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Lingue che raccontano la Shoah


Cinque autori della letteratura straniera, cinque lingue, cinque consigli di lettura da condividere con la classe per affrontare il tema della Shoah.

Una mattinata difficile

  • Sono scritti in olandese i Diari e le Lettere di Hetty Hillesum (a lato). Ebrea di origini russe nata il 15 gennaio 1914 a Middelsburg, nel sud-ovest dei Paesi Bassi, Hetty muore ad Auschwitz il 30 novembre del 1943.
    La scrittura dei Diari, dal 9 marzo del 1941 al 13 ottobre del 1942, è avviata durante un periodo d’analisi con lo psicanalista junghiano Julius Spier, che fu anche amante di Etty e che la avvicinò alla lettura della Bibbia e di Agostino. Raccontano come gradatamente la persecuzione s’insinua e poi s’insedia con sempre maggiore velocità e violenza nella vita di una giovane donna. Alla paura e alla disperazione dei primi momenti, succede da parte di Hetty un atteggiamento di ferma volontà testimoniale, di cura delle facoltà umane (l’osservazione della natura, il dialogo spregiudicato con Dio, la lettura, la “bontà”) e di aiuto ai compagni perseguitati.
    Nei fatti, dopo un impego amministrativo presso il Consiglio Ebraico, Hetty chiede e ottiene di entrare nella Sezione di Assistenza sociale ai deportati nel campo di smistamento di Westerbork. Qui viene chiusa come prigioniera il 6 giugno del 1943 e da qui viene deportata a Auschwitz. Le Lettere, per lo più scritte dal campo di Westerbork, raccontano la storia di tanti deportati che s’intreccia con quella di Hetty medesima.

    “E Dio creò l’uomo a sua immagine e somiglianza. Dentro di me, questa frase ha passato un mattinata difficile. Vi ho detto spesso che le parole e le immagini non sono sufficienti per descrivere notti come questa. Ma devo provare a scrivere qualcosa per voi, perché siamo occhi e orecchie di un pezzetto di storia ebraica, e qualche volta sentiamo il bisogno di essere anche una piccola voce.” (lettera dal campo di transito di Westerbork, 24 agosto 1943, rivolta “A Han Wegerif e altri”, trad. it. di Francesca Degai e Ilona Merx per Via del Vento Edizioni, Pistoia).

    enlightenedLa vita di Hetty Hillesum su Rai scuola (video).

Mai dimenticherò

  • Esce a Parigi nel 1955, in francese, La notte di Elie Wiesel (1928-2016), scrittore nato in Romania, premio Nobel per la pace nel 1986, liberato nell’aprile 1945 da Buchenwald dopo aver visto morire il padre. Wiesel, sopravvissuto a quattro anni trascorsi in altrettanti lager tedeschi, non aveva voluto scrivere subito la sua “deposizione” (così definì il libro, tempo dopo). Una prima prova di scrittura del testo, assai corposa, era in yiddish; venne pubblicata nel 1954 in versione ridotta a Buenos Aires e rimase poco nota.
    Successivamente, lo scrittore francese François Mauriac invitò Wiesel a ridurre e rivedere il testo, riscritto per l’occasione in francese (La Nuit).
    Nel corso Al cuore della letteratura (vol. VI, pp. 731-733), sono riportati due passaggi del libro: “con stile laconico che rasenta l’impersonalità, vi si descrivono due condanne a morte nel campo di Buna (uno dei campi del complesso di Auschwitz): quella di un giovane polacco, che sembra inizialmente non suscitare contraccolpi negli altri detenuti, ormai rassegnati alla morte, e quasi privati di umano sentimento, e quella di un ragazzino. Di fronte al patibolo, riaffiora però lo strazio a lungo nascosto nel silenzio: i compagni non posso trattenere più le lacrime e, vittime di un male che ha corroso l’idea stessa di umanità e di civiltà, si chiedono dove sia Dio, se si può ancora credere in lui, se dopo Auschwitz la fede sia ancora ammissibile”.

