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7 aprile 1994: una tragedia dimenticata

Un bambino ruandese piange la morte dei propri cari durante il genocidio del 1994. Fonte: www.voiceseducation.org 

Sono cominciate oggi a Kigali, capitale del Ruanda, le commemorazioni di uno degli eventi più terribili della storia contemporanea, il genocidio iniziato esattamente venti anni fa, nel corso del quale morino quasi un milione di persone.

È iniziato questa mattina a Kigali, la capitale del Ruanda, uno dei più tormentati Paesi dell’Africa subsahariana, il lungo ciclo di cerimonie e commemorazioni organizzato in occasione dei venti anni dall’inizio del genocidio ruandese, un’ondata di terribili violenze e sopraffazioni che insanguinò il Paese per circa 100 giorni dall’aprile del 1994, e nel corso della quale persero la vita oltre 800.000 persone.

Nei decenni precedenti l’esplosione del conflitto il Ruanda era stato piagato da tensioni e occasionali violenze tra i due gruppi etnici che costituiscono tuttora la popolazione del Paese, la maggioranza hutu, un’etnia bantu formata prevalentemente da agricoltori, e la minoranza tutsi, la quale, pur essendo in inferiorità numerica al tempo degli scontri, aveva costituito per lungo tempo la classe dominante del Paese, occupando quasi tutte le cariche statali e dell’esercito. Nella notte tra il 6 e il 7 aprile 1994, l’aereo su cui viaggiava il presidente ruandese Juvénal Habyarimana, di etnia hutu ma accusato di essere troppo “morbido” nei confronti della minoranza tutsi, fu abbattuto da ignoti durante l’atterraggio all’aeroporto di Kigali. Le principali formazioni paramilitari hutu accusarono immediatamente dell’attentato i gruppi politici tutsi, e nei giorni successivi scatenarono feroci rappresaglie contro tutti i cittadini tutsi del Paese, formando “squadroni della morte” armati con armi erano state precedentemente nascoste in depositi segreti. Le violenze che dilagarono per le successive settimane misero letteralmente gli uni contro gli altri parenti, colleghi, amici e vicini, divisi soltanto dalla differente appartenenza etnica. Si calcola che in quel periodo persero la vita poco meno di un milione tra tutsi e hutu “moderati”, cioè coloro che si erano rifiutati di prendere parte alla violenze; uomini, donne e bambini uccisi a colpi di arma da fuoco oppure, quando le munizioni erano finite, di machete o altre armi improprie. Oltre ai morti ci furono oltre 2 milioni di profughi, che cercarono di scampare alla violenze riparando nei vicini Burundi, Zaire (oggi Repubblica Democratica del Congo), Tanzania e Uganda.

Profughi ruandesi, carichi di tutti i loro averi, in fuga verso la Tanzania per scampare alle violenze del 1994. Fonte: www.unhcr.org

La reazione della comunità internazionale alle violenze arrivò con colpevole ritardo, tanto che da più parti si lavarono accuse contro l’ONU e i Paesi occidentali, che furono tacciati di indifferenza, dal momento che le violenze avvenivano in un Paese martoriato dalla povertà dove le grandi potenze mondiali non avevano interessi economici da difendere. Nel Paese era presente un piccolo contingente multinazionale di Caschi Blu dell’ONU, nell’ambito della missione designata UNAMIR, e comandati dal generale canadese Roméo Dallaire, il quale, comprendendo ben presto la potenziale gravità di ciò che stava per accadere, chiese ripetutamente l’invio di truppe di pace di rinforzo per fermare l’imminente massacro. La risposta dell’ONU fu invece assai tardiva, e si concretò con l’operazione Turquoise, l’invio di un corpo di spedizione composto da meno di 3000 soldati francesi, che non riuscì a operare efficacemente a causa dei numeri esigui e delle regole di ingaggio restrittive ai quali era sottoposto. Per mesi la salvezza per migliaia di tutsi poté arrivare soltanto dall’eroismo di singoli individui, che spesso rischiarono la vita, e si scontrarono con l’indifferenza delle nazioni estere, per aiutare amici o perfetti sconosciuti. Emblematica fu la vicenda di Paul Rusesabagina (di padre hutu e madre tutsi), direttore di un grande albergo di Kigali di proprietà di una società belga, che diede rifugio per settimane a oltre 1200 tutsi, corrompendo le squadre delle milizie hutu inviate per ucciderli e salvandoli da morte certa. La vicende di Rusesabagina è raccontata, in forma inevitabilmente romanzata, nel film Hotel Rwanda, candidato all’Oscar nel 2005.

Le violenze contro i tutsi terminarono dopo circa 100 giorni di terrore, quando formazioni paramilitari tutsi comandate da Paul Kagame, l’attuale presidente del Ruanda, entrarono nel Paese dai campi militari allestiti negli Stati confinanti. Al genocidio seguì però una dura guerra civile, che si esaurì solo alcuni mesi più tardi. Da allora il Ruanda ha cercato di lasciarsi alle spalle la tragedia, anche attraverso l’istituzione di uno speciale Tribunale Penale Internazionale per il Ruanda, che negli anni seguenti portò di fronte alla giustizia molti tra i principali responsabili del genocidio, condannandoli per crimini contro l’umanità. Negli ultimi anni il Paese ha recuperato una parziale stabilità politica e sociale, con la promulgazione di una nuova costituzione che abolisce ogni distinzione formale tra le parti della popolazione appartenenti a differenti etnie e condanna ogni forma di discriminazione. Anche dal punto di vista economico i progressi sono stati notevoli. Sebbene possieda ancora amplissime sacche di povertà e si classifichi nella parte bassa delle graduatorie sullo sviluppo umano, come del resto gran parte dei Paesi dell’Africa subsahariana, il Ruanda ha sperimentato negli ultimi anni una notevole crescita economica, la quale, grazie anche all’opera delle associazioni umanitarie e non governative (che dal genocidio in poi hanno prestato al Paese una particolare attenzione al Paese) ha portato alla diminuzione dei tassi di povertà e mortalità infantile, e a un considerevole aumento del livello di scolarizzazione dei giovani ruandesi. Il problema più grande rimane la sovrappopolazione, con oltre undici milioni di abitanti concentrati in un’area poco più grande di quella del Piemonte.

Il presidente del Ruanda Paul Kagame e il segretario generale dell'Onu Ban Ki-Moon accendono la torcia per commemorare le vittime del genocidio ruandese. Fonte: www.bbc.co.uk

Come accennato, oggi 7 aprile 2014 sono cominciate le commemorazioni per il ventesimo anniversario del genocidio, con il presidente Kagame che ha acceso solennemente una torcia che verrà lasciata bruciare per 100 giorni, il tempo per cui durò il massacro. Ma quella che sarebbe dovuta essere nelle intenzioni un’occasione di composto dolore e riflessione per quanto accaduto è stata macchiata dalle polemiche e dalle tensioni politiche, con lo stesso presidente Kagame che, in un’intervista concessa qualche giorno fa, ha accusato la Francia e il Belgio di avere avuto una responsabilità nell’inizio degli scontri del 1994. Accuse che i governi dei due Paesi hanno respinto con sdegno e che hanno causato pure un grave incidente diplomatico, con la delegazione francese che, per protesta, ha deciso di non partecipare alla commemorazione di oggi.