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La letteratura ai tempi di Whats… True

“La nostra storia comincia con un ragazzo seduto sul letto, al buio, curvo sullo schermo di un telefonino”. Una nuova app consente di sapere se chi scrive in chat sta mentendo o dice la verità. Il protagonista del nuovo romanzo di Federico Baccomo decide di provarla all’avvio di una relazione d’amore. L’intervista all’autore.

Anna sta mentendo è un romanzo che affronta, tra le altre cose, il tema del cambiamento dei rapporti umani al confronto con le tecnologie. Quali modelli ha tenuto presenti nella scrittura? E perché ha deciso di affrontare questo tema raccontando una storia d’amore?

Un aspetto curioso di tante narrazioni moderne (che siano romanzi, film, serie tv) mi sembra questo desiderio di liberarsi di una serie di oggetti e abitudini che oggi, purtroppo o per fortuna, fanno parte della nostra vita: i telefonini, Facebook, Whatsapp, le e-mail, danno la sensazione di spegnere le storie, di ucciderle. Mi piaceva provare a raccontare una storia – d’amore, ma anche di gelosia, di paura, di orrore – che abbracciasse questo nostro mondo nuovo e fosse al contempo avventurosa e appassionante come quelle che ho sempre amato leggere. In questo senso, ho cercato di tenere presenti i modelli delle grandi narrazioni che mi hanno cresciuto come lettore, quelle che mi allacciavano alla prima pagina e mi liberavano solo all’ultima, da Borges a Stephen King.

“Era una storia incredibile, di quelle che era meglio non raccontare in giro se non si voleva essere presi per pazzi. Eppure, non sarebbe stata la prima volta che la vita faceva quello che né i romanzi né le bugie potevano permettersi: essere inverosimile”, afferma il protagonista del suo romanzo. Quali sfide e quali risorse le nuove tecnologie consegnano alla letteratura, a chi la fa e a chi la legge?

Credo che la tecnologia in fondo sia solo un palco, per quanto affascinante, su cui allestire una rappresentazione che alla fine ha sempre al centro l’uomo e le sue passioni. Forse le novità (che possono essere scientifiche ma anche politiche o, che so, di costume) offrono la possibilità di spingersi in recessi della mente e delle emozioni che ancora non sono stati indagati, alla ricerca di storie nuove.

“Ogni bugia crea un mondo parallelo. Il mondo in cui quella bugia è vera”, è la frase (Momus) posta in epigrafe al suo libro. Perché e come l’ha scelta? A suo modo di vedere, quale rapporto c’è nella nostra società tra parole, menzogna, verità e realtà?

La frase descrive una suggestione affascinante: l’idea di una serie di universi paralleli che nascono dal potere della nostra immaginazione. Il bugiardo in fondo è un po’ come uno scrittore (e viceversa): dipinge una realtà inesistente, cercando di renderla il più credibile possibile al suo interlocutore. Nel romanzo, le bugie e i romanzi hanno un ruolo molto importante: questa frase mi sembrava unirli in una forma poetica. Oggi si parla di post-verità e concetti simili, ma ho la sensazione che i rapporti tra verità e menzogna, realtà e fantasia, siano sempre stati complessi: una lunga e forse inesauribile contesa di confini molto sfumati.

L’educazione ad un uso consapevole delle nuove tecnologie è uno dei compiti più alti e più difficili affidati alla scuola di oggi. Le chiediamo di scegliere per i nostri lettori insegnanti un passo del romanzo da leggere e da discutere in classe. 

C’è un passaggio in cui il professor Mancini, il nuovo datore di lavoro del protagonista, Riccardo, gli spiega, alla luce di alcune nuove scoperte scientifiche, alcuni meccanismi che regolano l’immaginazione e l’empatia. Riccardo reagisce così:

Era stato allora che, dopo essersi sentito un idiota più o meno dal momento in cui si era seduto in quell’ufficio, Riccardo si era lasciato sfuggire un’espressione di bonaria superiorità. A quanto pareva, l’erudito professor Mancini, e con lui una comunità mondiale di luminari, erano arrivati a scoprire quello che chiunque, fin da bambino, lasciato in compagnia di un libro, sapeva bene: che immaginare un’emozione equivale a provarla. Pagina dopo pagina, Riccardo aveva attraversato la soglia di migliaia di esistenze le quali, a loro volta, avevano attraversato la soglia della sua, e non c’era bisogno di tante rigorose sperimentazioni per sapere che, sì, immaginare di vivere equivale a vivere.

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