    "Mai dimenticherò quella notte, la prima notte nel campo, che ha fatto della mia vita una lunga notte e per sette volte sprangata. Mai dimenticherò quel fumo. Mai dimenticherò i piccoli volti dei bambini di cui avevo visto i corpi trasformarsi in volute di fumo sotto un cielo muto. Mai dimenticherò quelle fiamme che bruciarono per sempre la mia Fede. Mai dimenticherò quel silenzio notturno che mi ha tolto per l'eternità il desiderio di vivere. Mai dimenticherò quegli istanti che assassinarono il mio Dio e la mia anima, e i miei sogni, che presero il volto del deserto. Mai dimenticherò tutto ciò, anche se fossi condannato a vivere quanto Dio stesso. Mai." (incipit del libro La notte, trad. it. di Daniel Vogelmann per l'edizione Giuntina, Firenze).

    enlightenedUna polemica sull'eredità letteraria di Elie Wiesel su Pagina 3 (audio)

Una fabbrica di morte

  • Nel 1944 esce a puntate, sulla rivista russa "Znamja", un reportage sul campo di concentramento di Treblinka. L’autore è il corrispondente di guerra dell’Armata Rossa Vasilij Grossman. Autore del poderoso Vita e destino (che non riuscì a pubblicare sotto lo Stato socialista in cui visse), testimone anche dell’antisemitismo di Stato russo, Grossman aveva perduto la madre nel 1941, nel massacro compiuto dalle SS a Berdicev, in Ucraina (alla madre morta, Grosmann scrisse in seguito due lettere).
    Le corrispondenze del 1944 formano il libro L'inferno di Treblinka, costruito su testimonianze di prima mano, registrate dalle voci dei pochi superstiti, dagli abitanti dei dintorni, dalle guardie. Il testo venne consegnato al collegio d'accusa del processo di Norimberga.

    “Gli abitanti di Wólka, il paese più vicino a Treblinka, raccontano che a volte le urla delle donne erano così strazianti che l'intero paese, sconvolto, scappava nel bosco, lontano, pur di non sentire quelle grida lancinanti che trafiggevano gli alberi, il cielo e la terra. E che, di colpo, si zittivano, per ricominciare altrettanto improvvise, altrettanto tremende, e penetrare di nuovo nelle ossa, nel cranio, nell'anima... Tre, quattro volte al giorno. Chiesi di quelle grida a Sch., uno dei boia catturati. Mi spiegò che succedeva quando liberavano i cani per costringere le donne a entrare nelle camere a gas. «Vedevano la morte in faccia. E poi era stretto, lì dentro, molto stretto, i Wachmànner le picchiavano brutalmente e i cani strappavano loro le carni». Il silenzio sopraggiungeva quando le porte delle camere a gas venivano chiuse. E le grida ricominciavano quando arrivava un nuovo lotto di donne. Due, tre, quattro, anche cinque volte al giorno. Perché Treblinka non era un semplice luogo di morte. Era una fabbrica di morte, una catena di montaggio improntata a quelle della moderna produzione industriale su larga scala.” (Vasilij Grossman, L’inferno di Treblinka, trad. it di Claudia Zonghetti per Adelphi, Milano).

    enlightenedVasilij Grossman, un ritratto su Rai Letteratura (video)

Una lezione, non una teoria

  • La banalità del male, famoso e controverso libro di Hannah Arendt, è scritto in americano. È composto dagli articoli che la filosofa tedesca naturalizzata statunitense inviò al “New Yorker” nel 1961, dalle sedute del processo al criminale nazista Karl Adolph Eichmann, che aveva il compito di individuare e deportare gli ebrei verso i lager.
    La cronaca del dibattimento è accompagnata, nelle pagine di Arendt, dalla registrazione della “lezione” che, a detta dell'autrice, giunge da Gerusalemme: la “terribile normalità” dell’imputato. Non un assassino feroce e sanguinario, ma un uomo senza idee, incapace d’immaginazione e di distinguere il bene dal male.
    In molti polemizzarono con l’autrice, che rispose scrivendo un’Appendice al testo.

