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Goethe, Mahler e l’Ottava sinfonia: il trionfo dell’Eros creatore

Sono stati a scuola, ne sono usciti, hanno ascoltato lezioni, letto libri e manuali, subito interrogazioni e svolto compiti. I nostri nuovi blogger hanno tra i 18 e i 20 anni, e una gran voglia di condividere con i lettori i loro sguardi "al cuore della letteratura".

Oggi Lorenzo Banchi ci parla di Goethe, Mahler e l'Ottava sinfonia.

L’ottava sinfonia di Mahler può essere letta quale testimonianza della felice ossessione del compositore per il nesso tra suono e parola e come lettura del Faust II di Goethe: l’amore, e in particolare l’Eros, è fisicamente e spiritualmente generativo.

Una felice ossessione: suono e parola
Fra i nomi di quanti seppero recepire e tradurre in forme musicali quella crisi che fra Otto e Novecento investì ogni forma artistica ed ogni ambito del pensiero occidentale, spicca quello di Gustav Mahler. Oltre ad aver rappresentato un punto di svolta epocale per la storia della musica, l’opera mahleriana aprì la strada ai linguaggi e alle innovazioni novecentesche, prima fra tutte la Seconda Scuola di Vienna.
Sebbene esistano numerose testimonianze di musica da camera e strumentale appartenente agli anni giovanili (di cui sopravvive solo l’incompiuto quartetto per pianoforte), la produzione mahleriana si compone di due soli generi, il lied e la sinfonia.

Non è un caso che l’universo sinfonico e tematico del compositore boemo trovi il proprio nucleo originario in un ciclo di lieder, Des Knaben Wunderhorn, composti fra il 1887 e il 1890. È, infatti, il legame fra suono e parola, che in musica si realizza proprio nel genere del lied, a ossessionare Mahler: solo la parola, afferma in una lettera alla moglie Alma, permette di esprimere con la necessaria concisione ciò che in termini sinfonici richiederebbe amplissimi spazi. Ben quattro delle sue nove sinfonie compiute (n° 2, 3, 4, 8) contengono infatti uno o più movimenti cantati. È però nel Das Lied von der Erde che si realizza la perfetta sintesi fra i due generi: articolata in sei movimenti in forma di lied, in ognuno dei quali compare la voce umana, quest’opera unica mantiene tuttavia la coesione propria della sinfonia.

L’ottava tra Medioevo e Faust II
L’Ottava sinfonia occupa un posto molto particolare nella produzione mahleriana; le altre tre sinfonie cantate, scritte in successione, erano accomunate, insieme alla Prima, da un unico filo narrativo: l’eroe "protagonista" della Prima sinfonia è “portato a seppellire” nella Seconda, afferma Mahler, denominata non a caso La Resurrezione. La Terza si configura come un’ascesa di stampo platonico: da un movimento dedicato al risveglio panico della natura, passando attraverso la celebrazione del mondo vegetale, di quello animale, umano e angelico, si giunge al grande Adagio conclusivo, espressione sinfonica dell’Amore divino. La Quarta, infine, è un'esaltazione della vita celestiale e beata; a essa seguono tre sinfonie esclusivamente strumentali, le cosiddette Rückertsinfonien.

L’Ottava, composta a Maiernigg nell'estate del 1906, non ha precedenti nella storia della musica. Prevede un organico spropositato (la prima esecuzione richiese oltre 1200 fra cantanti e strumentisti) ed è la prima sinfonia a essere cantata dall’inizio alla fine. Non segue la convenzionale suddivisione in più movimenti; al contrario, è articolata in due grandi sezioni giustapposte, assolutamente non simmetriche – la durata della seconda parte, che racchiude in sé le funzioni di Adagio, Scherzo e Finale, è doppia rispetto a quella della prima. Ma è la scelta dei testi a rappresentare la vera peculiarità della sinfonia; per la prima parte, Mahler utilizzò un inno medievale, il Veni, creator Spiritus: è molto facile, all’ascolto, riconoscere l’influsso bachiano e le suggestioni gregoriane che guidarono la composizione di questa maestosa ed impressionante pagina sinfonica. Accostare a un inno pentecostale la scena finale del Faust II di Goethe, che costituisce il testo della seconda parte, è una scelta quantomeno inusuale: il Chorus Mysticus conclusivo, in particolare, è stato oggetto di molteplici interpretazioni, e la scelta, da parte di Mahler, di abbinarlo ad un inno liturgico desta perplessità ancora maggiori.

