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L'educazione alla lettura - intervista ad Antonella Cilento
Antonella Cilento, romanziera, nel 2014 è fra i finalisti del Premio Strega con Lisario o il piacere infinito delle donne. Insegna scrittura creativa per Lalineascritta-Laboratorio di Scrittura, in collaborazione anche con le scuole. Ha scritto testi per il teatro e cortometraggi. Collabora con “Il Mattino”, “L’Indice dei Libri”, “Grazia”, “Corriere della sera”.
L'abbiamo incontrata ed intervistata per voi:
 
Attraverso la scuola di scrittura, è continuamente in contatto con tanti ragazzi desiderosi di imparare il mestiere. Cosa leggono questi ragazzi, e come scrivono? I temi che prediligono per la scrittura sono tratti dalle loro letture, o c’è uno scollamento tra queste due attività?

Nei laboratori dal vivo di cui mi occupo, ci sono 100 studenti ogni anno, in 3 diversi livelli di corso, e vanno dai 15 ai 90 anni. Una fascia media molto grande è rappresentata da ventenni e trentenni: in altri tempi, li avrei considerati adulti e non li avrei citati per rispondere a questa domanda, ma ora fanno parte della stessa fascia, anche di letture.
Questi “young adults” quindi, dai 15 ai 30 anni, leggono in realtà poco, ma sono appassionati, e desiderano leggere di più.
I più piccoli sono mediamente lettori di fantasy, ma alcuni hanno cominciato già a leggere anche i classici della tradizione dell’Ottocento.
I più grandi sono invece una fascia molto più problematica: quello che li accomuna, è il non aver letto nulla di letteratura italiana, soprattutto quella che non si legge a scuola, quella del ‘900. Per loro è un mondo assolutamente ignoto. Magari hanno letto, per esempio, molta letteratura americana, di genere e non di genere.
Quindi il primo problema da affrontare con loro è che se vogliono scrivere, dato che scriveranno in italiano, devono conoscere quella letteratura, perché altrimenti il loro modello linguistico è paratattico invece che ipotattico, e mancherà loro anche una ricchezza di vocabolario. Certo, l’italiano si sta trasformando, ma questa situazione è drammatica secondo me.
Poi, quando scoprono la letteratura del ‘900 si appassionano, diventano lettori fortissimi e cominciano a percorrere dei tragitti che non li portano più soltanto in America ma anche in Francia, in Russia, o a volte li spingono a tornare indietro alla letteratura dell’ '800. La lettura è come una droga, a volte deve essere percepita anche come “vietata”. Quando è vietata, improvvisamente, tutti la desiderano.
 Per quanto riguarda le tematiche di scrittura predilette dai ragazzi, quando arrivano in laboratorio in effetti vorrebbero scrivere racconti che somigliano a quelli che leggono, ma poi, quando iniziano veramente a cimentarsi con la scrittura, scoprono di voler parlare di sé. In genere, in effetti, questa è la prima cosa di cui si racconta: le proprie emozioni, le proprie storie, il proprio vissuto.
Allora, quando entrano nel proprio vissuto, si rendono conto che gli strumenti che possiedono per raccontarlo non sono sufficienti. Magari sentono parlare di autofiction, ma in realtà non distinguono ancora tra un romanzo autobiografico e una vera autobiografia. Bisogna quindi fornire loro tutte queste coordinate: questo è tutto il lavoro inziale, di semina vera e propria. Questa semina, però, dura mediamente, per avere dei veri frutti, almeno 2 anni, per cambiare la percezione dei lettori.

Cosa direbbe, quindi, a un ragazzo che le dice di voler fare lo scrittore?

In teoria basterebbe dirgli che deve leggere tanto, e allenarsi a scrivere tutti i giorni, sono quelle le due cose fondamentali. Però, siccome di questi tempi tutto dev’essere veicolato, certamente la scuola di scrittura velocizza queste percezioni, o per lo meno aiuta a mettere in moto certi meccanismi.
Secondo me, poi, è importante essere a conoscenza del fatto che fare lo scrittore, specialmente in un mercato relativamente piccolo come quello italiano, spesso non produce, purtroppo, un reddito sufficiente, e che quindi bisogna trovare anche dei mezzi di sostentamento alternativi.
Noi poi facciamo anche da tramite, quando sappiamo che c’è un buon materiale, sapendo che non sempre è facile promuovere i propri testi. Per me ad esempio non è stato semplice trovare un editore: ho pubblicato il primo romanzo a 30 anni, ma ne avevo già 4 di terminati. Avevo iniziato a scrivere romanzi a 23 anni e racconti a 14. D’altra parte, un po’ di gavetta fa anche bene: è importante anche ricevere dei no, aspettare e crescere.

“Lisario o il piacere infinito delle donne” fin dal titolo fa riferimento all’universo femminile e alle problematiche ad esso collegate. Come può approcciarsi secondo lei oggi la scuola a questi argomenti, così delicati?

Una quindicina di anni fa mi succedeva di passare per scuole dove ragazzine di 12-13 anni, generalmente del Sud Italia e appartenenti a fasce sociali disagiate, erano già incinta.
Questo genere di situazioni è oggi meno frequente di un tempo; adesso, però, c’è una problematica un po’ diversa e più estesa, globalizzata nel Paese, dalla Sicilia al Trentino: i ragazzi non si approcciano in modo sano alle informazioni relative al corpo e alla sessualità.
Le ragazze - ma spesso anche i ragazzi - nelle scuole medie e superiori non possiedono nessuna competenza sessuale. Noi pensiamo che sappiano, ma in realtà non sono per nulla informati.
Per esempio, uno dei temi di Lisario è la masturbazione, argomento che si ritiene oggi completamente sdoganato, ma se lo si affronta si scopre ancora molta gente che non sa, o si vergogna.
D’altra parte, mi è capitato ancora oggi di chiedere alle ragazze: “Ma voi cosa volete fare nella vostra vita?”, e sentire un 50% abbondante delle intervistate rispondere soltanto: “Io voglio essere madre, o moglie”, senza prevedere quindi un futuro che combini sia realizzazione familiare che lavorativa.
L’aspirazione, il desiderio a realizzarsi, la libertà del proprio corpo, stanno regredendo in maniera pericolosa. Quando si vanno a toccare certi argomenti, allora improvvisamente scopri l’entusiasmo e la curiosità. Nelle scuole di oggi spesso viene dato tutto per scontato, ma a mio avviso non è sufficiente la conoscenza virtuale a cui sono esposti oggi i ragazzi, bisogna fornire loro una corretta, e sana, informazione.