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Letture in classe - Primo Levi, I sommersi e i salvati

I sommersi e i salvati di Primo Levi, uscito nel 1986, contiene un capitolo che analizza il destino della parola, del linguaggio, della comunicazione nel “laboratorio crudele dei Lager” e pone molte domande anche all’oggi. Ecco un assaggio del testo, con proposte di attività da svolgere in classe.  

Il libro – I sommersi e i salvati

Dopo aver testimoniato l’inferno di Auschwitz in Se questo è un uomo (1947), Primo Levi continua a riflettere sulla Shoah per tutta la vita. Racconta il “purgatorio” del viaggio dal Lager a Torino nella Tregua (1962), scrive articoli, recensioni e racconti, anche per contrastare i negazionisti francesi (Robert Fourisson in testa). Nel 1986, poco prima di morire, pubblica I sommersi e i salvati, alta prova di impegno ragionativo e civile, dove saggio e narrazione s’incontrano.

In questo testo, che deve il suo titolo a un capitolo di Se questo è un uomo (la suggestione iniziale è con tutta verosimiglianza dantesca, ed è stata variamente riferita a Inferno XX, 1-3, IV, 62-63 e VI, 13-15), Levi intende chiarire alcuni aspetti del funzionamento dei campi di sterminio, dove la contrapposizione non è tanto tra “buoni” e “cattivi”, ma tra coloro che non riescono a sopravvivere (i sommersi) e coloro che invece ce la fanno (i salvati). Posto che "ogni vittima è da piangere, ed ogni reduce è da aiutare e da commiserare", "non tutti i loro comportamenti sono da porre ad esempio". Infatti, scrive Levi nella prefazione al volume, "l'interno dei Lager era un microcosmo intricato e stratificato; la 'zona grigia' [...], quella dei prigionieri che in qualche misura, magari a fin di bene, hanno collaborato con l'autorità, non era sottile, anzi costituiva un fenomeno di fondamentale importanza per lo storico, lo psicologo e il sociologo". Il capitolo più famoso del libro, La zona grigia, osserva nel dettaglio lo spazio che separa le vittime dai persecutori: non è vuoto, è appunto una zona grigia, popolata da figure intermedie di prigionieri che si assimilano ai persecutori.

Il tema in questione, affrontato nel 2016 dal film Il figlio di Saul (e così severamente glossato ancora da Levi, durante un’intervista rilasciata a Giuseppe Grassano nel 1978: “Il dividere in bianchi e neri vuol dire non conoscere l’essere umano. È un errore, serve solo alle celebrazioni”), non è l’unico del libro. O meglio nel libro s’intreccia con altre importanti questioni. Una è l’uso e il destino della lingua, della comunicazione, della parola nel Lager e tra gli uomini che subiscono la pressione di uno Stato autoritario. Nel capitolo Comunicare, Levi comincia dal suo presente: osteggia la teoria, di moda negli anni Settanta, secondo la quale l’“incomunicabilità” sarebbe un ingrediente immancabile, una condanna a vita per l’uomo, specie nell’età industriale. Sono scuse che assolvono la pigrizia mentale e hanno il solo effetto di generarne altra, afferma Levi. Comunicare si può e si deve, continua; quando non si può comunicare o non se ne sente il dovere qualcosa sta andando storto: “negare che comunicare si può è falso, si può sempre. Rifiutare di comunicare è colpa”. Lo sanno bene i reduci dai campi, e proprio per il fatto di esser stati costretti a un’esperienza di “incomunicabilità radicale”.

L’assaggio – Comunicare

[...] Per noi italiani, l’urto contro la barriera linguistica è avvenuto drammaticamente già prima della deportazione, ancora in Italia, al momento in cui i funzionari di pubblica sicurezza italiana ci hanno ceduti con visibile riluttanza alle SS, che nel febbraio 1944 si erano arrogata la gestione del campo di smistamento di Fòssoli, presso Modena. Ci siamo accorti subito, fin dai primi contatti con gli uomini sprezzanti dalle mostrine nere, che il sapere o no il tedesco era uno spartiacque. Con chi li capiva, e rispondeva in modo articolato, si instaurava una parvenza di rapporto umano. Con chi non li capiva, i neri reagivano in un modo che ci stupì e spaventò: l’ordine, che era stato pronunciato con la voce tranquilla di chi sa che verrà obbedito, veniva ripetuto identico con voce alta e rabbiosa, poi urlato a squarciagola, come si farebbe con un sordo, o meglio con un animale domestico, più sensibile al tono che al contenuto del messaggio.

