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La letteratura ci può salvare dal conformismo

Che cosa significa essere conformisti oggi? Ha ancora senso parlare del conformismo come di un’emergenza sociale? 

L’indagine attorno al conformismo e la condanna di questo atteggiamento morale e psicologico sono state capisaldi della riflessione letteraria novecentesca. Nel 1929, il romanzo d’esordio del ventiduenne Alberto Moravia, Gli indifferenti, offriva, in pieno ventennio fascista, un quadro amaro della borghesia di quegli anni, mostrandone tutto l’opportunismo, il cinismo e lo squallore morale.
Oltre al valore storico, il romanzo di Moravia veicolava però anche un messaggio di tipo esistenziale, giacché nei protagonisti delle vicende narrate si leggono i sintomi di quel disagio interiore e di quella "malattia della volontà" che possono essere riassunti con il vocabolo "inettitudine". Nel 1951 Moravia pubblica un altro romanzo, intitolato Il conformista, in cui questa dimensione si precisa meglio. Lo scrittore romano prova a rappresentare il fascismo "dalla parte del fascismo" (Marcello, il protagonista, lavora per i servizi segreti del regime): Bernardo Bertolucci ne trarrà nel 1970 un film con Jean-Louis Trintignant e una giovane Stefania Sandrelli.


 

 

 

 

 

 

Una scena da "Il conformista", regia di Bernardo Bertolucci

Nei primi anni Settanta, però, Pier Paolo Pasolini parla di un "nuovo fascismo" che ha prodotto (stava producendo in quegli anni, e le cose non sono certo migliorate da allora) nuovi conformismi. È il "Potere" (con l’iniziale maiuscola, come Pasolini scrive sempre questa parola negli Scritti corsari) della società dei consumi, basato su una ideologia la quale pretende di insegnare che possiamo essere tanto più felici quanto più siamo in grado di acquistare e consumare beni materiali. Per Pasolini è, questa, l’apoteosi della mentalità borghese, l’affermazione ormai illimitata di una sorta di "borghesizzazione" dell’intera società, comprese le classi popolari: come si capirà, per lo scrittore friulano la borghesia non è semplicemente una classe sociale, ma una condizione dello spirito.
Si tratta di una mentalità talmente pervasiva che anche la "protesta" e la "contestazione" vengono assorbite dallo stesso conformismo, al punto che si crea una sorta di "conformismo dell’anticonformismo". Dei giovani "capelloni" di quegli anni Pasolini scrive che sono andati «più indietro dei loro padri, risuscitando nella loro anima terrori e conformismi, e, nel loro aspetto fisico, convenzionalità e miserie che parevano superate per sempre». I capelli lunghi, da segno progressista di contestazione, una volta diventati "moda", diventano obbligo conformistico, come tale di segno conservatore e regressivo.
Chi conosca l’opera e il pensiero di Moravia e Pasolini non si stupirà del fatto che si sia deciso di incentrare un convegno sul tema del conformismo in letteratura proprio attorno a questi due autori. Angelo Fàvaro - già animatore a Sabaudia, quattro anni fa, di quell’iniziativa (e di un altro incontro, sempre nel 2015, tutto dedicato a Pasolini) - ne ha curato gli atti per le avellinesi Edizioni Sinestesie in un volume intitolato Moravia, Pasolini e il conformismo.
Pasolini definiva il conformismo la «testarda certezza degli incerti». È sempre molto comodo mandare il cervello all’ammasso. Certamente i media (è noto l’odio di Pasolini per la televisione) e i new media (che lui, assassinato nel 1975, non ha fatto in tempo a conoscere) vi contribuiscono non poco. La scommessa del lavoro di Fàvaro è che la letteratura possa contribuire a reagire alla melassa conformistica in cui siamo immersi, offrendo visioni "difformi" e suscitanto un pensiero autenticamente critico, capace di svelare anche gli inganni più subdoli di cui siamo oggetto. Scrive Fàvaro: «Nel conformismo della società di massa, il dato che maggiormente lascia sconcertati è l’illusione di libertà: i conformisti sono fiduciosi di agire e di pensare liberamente, e invece vengono perfettamente manipolati e divengono altrettanto facilmente manipolabili. Insoddisfazione, angosce, insicurezze e stati d’animo intrisi di frustrazione, ogni malessere esistenziale sono fomentati dalla cultura di massa, affinché si ricerchi la cura nel meccanismo dei consumi». È una situazione in cui tutti siamo immersi, ma è già un passo verso la guarigione prenderne coscienza.
Roberto Carnero