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Asteroidi e vere “guerre stellari” (Parte II)

Una compagnia statunitense sta progettando di estrarre metalli rari dagli asteroidi che orbitano vicino alla Terra. La competizione tra potenze mondiale per il controllo delle risorse raggiungerà anche lo spazio?

La scorsa settimana abbiamo parlato della possibilità di risolvere il problema della scarsità delle risorse minerarie della Terra andandole a prelevare su altri corpi celesti, e precisamente sulle migliaia di asteroidi che incrociano più da vicino l’orbita del nostro pianeta. Molte di queste enormi rocce spaziali sono infatti ricchissime di metalli sulla Terra assai rari e preziosi, in quanto usati per importanti processi industriali. Può sembrare un’eventualità fantascientifica, ma alcuni lungimiranti imprenditori si sono portati avanti fondando compagnie minerarie spaziali, il cui obiettivo per ora è sviluppare le tecnologie che consentiranno l’estrazione di minerali da lontani asteroidi ed effettuare prospezioni minerarie a distanza, mediante rilevamenti di telescopi e satelliti, per scegliere le prede più ambite, vale a dire gli asteroidi più vicini e potenzialmente più ricchi di risorse.

Tra gli investitori della compagnia Planetary Resources c’è anche James Cameron, regista di classici film di fantascienza come Terminator e Avatar. Fonte: www.techradar.com

La più nota di queste nuove compagnie spaziali è la statunitense Planetary Resources, di cui abbiamo già parlato, ma ci sono anche altre startup attive nel settore, non solo americane come la rivale Deep Space Industries, ma anche russe, cinesi e giapponesi, tutte intente a reclutare investitori e a progettare campagne minerarie per battere sul tempo i concorrenti e raggiungere per primi gli asteroidi più ricchi. La prospettiva di una corsa all’oro spaziale solleva però parecchi dubbi e interrogativi, che ci siamo posti alla fine dell’articolo della scorsa settimana e che ripetiamo qui: queste potenziali, ricchissime miniere spaziali hanno un proprietario? Possono essere rivendicate come proprietà esclusiva, con gli annessi diritti di sfruttamento, dalla prima compagnia che li raggiungerà? E tale proprietà sarà della compagnia privata che ha lanciato la sonda o dello Stato in cui l’azienda è basata? Si scatenerà nel prossimo futuro una competizione per le immense ricchezze dello spazio? O, peggio ancora, un conflitto tra le grandi potenze spaziali per il controllo delle basi extraterrestri?

Una riproduzione artistica di come potrà apparire una miniera spaziale secondo la compagnia Deep Space Industry. Fonte: www.ytimg.com

La prospettiva che l’incessante lotta tra Stati e potenti multinazionali per espandere la propria influenza e accaparrarsi le risorse naturali della Terra si possa estendere anche allo spazio non è molto confortante. Fortunatamente sembra che, almeno in teoria, le potenze mondiali non scateneranno a breve un conflitto per la colonizzazione dello spazio, e che quindi una vera e propria guerra stellare non sia imminente. A impedirlo dovrebbe essere un lungimirante trattato internazionale firmato nel lontano 1967 da 102 Stati, tra cui tutte le attuali potenze spaziali. Il suo nome completo è, fate un bel respiro, “Trattato sui principi che governano le attività degli Stati in materia di esplorazione ed utilizzazione dello spazio extra-atmosferico compresa la Luna e gli altri corpi celesti”, ma è fortunatamente più noto con il nome inglese Outer Space Treaty (Trattato sulla spazio extra-atmosferico) o l’acronimo OST. Entrato in vigore nel pieno della corsa allo spazio tra Stati Uniti e Unione Sovietica, il Trattato nasceva per impedire che la Guerra Fredda potesse estendersi oltre i confini della Terra. Il primo articolo esordisce dichiarando che lo spazio è “patrimonio comune di tutta l’umanità” e che “l’esplorazione e l’uso dello spazio esterno, compresa la luna e gli altri corpi celesti, devono essere portate avanti a beneficio e interesse di tutte le nazioni”. Il secondo articolo prosegue ribadendo che “Lo spazio extra-atmosferico non è soggetto ad appropriazione nazionale né rivendicandone la sovranità, né occupandolo, né con ogni altro mezzo”. È in virtù di questo articolo che l’astronauta Neil Armstrong non ha potuto rivendicare la sovranità sulla Luna a nome degli Stati Uniti quando nel 1969 piantò per la prima volta sul suolo lunare la bandiera a stelle e strisce. L’intento di impedire un’indebita militarizzazione dello spazio traspare soprattutto dall’articolo 4, il quale stabilisce che è proibita la messa in orbita di armi nucleari o altri generi di armi di distruzione di massa, così come la costruzione di basi o altre installazioni militari in orbita o su altri corpi celesti.

