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Letteratura e emozioni

Alberto Savinio, "Monumento ai giocattoli", olio su tela, 1930. Fonte immagine: Farsetti Arte.

A che cosa serve la letteratura? Che senso ha, oggi, insegnarla a scuola? Contro la somministrazione medicinale di testi. Verso una nuova pratica della lettura, esistenziale ed emotiva. Perché prendere in mano un libro può cambiare il mondo. Di Roberto Carnero.

Letteratura a scuola: come e perché

Perché a scuola si insegna la letteratura? Perché le poesie, i romanzi, le grandi pagine dei classici continuano a essere al centro della didattica dell’italiano? A che cosa serve tutto questo? Non sono domande oziose. Al contrario sono interrogativi che noi docenti è bene che ogni tanto ci poniamo. Diversamente rischiamo di finire, mutatis mutandis, come il personaggio di un romanzo, Jakob von Gunten, dello scrittore svizzero Robert Walser (1878-1956), in quel caso uno studente, il quale dice a un certo punto: «Quello che facciamo noialtri alunni, lo facciamo perché dobbiamo farlo; ma perché lo si debba fare, nessuno di noi lo sa con precisione». La letteratura è senza dubbio uno straordinario strumento di penetrazione nella cultura, nella mentalità, nella visione del mondo di una certa epoca. Si studia la produzione letteraria di un certo periodo perché essa ci consente di conoscerlo meglio. Si leggono le opere letterarie del passato, poi, perché attraverso la lettura di testi si sviluppano le capacità di comprensione degli scritti in generale. Inoltre c’è, nella lettura dei testi letterari, una dimensione estetica che porta i ragazzi a familiarizzarsi con il bello e ad apprezzarlo sempre maggiormente: questo almeno su un piano teorico, perché sappiamo che eventuali errori da parte di chi insegna rischiano di portare i giovani a odiare, anziché ad amare l’oggetto dello studio.

Contro l'uso medicinale della letteratura

Tale rischio diventa concreto quando si mette in atto quello che Cesare Cases chiamava l’«uso medicinale della letteratura», prassi ahinoi molto diffusa nell’abitudine scolastica. Essa si verifica quando si "somministra" un testo letterario come si somministrerebbe, appunto, una terapia. Il testo in questo caso non vale in sé e per sé, ma in quanto scaturigine di una batteria di domande a risposta aperta, quesiti a scelta multipla, esercizi di varia natura. Ma, storture a parte, il valore storico, quello culturale, quello linguistico e quello estetico esauriscono le ragioni della centralità della letteratura nei nostri curricula scolastici?

Per una lettura esistenziale ed emozionale

Oggi lo studio della letteratura appare sempre più tecnicizzato, quando l’accento viene posto su una didattica "per competenze" (appunto storiche, culturali, linguistiche, estetiche...). Così le opere dei grandi scrittori finiscono per essere oggetti analizzati in maniera fredda, distaccata, presuntuosamente scientifica. C’è però un’altra dimensione, poco presente nelle indicazioni ministeriali e negli orientamenti didattici più à la page, eppure – chi insegna lo sa – assai importante, se non addirittura decisiva non solo per il rapporto dei ragazzi con l’universo dei libri, ma anche per la loro stessa vita nella sua interezza. Parlo di una lettura che potremmo definire esistenziale ed emozionale.

Letteratura da vivere

Poniamoci ora una domanda ancora più radicale di quelle da cui siamo partiti: a che cosa serve la letteratura? Decine, centinaia di studiosi e di teorici si sono posti questa domanda. Su questo argomento sono stati scritti libri impegnativi. Noi insegnanti, forti dell’esperienza quotidiana con gli adolescenti, sappiamo che in questa età della vita la letteratura può aprire grandi orizzonti. Certo, questo lo fanno anche il cinema, la musica, le arti figurative, direi l’arte in generale. Ma nella letteratura, almeno nella grande letteratura, c’è un aspetto intellettuale, meditativo, riflessivo che è unico e potente. Il bravo insegnante è quello capace di far interagire il più possibile i testi che si leggono in classe con il vissuto dei ragazzi. Non tanto al fine di un’attualizzazione magari anacronistica e forzata, quanto per far capire ai giovani di oggi che la letteratura parla di loro, che i libri, le poesie, i romanzi affrontano le questioni, gli interrogativi, le ansie, le delusioni, gli entusiasmi, i sentimenti, positivi e negativi, che tutti noi viviamo nel corso della nostra esistenza.

Prendi un libro e cambia il mondo

Lo hanno capito chiaramente i lettori di Pier Vittorio Tondelli, le cui voci sono state raccolte da Enos Rota in un bel volumetto dal titolo Biglietti a un amico, pubblicato a fine 2016, nel 25° anniversario della morte dello scrittore, da una piccola editrice di Reggio Emilia, Magellano Fine Books: i lettori dell’autore di Altri libertini testimoniano l’importanza decisiva che ha rivestito per le loro vite la lettura delle sue opere. È stato proprio Tondelli a spiegare in poche parole molto efficaci come la letteratura apra nuovi orizzonti alla nostra vita, arricchendo l’esperienza di altre possibili esperienze con una forza utopica insostituibile: «Quello che voglio da un romanzo, o da un libro, è che mi dia qualcosa che io non so, che mi comunichi uno scarto nella mia visione delle cose, del mondo, che apra una breccia nella mia coscienza. Così imparo, mi arricchisco. Ho sempre bisogno di nuovi libri e di nuovi romanzi. Ho profondamente bisogno di una continua "ritestualizzazione" del mondo. Perché il mondo così com’è non va bene. Occorre un cambiamento. E bisogna crederlo possibile. Un libro, un buon libro, non cambia il mondo, però cambia il suo modo di parlare. E forse anche il modo di sentirlo» (L’abbandono). Non a caso Tondelli parlava del proprio lavoro come di una "letteratura emotiva". Non dobbiamo avere paura di fare emergere dai testi le emozioni. Oggi a scuola sembra che si abbia paura delle emozioni. Eppure la grande letteratura è uno straordinario serbatoio di emozioni, accostandoci al quale possiamo comprenderle ed elaborarle, anche per non rimanerne vittime. [da "Avvenire", 25 gennaio 2017]. 

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