Blog

Un dibattito da "Tempi moderni"

I temi del lavoro e dell’industria dal capolavoro di Chaplin alla letteratura italiana del dopoguerra.

80 anni (e qualche mese) fa usciva uno dei massimi capolavori della cinematografia mondiale: Tempi moderni di Charlie Chaplin.
La pellicola vede per l’ultima volta sullo schermo il personaggio di Charlot, che rappresenta la condizione dell’operaio trasformato dalla svilente logica produttivistica in un ingranaggio della catena di montaggio industriale che automatizza i movimenti, uccide i tempi morti (e vivi), ragiona solo secondo principi di efficienza e guadagno.
La sequenza della catena di montaggio, una delle più divertenti e famose del film, è fondamentale per comprenderne la portata polemica. Charlot vive la condizione descritta da Karl Marx quasi un secolo prima: 

 «…il lavoro resta estraneo all'operaio, cioè non appartiene al suo essere, e l'operaio non si afferma nel suo lavoro, bensì si nega, non si sente appagato ma infelice, non svolge alcuna libera energia fisica e spirituale, bensì mortifica il suo corpo e rovina il suo spirito… »  (Manoscritti del '44).

Costretto a ripetere continuamente gli stessi semplici gesti – che anche un “bambino di tre anni avrebbe saputo compiere”, come sosteneva l'industriale Ford – perde sé stesso proprio nell’attività lavorativa in cui egli, come uomo, dovrebbe realizzarsi.

 

Il dibattito intellettuale in Italia

Il tema del lavoro nell’era industriale ha dato adito a numerosi dibattiti culturali nel corso del tempo, ed è tuttora attualissimo. Roberto Carnero e Giuseppe Iannaccone, in una pagina del sesto volume del corso Al cuore della letteratura, raccontano come è stato rappresentato in Italia nel periodo del boom economico tra la fine degli anni Cinquanta e il corso degli anni Sessanta del Novecento.

Scrittori e uomini di cultura si interrogano sulle modalità più opportune per raccontare il mondo del lavoro e della fabbrica. Nel 1961 Elio Vittorini e Italo Calvino dedicano il numero 4 della rivista “Il Menabò di letteratura”, da loro diretta, proprio al rapporto tra letteratura e industria, chiedendo al mondo letterario nuove opere ispirate alla realtà di un paese in pieno boom economico e attraversato da cambiamenti profondi.
In particolare nel suo contributo, intitolato appunto Industria e letteratura, Vittorini sottolinea che è importante rappresentare realisticamente il mondo della fabbrica, sostituendo questo tema a quelli tradizionali, e mostrare attraverso la letteratura l’influsso (sul piano sociale e psicologico) di questo aspetto sempre più importante nel mondo contemporaneo, possibilmente anche attraverso nuove forme e nuove tecniche narrative.

 

La produzione narrativa

Sono molti gli scrittori che, prima e dopo il dibattito innescato dal “Menabò”, si cimentano con il racconto della fabbrica, con toni e intenti diversi.
Il marchigiano Paolo Volponi (1924-1994) raffigura, in libri come Memoriale (1962) e La macchina mondiale (1965), i rapporti tra individuo e strutture produttive. In particolare, nel primo romanzo viene descritto il progressivo scivolare nella follia di un operaio, Albino Saluggia, che vive il mondo della fabbrica con sentimenti contrastanti. La sua alienazione personale (la nevrosi determinata dal lavoro) diventa emblematica della più vasta e diffusa alienazione che caratterizza il mondo contemporaneo.
Mentre in Donnarumma all’assalto (1959) il romano (poi trasferitosi a Milano) Ottiero Ottieri (1924-2002) racconta il mondo operaio stravolto dalla tecnologia, collocando la vicenda nella caotica fase dell’industrializzazione del Sud, nel romanzo Il calzolaio di Vigevano (1959) Lucio Mastronardi (1930-1979) descrive l’evoluzione di un ambiente sociale di provincia (la sua Vigevano) in concomitanza con l’evoluzione del sistema industriale, con una carica di aggressività che si esprime in uno stile fortemente espressionistico (vicino, per questo aspetto, a quello di Bianciardi).
Infine, il romanzo Il padrone (1965) del vicentino Goffredo Parise (1929-1986) ha per protagonista un giovane assunto da una grande azienda del Nord: sempre più assorbito dal lavoro, egli recide i legami con l’ambiente di provenienza (la famiglia, gli amici, la fidanzata) fino a giungere a cancellare completamente la propria personalità e a percepirsi quasi come proprietà del padrone della ditta.