi alla lettura di una poesia di Isabella, tratta dalle Rime del suo canzoniere (13 composizioni, 10 sonetti e 3 canzoni) che appare, postumo, nel 1552:

(da “Al cuore della letteratura, vol. 2, pp. 151-152)

L’analisi

Dopo la lettura della poesia proponiamo un’analisi (quella qui condotta è tratta dal corso “Al cuore della letteratura”, vol. 2, p.152).

I versi sono tutti riferiti alla triste vita di Iabella: costretta all’opprimente reclusione in una dimora-prigione, la ragazza protesta la propria condizione, si appella agli elementi naturali, gli unici interlocutori nel suo stato di grande solitudine, e prefigura l’approdo tragico di un’esistenza disperata.
La misura stilistica dimostra che la lontana suggestione del Canzoniere è penetrata nel suo remoto castello lucano, ma siamo in un territorio, sia poetico sia reale, assai lontano da quello del Petrarchismo ufficiale. Innanzitutto, mancano l’elemento amoroso e quello religioso o spirituale. Al loro posto, troviamo il lamento solitario di una giovane rinchiusa in un tetro castello. Il paesaggio ameno ed elegantemente stilizzato, tipico del Canzoniere, è qui sostituito da un ambiente inospitale e deserto, descritto a tinte fosche (valle inferna, fiume alpestre, ruinati sassi, vv. 1 e 2), a cui la poetessa confida, come in un pianto sommesso, la condizione della propria anima, tanto assetata d’amore quanto priva di speranza.
Per quanto riguarda le scelte stilistiche, il quadro emotivo e pittorico è raggelante. Con poche pennellate Isabella rende infatti il senso della propria tragica esperienza di vita, e si rivela profetico il riferimento conclusivo alla miserabile fine che l’attende. In assenza di umano conforto, la poetessa invoca i soli interlocutori con i quali condividere il proprio dolore, gli elementi naturali. L’appello, scandito dalle ossessive vocazioni, accentua questo insopprimibile desiderio di condivisione: i monti dirupati, il fiume impetuoso, le foreste, gli animali selvatici sono invitati a unirsi al suo pianto, in un crescente accumulo di tensione dall’effetto altamente drammatico. Non a caso, in apertura della prima terzina, troviamo un eloquente Deh, un’interiezione che trasforma l’invito in una sconsolata preghiera.

Senza costringere la poesia di Isabella a una lettura forzatamente femminista o legata alle sue vicende autobiografiche, cerchiamo di capire se e quanto la sua immensa infelicità sia stata determinata dalla sua condizione di donna.
Le domande che possiamo porre alla classe sono queste:

A chi si rivolge la poetessa e perché?
La desolazione del paesaggio rispecchia quella dell’anima di Isabella: che cosa ci dice della sua vita?
Se fosse stata un uomo, sarebbe stata ugualmente costretta a questa solitudine?

Proponiamo quindi un excursus sulla condizione femminile ai tempi di Isabella.

La gentildonna nel Cinquecento

È Baldassarre Castiglione che, ne Il Cortegiano, indica le qualità imprescindibili della «donna di palazzo»: l’onestà, la discrezione e l’insieme delle prerogative domestiche di una madre e di una moglie, oltre a prudenza, generosità ed equilibrio. La donna deve poi possedere virtù quali l’affabilità e la capacità di conversare e intrattenere amabilmente l’interlocutore. È innegabile che Castiglione respinga ogni tesi misogina sull’inferiorità della donna (cosa che rappresenta già un notevole progresso per i tempi). Tuttavia, l’interesse che le riserva non lo porta a concepire né una posizione diversa da quella subalterna assegnatale nella gerarchia sociale tradizionale, né una libertà morale pari a quella dell’uomo (è significativo che si insista tanto sull’onestà e sulla virtuosa
morigeratezza femminile).
La sua figura è analizzata ed esaltata solo in relazione a un universo ancora declinato interamente al maschile e, cosa importante, manca ogni riferimento al diritto di istruirsi, laddove Il Cortegiano cita lo studio della poesia, dell’arte e della musica come uno dei connotati principali del perfetto gentiluomo.