L’Eros creatore
La concezione goethiana tutta immanentistica dell’universo e della vita (su cui Dilthey, nella parte del saggio Das Erlebnis und die Dichtung dedicata a Goethe fornisce acutissime riflessioni) pare qui venir meno, per fare spazio ad un principio trascendente, das Ewig-Weibliche (“Eterno Femminino”, nella traduzione di Carducci), fonte della salvezza di Faust. Ma sebbene la vena pessimistica che attraversa l’intero poema lasci effettivamente posto a versi vibranti di redenzione, questo principio di grazia giunge dall’alto di un Universo che lo contiene tutto e in cui tutto si realizza, e non dalla sommità di un cielo dantesco, i cui echi sono pur abbondantemente presenti in queste pagine. Non una grazia trascendente, quindi, ma una forza interna all’Universo stesso.
Anche in questo senso è da intendersi la scelta, da parte di Mahler, di affidare le battute conclusive ad un gruppo di ottoni isolati rispetto al resto dell’orchestra, in posizione sopraelevata: una superiorità tutta spaziale, che nel Teatro-Cosmo si realizza e si esaurisce. Questo gruppo di strumentisti aggiuntivo non va perciò inteso come un mero espediente scenografico: il messaggio redentore dell’Eterno Femminino, per il quale le parole umane non sono sufficienti, trova in essi la propria espressione. Ma il medesimo gruppo strumentale compare anche a chiusura della prima parte, dove "protagonista" è quello Spirito Creatore invocato dall'impetuoso coro iniziale, e chiarissimi sono i collegamenti tematici fra la musica delle due sezioni. Il nesso fra questi due testi apparentemente estranei è così rivelato: l'idea di Goethe, che era appartenuta già a Platone e che Mahler fa propria, è che l’amore, e l’Eros in particolare, è fisicamente e spiritualmente generativo. È questo il tema di fondo del poema, e difatti l'"Eterno" del verso conclusivo è "Femminino", principio spirituale di Grazia e al tempo stesso Madre feconda.

L’opera di Mahler come lettura del Faust di Goethe
Al di là di ogni personale preferenza, l'Ottava è da considerarsi una delle più ispirate creazioni di tutta la produzione mahleriana, tant'è che essa vide la luce in un tempo relativamente breve ed in un unico slancio creativo, a differenza di molti altri suoi lavori, che ebbero una genesi travagliata. Sebbene parte della critica ritenga l'Ottava inferiore ad altre pagine dello stesso autore, è tuttavia innegabile che questa opera fornisce, fra le altre cose, una preziosa chiave di lettura del poema goethiano: l'imponenza delle masse orchestrali e corali, unita alla tonalità dello splendore e della luce accecante, il Mi bemolle maggiore, va ad esaltare non tanto quell'”apoteosi del corruttore” che pur rimane innegabilmente una delle principali linee guida da seguire nella lettura del testo, quanto di quello che R. Schneider definisce "il mistero gaudioso di una fine che è raggiante principio", quello degli uomini Faust e Goethe che si salvano nel culto della Mater Gloriosa.

CONSIGLI PER L'ASCOLTO
Nonostante le evidenti difficoltà organizzative che l’esecuzione di un'opera di tali dimensioni comporta, esistono molte registrazioni valide: riportiamo qui le più celebri, che costituiscono un punto di avvio per una buona esperienza di ascolto. Va tuttavia precisato che l'Ottava è un lavoro di comprensione non immediata, il cui ascolto, per poter essere apprezzato appieno, dovrebbe essere preceduto da quello delle altre sinfonie dello stesso autore.

  • L. Bernstein, London Symphony Orchestra, Columbia, 1967
  • J. Horenstein, London Symphony Orchestra, BBC, 1959
  • K. Tennstedt, London Philarmonic Orchestra, EMI, 1987
  • G. Solti, Chicago Symphony Orchestra, Decca, 1972

Fra le interpretazioni più recenti meritano di essere ricordate quella di P. Boulez, fra le più analitiche e ponderate, e quella di M.T. Thomas, per l'ottima qualità della registrazione.