Il lancio, avvenuto il 3 dicembre 2014 dallo spazioporto di Tanegashima, della sonda giapponese Hayabusa 2, progettata per testare tecnologie per l’estrazione di risorse dagli asteroidi. Il suo arrivo sull’asteroide 162173 Ryugu è previsto per il 2018. Fonte: www.huffingtonpost.co.uk

Il Trattato sulla spazio extra-atmosferico è stato il primo tentativo di estendere allo spazio extraterrestre le norme del diritto internazionale che regolano i rapporti tra Stati. Ma proprio per questa sua precocità lascia aperte alcune questioni fondamentali. D’altra parte, alcune tecnologie che oggi diamo per scontate nel 1967 si potevano leggere solo nei romanzi di fantascienza. Il primo nodo è che, sebbene sia proibita l’appropriazione esclusiva di un corpo celeste da parte di uno Stato, non è proibito il suo “uso”, purché questo avvenga per “scopi pacifici”. Questo significa che un Paese non può mandare una sonda su un asteroide e reclamare il suo possesso esclusivo, ma nulla impedisce che possa iniziare a usarlo per estrarre minerali preziosi e riportarli sulla Terra. Gli oppositori delle future miniere spaziali hanno tuttavia obiettato che tecnicamente il Trattato proibisce la vendita di questo materiale, in quanto stabilisce, come abbiamo visto, che “l’uso”, ma si potrebbe tradurre anche “sfruttamento”, dello spazio deve avvenire per il beneficio dell’intera umanità, mentre l’eventuale vendita delle risorse spaziali andrebbe soprattutto a beneficio di chi le vende. C’è però un importante precedente che va in senso contrario: l’era dello sfruttamento minerario dei corpi celesti è tecnicamente già iniziata, dal momento che le missioni inviate sulla Luna sia dagli Stati Uniti sia dall’Unione Sovietica hanno già riportato sulla Terra campioni del suolo lunare. E, cosa ancora più importante, i Sovietici hanno successivamente venduto alcune di queste rocce lunari a istituti scientifici e privati collezionisti, senza che nessuno protestasse invocando una violazione del Trattato.

Un momento delle negoziazioni per il Trattato sulla spazio extra-atmosferico all’Assemblea generale dell’ONU. Fonte: www.legal.un.org

Il secondo punto ambiguo è che nel 1967 tutti si immaginavano che l’esplorazione e la conquista dello spazio sarebbero sempre state portate avanti dagli Stati e dalle loro agenzie spaziali ufficiali. Il Trattato si concentra quindi sui rapporti tra Stati nell’intento di prevenire lo scoppio di una guerra spaziale tra superpotenze. Nessuno si poteva immaginare che cinquant’anni dopo semplici cittadini, per quanto ricchi, avrebbero fondato compagnie per mandare in orbita veicoli spaziali e iniziare a sfruttare commercialmente gli altri corpi celesti. Come avviene in tutti i campi all’avanguardia, spregiudicati imprenditori sentono già di poter approfittare di questo vuoto normativo per poter agire indisturbati e trasformare lo spazio in un analogo tecnologico del Far West ai tempi della corsa all’oro, dove chi arriva prima si aggiudica le prede più ricche. E in effetti le analogie con questo periodo della storia americana sono molte. Proprio lo scorso novembre, per esempio, il Congresso degli Stati Uniti ha approvato lo Space Act, un insieme di leggi che dovrebbe regolamentare l’esplorazione e lo sfruttamento dello spazio da parte di privati, e che per la prima volta prevede la possibilità di garantire a compagnie private la concessione esclusiva dei diritti di sfruttamento sugli asteroidi raggiunti dalle loro sonde. Proprio come avveniva per i lotti di terreno della frontiera americana, chi arriva per primo su un lontano asteroide può garantirsi l’esclusiva sul proprio “territorio” e reclamare la proprietà su ogni minerale estratto e il successivo diritto di rivenderlo una volta riportato sulla Terra. La legge ha fatto la gioia delle neonate compagnie minerarie spaziali come Planetary Resources, e rischia di scatenare nei prossimi decenni una corso all’oro spaziale senza esclusione di colpi, in cui poche, potenti corporations potrebbero arrivare a reclamare i diritti esclusivi di sfruttamento su decine o centinaia di asteroidi vicini. Un colonialismo spaziale che rischia di approfondire ancora di più le disuguaglianze sulla Terra, dividendo questa volta chi possiede il denaro e la tecnologie per poter sfruttare le risorse spaziali e chi invece deve accontentarsi di sfruttare quelle, sempre più scarse e contese, della nostra vecchia Terra. Ma secondo i critici lo Space Act ha un risvolto ancora più pericoloso: si tratta di una legge emanata dagli Stati Uniti e che quindi vincola soltanto le compagnie americane. Qualsiasi concessione mineraria spaziale garantita dagli USA può ovviamente beneficiare soltanto una compagnia americana e proteggerla soltanto dai tentativi di sfruttamento di altre aziende degli USA. Cosa succederà quando su un asteroide giungeranno contemporaneamente le sonde di una compagnia americana e quella di un’azienda estera, magari russa o cinese? Potrebbero scoppiare contenziosi o scaramucce tra potenze coloniali spaziali, proprio come avveniva tra le potenze europee in Africa e Asia ai tempi del colonialismo? Proprio per evitare che la storia si ripeta molti commentatori hanno criticato il tono da cowboy dello Space Act americano, e auspicato invece la costituzione di un organismo internazionale, magari un'agenzia dell’ONU, per regolamentare le sfruttamento economico dello spazio e dirimere i futuri contenziosi internazionali.