La domanda con cui abbiamo aperto l’attività, quindi, si arricchisce di altri particolari:

Il peccato che Isabella ha pagato con la vita è soltanto la presunta relazione amorosa con Diego o, piuttosto, anche la relazione intellettuale, e quindi la pretesa di scrivere, di esprimersi, di evadere dalla sua condizione?
Può considerarsi, quindi, un caso di femminicidio?

Diamo risposta a queste domande definendo cosa s’intende per femminicidio, una parola oggi usata e abusata, ma raramente spiegata nella sua essenza.

Ma che cos’è il femminicidio?

Il termine femmicidio nasce negli anni ‘90 del secolo scorso per indicare un omicidio basato sul genere. Stiamo parlando degli omicidi di donne commessi per gelosia da parte di partner o ex, delle ragazze uccise dai padri perché rifiutano un matrimonio imposto, delle prostitute uccise dai clienti, delle giovani uccise perché lesbiche. Stiamo parlando di tutte le donne nei secoli accusate di stregoneria e bruciate sul rogo. E sì, stiamo parlando anche di Isabella.
Ma perché si è sentita l’esigenza di coniare un termine specifico per indicare l’omicidio di una donna, se sempre di omicidio si tratta?
Perché quello che accomuna tutte queste donne è il fatto di essere state uccise “in quanto donne”. La loro colpa è stata quella di avere avuto la determinazione di scegliere cosa fare delle proprie vite, di essersi sottratte al potere e al controllo del padre, del marito, dell’amante. O dei fratelli, come Isabella.

Le domande poste fino a ora sembrano quindi avere una risposta più chiara: non possiamo sapere se Isabella sarebbe stata uccisa anche se fosse stata un uomo, ma possiamo dire con certezza che ha pagato con la vita il suo desiderio di essere libera e la trasgressione alle regole che la società imponeva al suo ruolo di donna. E che, quindi, il suo è a tutti gli effetti un caso di femminicidio, di cui la sua poesia è oggi testimonianza viva e bruciante.

  

Scarpe rosse in una piazza italiana, simbolo della lotta al femminicidio.  

Il femminicidio, oggi

Concludiamo l’attività con una riflessione sul presente.

Secondo l’OMS la prima causa di uccisione nel mondo delle donne tra i 16 e i 44 anni è l’omicidio da parte di persone conosciute, e in Italia la violenza sulle donne è uno dei reati commessi più di frequente.

Dati dal rapporto Eures-ANSA “Il femminicidio in Italia nell’ultimo decennio. Dimensioni, caratteristiche e profili di rischio”.

Resta, quindi, un’ultima domanda da porre alla classe.

Il ‘500 è lontano, nel nostro Paese le donne vanno a scuola, hanno diritti, non sono più costrette alla segregazione. Il femminicidio dovrebbe solo essere un ricordo. E allora perché?

Perché anche se la condizione femminile è cambiata, il retaggio della tradizione è molto forte e condiziona ancora la capacità di adattamento al cambiamento del ruolo delle donna.
Perché la tendenza maschile a non considerare le donne come individui indipendenti, ma come cosa propria, esiste ancora e anzi è aggravato dal fatto che oggi stiamo vivendo una fase di mutamento dell’identità femminile verso l’emancipazione e la libertà, spesso vissuta dagli uomini come una minaccia.
Perché, anche se sembra incredibile, le donne spesso tollerano la violenza o non la ritengono pericolosa.

Concludiamo l’attività proponendo alla classe questo spunto:

È fondamentale che gli uomini imparino il rispetto delle donne, ma anche che le donne, fin da bambine, imparino a riconoscere le situazioni rischiose, a non sottovalutare nessun segnale e, soprattutto, a darne denuncia. Oggi questo è possibile ed è la vera grande differenza fra i nostri tempi e quelli in cui ha vissuto Isabella, oltre che l’unica arma possibile per porre argine al femminicidio.