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Apre alle visite il più antico tempio preistorico

Sarà presto visitabile uno dei più straordinari siti archeologici mai scoperti: il tempio Göbekli Tepe in Turchia, i cui scavi hanno rivoluzionato le nostre convinzioni sulla preistoria.

Domenica 10 marzo si è svolta in Turchia una cerimonia molto importante per il mondo dell’archeologia e del turismo: il presidente turco Recep Erdoğan ha ufficialmente dichiarato aperto ai visitatori uno dei siti archeologici più significativi del mondo, la cui scoperta ha profondamente scosso le nostre convinzioni sulla preistoria dell’uomo. Si tratta del sito di Göbekli Tepe, vicino alla città di Şanlıurfa nella Turchia meridionale, non lontano del confine con la Siria. Scoperto nel 1963 da studiosi turchi e statunitensi, il sito fu scavato solo a partire dal 1995 da un gruppo di archeologi tedeschi. Quello che hanno trovato è sorprendente e non ha precedenti in nessun altro sito finora scoperto nel mondo.

Il presidente Recep Erdoğan visita gli scavi di Göbekli Tepe durante la giornata di inaugurazione del sito, lo scorso 10 marzo. Fonte: Turkish President Press .

Gli scavi hanno infatti rivelato l’esistenza di un grandioso tempio costituito da oltre 200 pilastri di roccia calcarea, alti fino a 6 metri e scolpiti con figure di animali – tra cui leoni, serpenti, avvoltoi, volpi, gazzelle e cinghiali – tutti ritratti con grande maestria. Ma la cosa veramente sorprendente è che gli archeologi hanno datato la parte più antica del sito al 9.500 a.C. circa, un periodo precedente alla nascita dell’agricoltura nella regione. Questa datazione di fatto sconvolge le convinzioni che gli studiosi fino ad allora nutrivano sull’organizzazione sociale, le attività e la cultura delle società preistoriche di cacciatori-raccoglitori. Se ciò fosse confermato, significherebbe che uno di questi gruppi, quello responsabile della costruzione del tempio, aveva un’organizzazione sociale molto più complessa, ed era in grado di dedicarsi a progetti molto più grandiosi e impegnativi, di quanto finora si pensava fosse possibile. La costruzione del tempio, che rimase in attività per oltre 2000 anni, richiese probabilmente il lavoro di centinaia di persone alla volta, impegnati per un periodo di diversi secoli. Alcuni studiosi hanno ipotizzato che, almeno nel caso di questo sito e della popolazione che lo costruì, la rivoluzione agricola avvenne “al contrario” rispetto a quanto di era pensato: non sarebbe stata l’introduzione dell’agricoltura a creare il surplus di risorse e di manodopera che consentì la realizzazione di edifici e opere più grandi e complesse, ma forse si cominciò a coltivare proprio per garantire le risorse necessarie alla costruzione del tempio. E tutto ciò è ancora più notevole se pensiamo che il sito di Göbekli Tepe, con ogni probabilità, non aveva una funzione pratica, ma solo una spirituale.

Due degli straordinari pilastri scolpiti con figure animali rinvenuti a Göbekli Tepe, ora esposti al Museo delle Civiltà Anatoliche di Ankara. Fonte: www.medium.com

Oltre a dare ai visitatori di tutto il mondo la possibilità di visitare un luogo unico, l’apertura al pubblico del sito di Göbekli Tepe costituisce anche una ghiotta opportunità di promozione, in termini di attrattiva turistica e di immagine, per l’odierna Turchia. Nel 2018 Göbekli Tepe è stato inserito dall’UNESCO nella lista dei siti Patrimonio Mondiale dell’Umanità, e il 2019 è stato dichiarato “Anno di Göbekli Tepe” dal governo turco, che ha organizzato una serie di eventi culturali per promuovere il sito archeologico in tutto il mondo. L’attenzione su questo gioiello del passato è una manna dal cielo per il presidente Erdoğan, che può sfruttarla per far passare in secondo piano, davanti alla stampa nazionale e internazionale, la difficile situazione politica interna della Turchia e il ruolo del Paese nel tormentato teatro della guerra civile siriana. La presenza di Göbekli Tepe promette inoltre di rilanciare il turismo e l’economia in una regione del Paese che ha patito le conseguenze della guerra che si combatte da anni a poche decine di chilometri dal confine, e che ormai sale alla ribalta della cronaca solo per il fiume di profughi e rifugiati che si riversano in Turchia, provenienti dalla frontiera siriana, per sfuggire ai combattimenti e alle violenze.