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Shakespeare, 400 anni e non sentirli

Quattro secoli ci separano ormai dalla morte di William Shakespeare. Eppure l’universalità delle sue parole lo rende vicinissimo al nostro sentire. Di più. Sono talmente radicate nel profondo della nostra langue (per usare Ferdinand De Saussure) da intrecciarsi in maniera ormai indistinguibile con la cultura occidentale.

L’inventore dell’uomo

In un’intervista del 2014 Harold Bloom, uno dei più noti critici letterari americani, spiega perché nel suo saggio Il canone universale definisce Shakespeare "inventore dell’uomo".

 «Non intendo certo dire che Shakespeare sia stato “inventore” al pari di Thomas Alva Edison, che ha creato la lampadina. Cito Johnson quando afferma che “l’essenza della poesia è invenzione”: questa è l’accezione del termine in retorica, e io lo uso in questo modo, intendendo con “invenzione” la scoperta dell’uomo tramite l’esercizio del linguaggio e del pensiero. Tutto ciò di cui parla Shakespeare è sempre esistito, infatti, ma se non ce l’avesse mostrato sotto una certa luce, forse non l’avremmo mai visto o riconosciuto.

C’è però un’altra questione fondamentale, relativa ai caratteri. Prima di Shakespeare essi, nell’ambito della letteratura creativa, sono stati rappresentati in modi diversissimi, dalla narrativa al teatro alla poesia all’epica. Ma il grande drammaturgo inglese, insieme a Montaigne (che è quasi suo contemporaneo e verso il quale ha qualche debito) e a Cervantes forma un trio che, in maniera differente, ha saputo dare nuova enfasi alla rappresentazione del carattere: Montaigne ne crea uno, gigantesco: se stesso; Cervantes due, Sancho Panza e Don Chisciotte, il cavaliere dalla triste continenza.

Tuttavia in questo senso Shakespeare è unico, perché ci fornisce cento diversi caratteri nei personaggi principali delle sue trentotto opere teatrali, e mille altri nei personaggi minori: ognuno parla, si comporta e pensa in modo diverso. Questo è il suo miracolo». 

 

Shakespeare everywhere

Due esempi – diversissimi tra loro, seppur parimenti illuminanti – possono essere utili a darci la misura di quanto il poeta di Stradford-upon-Avon faccia parte del nostro bagaglio collettivo.

Un articolo apparso recentemente sul periodico “Internazionale” (25 gennaio 2016) mostra quanto frequentemente le opere shakespeariane siano richiamate nelle aule di tribunale americane (in più di ottocento pareri giudiziari). Questo avviene non solo perché citando Shakespeare «si cerca di conferire al verdetto credibilità e invocare un senso di profondità storica», ma anche e soprattutto perché si fa riferimento a un immaginario culturale condiviso da tutti. Ricordare i suoi drammi significa mettere nelle mani di ognuno delle chiavi di interpretazione e di giudizio condivise e, per loro stessa natura, prolificamente problematiche.

Chiunque sa chi sono Re Lear, Amleto, Giulietta. Tutti conoscono le vicende e i caratteri di Macbeth, Otello e del mercante di Venezia. Per questo motivo tali personaggi ben si prestano a un infinito gioco di rimandi, trasformazioni, satire. Nel film comico Chi si ferma è perduto (1960), per esempio, diretto dal regista Sergio Corbucci, il “principe della risata” Totò veste i panni di un insolito Romeo a colloquio con una Giulietta interpretata dall’attrice Lia Zoppelli. Romeo-Totò è un impiegato squattrinato che, lungi dall’essere disposto a morire per amore, punta a sposare la sorella del suo capufficio per ottenere una promozione. Le rime baciate contribuiscono a conferire una tonalità quasi da canzonetta a un dialogo decisamente vacuo, basato a tratti su veri e propri nonsense, che costituisce un’attualizzazione parodica e dissacrante delle altezze della tragedia shakespeariana.
Il testo del dialogo è riportato integralmente sulle pagine del sesto volume di Al cuore della letteratura, p. 155.