Se qualcuno esitava (esitavano tutti, perché non capivano ed erano terrorizzati) arrivavano i colpi, ed era evidente che si trattava di una variante dello stesso linguaggio: l’uso della parola per comunicare il pensiero, questo meccanismo necessario e sufficiente affinché l’uomo sia uomo, era caduto in disuso. [...] Racconta Marsalek, nel suo libro Mauthausen (La Pietra, Milano 1977) che in questo Lager, ancor più mistilingue di Auschwitz, il nerbo di gomma si chiamava “der Dolmetscher”, l’interprete: quello che si faceva capire da tutti.
Infatti, l’uomo incolto (e i tedeschi di Hitler, e le SS in specie, erano paurosamente incolti: non erano stati “coltivati”, o erano stati coltivati male) non sa distinguere nettamente fra chi non capisce la sua lingua e chi non capisce tout court. Ai giovani nazisti era stato martellato in testa che esisteva al mondo una sola civiltà, quella tedesca; tutte le altre, presenti o passate, erano accettabili solo in quanto contenessero in sé qualche elemento germanico. Perciò, chi non capiva né parlava il tedesco era per definizione un barbaro; se si ostinava a cercare di esprimersi nella sua lingua, anzi, nella sua non-lingua, bisognava farlo tacere a botte o rimetterlo al suo posto, a tirare, portare e spingere, poiché non era un Mensch, un essere umano. [...]
La maggior parte dei prigionieri che non conoscevano il tedesco, quindi quasi tutti gli italiani, sono morti nei primi dieci-quindici giorni dal loro arrivo: a prima vista, per fame, freddo, fatica, malattia; ad un esame più attento, per insufficienza d’informazione. Se avessero potuto comunicare con i compagni più anziani, avrebbero potuto orientarsi meglio: imparare prima a procurarsi abiti, scarpe, cibo illegale; a scansare il lavoro più duro, e gli incontri spesso mortali con le SS; a gestire senza errori fatali le inevitabili malattie. Non intendo dire che non sarebbero morti, ma avrebbero vissuto più a lungo, e avrebbero avuto maggiori possibilità di riguadagnare il terreno perduto.

Nella memoria di tutti noi superstiti, e scarsamente poliglotti, i primi giorni di Lager sono rimasti impressi nella forma di un film sfuocato e frenetico, pieno di fracasso e di furia e privo di significato: un tramestio di personaggi senza nome né volto annegati in un continuo assordante rumore di fondo, su cui tuttavia la parola umana non affiorava. Un film in grigio e nero, sonoro ma non parlato. [...]
Ho raccontato nelle prime pagine di La tregua un caso estremo di comunicazione necessaria e mancata: quello del bambino Hurbinek, di tre anni, forse nato clandestinamente nel Lager, a cui nessuno aveva insegnato a parlare, e che di parlare provava un bisogno intenso, espresso da tutto il suo povero corpo. Anche sotto questo aspetto, il Lager era un laboratorio crudele in cui era dato assistere a situazioni e comportamenti mai visti né prima, né dopo, né altrove. (da I sommersi e i salvati, Einaudi, Torino, 2007, pp. 69-73, passim)