    “Per dirla in parole povere, egli [Eichmann] non capì mai che cosa stava facendo. Fu proprio per questa mancanza d’immaginazione che egli poté farsi interrogare per mesi dall’ebreo tedesco che conduceva l’istruttoria, sfogandosi e non stancandosi di raccontare come mai nella nelle SS non fosse andato oltre il grado di tenente-colonnello e dicendo che non era stata colpa sua se non aveva avuto altre promozioni. In linea di principio non era stupido sapeva benissimo quale era la questione, e nella sua ultima dichiarazione alla Corte parlò di un «riesame dei valori» imposti dal governo nazista. Non era stupido; era semplicemente senza idee (una cosa diversa dalla stupidità, e tale mancanza di idee ne faceva un individuo predisposto a divenire uno dei più grandi criminali di quel periodo. [...] Quella lontananza dalla realtà e quella mancanza d’idee possono essere molto più pericolose di tutti gli istinti malvagi che forse sono innati nell’uomo. Questa fu la lezione di Gerusalemme. Ma era una lezione, non una spiegazione del fenomeno, né una teoria.” (Appendice a La banalità del male, trad. it. di Piero Bernardini per Feltrinelli, Milano. La citazione viene dal corso Al cuore delle letteratura, vol. VI, p. 735).

    enlightenedRitratto Hannah Arendt su Rai Scuola (video)
    enlightenedHannah Arendt, il film di Margarethe von Trotta (trailer)

Proseguirò la mia vita che non è proseguibile

  • Essere senza destino, romanzo del premio Nobel per la letteratura 2002 Imre Kertész (nato a Budapest nel 1929, deportato ad Auschwitz, liberato a Buchenwald nel 1945, morto il 31 marzo del 2016), viene pubblicato per la prima volta nella lingua madre dell'autore, l'ungherese, nel 1975 (la traduzione italiana del testo è degli anni Novanta, dalla successiva versione tedesca autorizzata dall'autore).
    In patria, appena uscito, il libro viene ignorato e Kertész messo al bando. Il testo racconta parte dell’esperienza dell’autore attraverso la voce di un personaggio d’invenzione, il quattordicenne ebreo ungherese Gyurka che vive l’avvio delle persecuzioni e poi la deportazione attraverso vari campi di concentramento. Il testo è caratterizzato da una malinconica ironia e dal rifiuto di accettare la spiegazione religiosa dei torti e delle violenze subite ("questo è il volere di Dio"). Kertész ha curato di persona la traduzione cinematografica del suo romanzo, uscita nel 2005 per la regia di Lajos Koltai.

    "Vorrei affermare che certi concetti li comprendiamo realmente solo in un campo di concentramento. Nelle stupide fiabe della mia infanzia, per esempio, compariva spesso il 'garzone girovago' oppure il 'povero ragazzo' che per poter chiedere la mano della principessa va a servizio dal re, e questo tanto più volentieri, giacché deve farlo solo per sette giorni. 'Ma sette giorni da me sono sette anni', gli dice il re; ebbene, io potrei dire lo stesso del campo di concentramento. Per esempio, non avrei mai creduto di potermi trasformare tanto in fretta in un vecchio raggrinzito. A casa ci vuole del tempo, almeno cinquanta, sessant'anni: qui tre mesi erano bastati perché il mio corpo mi piantasse in asso." (da Essere senza destino, trad. it. dal tedesco di Barbara Griffini, per Feltrinelli, Milano).

Per lavorare in classe...

  • Nel corso Al cuore della letteratura, vol. VI, pp. 724-736, è possibile seguire con gli studenti il percorso Raccontare la Shoah, con testi e schede biografiche di Paul Celan, Primo Levi, Elie Wiesel, Günther Anders, Hannah Arendt.
  • Nel Dbook (libro digitale) allegato al corso sono presenti: a. una mappa dei campi di concentramento in Europa; b) altri testi: di Giacomo Debenedetti, Primo Levi, Etty HIllesum; c) la lettura ad alta voce di Todesfuge di Paul Celan; il percorso interdisciplinare L'esperienza concentrazionaria.  
  • Leggi l'attività didattica su I sommersi e i salvati e scopri una mostra su Primo Levi, con laboratori per le scuole [Elena Frontaloni]