Strumenti e letture

L’attività didattica

  • Raccontiamo l’esperienza concentrazionaria di Levi, facendo riferimento alle pagine dedicate nel corso Al cuore della letteratura (vol. VI, pp. 709-715): dopo l’8 settembre, Levi si unisce a una banda partigiana in Val d’Aosta, nel dicembre dello stesso anno viene arrestato dalle milizie fasciste. Si dichiara ebreo al momento dell’arresto. Alla fine del gennaio 1944 è trasferito nel campo Carpi-Fossoli, dove si trovano molti ebrei italiani. A febbraio il campo passa sotto il comando tedesco, che organizza subito la deportazione dei prigionieri nel lager del Reich. Il 22 febbraio parte il convoglio che in cinque giorni conduce Levi, con circa altri 650 ebrei italiani, verso il campo di sterminio di Auschwitz, in Polonia, dove l’autore resta prigioniero per circa un anno. Questa esperienza è raccontata in Se questo è un uomo. Si ammala di scarlattina proprio nel momento in cui i tedeschi, minacciati dall’arrivo delle truppe russe, abbandonano il campo. Trasferiscono i prigionieri e successivamente li uccidono; lasciano invece al loro destino i malati che erano nell’infermeria. Il 27 gennaio del 1945, i soldati sovietici liberano i sopravvissuti, tra loro c’è anche Levi. Dopo la liberazione, lavora per qualche tempo come infermiere in un campo sovietico in transito. A giugno inizia il viaggio di rimpatrio, raccontato in La tregua. Arriva a Torino il 19 ottobre.
  • Contestualizziamo il libro I sommersi e i salvati, facendo riferimento ancora alle pagine dedicate a Levi nel corso Al cuore della letteratura (vol. 6, pp. 709-715) e ai contributi audio sopra indicati. 
  • Leggiamo il testo una prima volta ad alta voce, accogliamo le domande che vengono dalla classe e costruiamo delle ipotesi di risposta insieme agli studenti
  • Guidiamo la comprensione, l’analisi e l’interpretazione del testo proponendo una serie di domande. Qui di seguito un possibile modello.

Comprensione

  • In che modo i prigionieri italiani si rendono conto del fatto che “sapere o no il tedesco era uno spartiacque”?
  • L’uso dei colpi con chi “non capisce” è “una variante dello stesso linguaggio”, dice Levi. Subito di seguito, fornisce un esempio tratto da un altro libro: quale? Quale l’esempio fornito?
  • In quale punto del testo Levi spiega le ragioni del comportamento delle SS nei confronti di chi non comprende e non parla il tedesco?
  • Nel testo, Levi fa riferimento ad un altro suo libro: quale? Per quale motivo?

Analisi

  • Secondo Marco Belpoliti, I sommersi e i salvati è uno dei libri più importanti del ventesimo secolo, dove Levi parla di memoria, violenza, zona grigia in maniera saggistica senza mai rinunciare all’aspetto letterario. Anzi: Primo Levi è un grande testimone proprio perché è un grande scrittore. Riflettiamo:

    - Quali sono gli inserti narrativi nel testo?
    - Quali le caratteristiche principali dello stile di Levi? Prevale la paratassi o l’ipotassi?
    - Quale posizione assume il narratore?
    - Perché, secondo te, Levi è così preciso nel fornire dati, date, riferimenti a opere altrui (per esempio aggiungendo nel corpo del testo casa editrice, luogo, anno di pubblicazione)?

    Sullo sfondo di questo secondo momento, teniamo uno spunto fornito nel corso Al cuore della letteratura: l’asciuttezza del dettato, nei libri di Levi, fa sì che la denuncia degli orrori subìti acquisti “una forza ancora maggiore: la forza che possiedono le parole di chi non urla e non piange, ma sottovoce pronuncia terribili verità”.

Interpretazione

  • Apriamo una riflessione sul rapporto comunicazione-lingua madre-diritto d’espressione e di comunicazione ieri e oggi, prendendo come punto di riferimento questo giudizio del filosofo Tzvetan Todorov su I sommersi e i salvati:

    "La semplice memoria del male non è [...] sufficiente a prevenirne il ritorno; bisogna che il richiamo del male sia sempre accompagnato da un’interpretazione e da istruzioni per l’uso; ed è proprio quello che ci offre Levi nei Sommersi e i salvati. Levi non si accontenta di rievocare gli orrori del passato, ma si interroga – a lungo, con pazienza – sui significati che tali orrori hanno oggi per noi; ed è proprio in questo atteggiamento verso il passato che sta la sua lezione più preziosa. È proprio in quest’ottica che si trova in compagnia di altri grandi rappresentanti del nuovo umanesimo europeo (quello del dopo Auschwitz e del dopo Kolyma) come Vasilij Grossman e Germaine Tillon: quegli umanisti, cioè, a cui l’aver dovuto scandagliare il fondo del male non ha impedito di mantenere opinioni moderate; che la follia del mondo non ha cioè portato a rinunciare alla ragione". (Prefazione a P. Levi, I sommersi e i salvati, Einaudi, Torino 2007, p. IX).

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