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Arriva l’inverno… e la “guerra” del gas

Un incidente avvenuto in un impianto di smistamento del gas naturale in Austria ha rischiato far rimanere al freddo tutta l’Italia, mettendo in luce il problema della dipendenza energetica nel nostro Paese.

L’inverno astronomico non è ancora ufficialmente cominciato, ma l’Italia è già stata investita da cicloni di origine artica che hanno portato freddo e neve su molte regioni della Penisola. E, come avviene da qualche anno a questa parte in occasione dell’inizio della stagione fredda, sono cominciati anche i timori e le polemiche sull’approvvigionamento del gas naturale che giunge in Italia, proveniente dai Paesi dove di estrae, tramite i gasdotti. Qualche anno fa abbiamo già parlato delle criticità che presenta l’estrazione e il trasporto del gas naturale in Europa, e delle complesse manovre geopolitiche che interessano il settore e mettono gli Stati europei gli uni contro gli altri. Riassumendo, l’Italia dipende quasi interamente dall’utilizzo del gas naturale per il riscaldamento delle case e, in misura minore, per la generazione di elettricità. Ma sul suolo italiano se ne estrae molto poco, e dunque siamo costretti a importarlo dall’estero.

La mappa dei gasdotti che giungono in Italia, tra cui Greenstream e TAG, già attivi, e TAP, in costruzione. Fonte: www.geograficamente.files.wordpress.com

La maggior parte del gas viaggia tramite gasdotti, lunghissime condutture che attraversano molti Paesi europei come una sorta di sistema circolatorio dell’energia. I principali Paesi fornitori di gas dell’Italia sono la Libia, tramite il gasdotto Greenstream che attraversa il Mar Mediterraneo, e la Russia, dalla quale le immense quantità di gas estratte dai giacimenti della Siberia giungono in Italia tramite il gasdotto TAG (Trans Austria Gas Pipeline), che attraversa l’Austria. Entrambe le direttrici di rifornimento presentano i loro problemi: da una parte l’instabilità politica della Libia mette a rischio il flusso di gas proveniente dall’Africa, dall’altra c’è l’ormai consueta tattica messa in atto dal governo russo, che sfrutta la dipendenza dei Paesi dell’Europa centro-occidentale dal gas russo come arma di pressione politica, come nel caso delle ormai famigerate “guerre del gas” tra Russia e Ucraina. L’opinione comune degli esperti e di molti rappresentanti del mondo politico è che questa dipendenza dell’Italia delle forniture di gas estero, unita alla poca varietà di mezzi con cui esso giunge sul nostro territorio, mette il nostro Paese a rischio nel caso si creasse anche solo una temporanea interruzione, dovuta a una crisi politica o a un semplice problema tecnico, dell’approvvigionamento in una di queste direttrici.

L’incendio seguito all’esplosione avvenuta il 12 dicembre nella centrale di smistamento del gas di Baumgarten, in Austria. Fonte: www.rt.com

Questi timori si sono materializzati proprio l’altro ieri, martedì 12 dicembre, quando si è verificata un’esplosione nell’impianto di smistamento del gas naturale di Baumgarten an der March, in Austria, che fa parte delle infrastrutture del gasdotto TAG. L’incidente ha purtroppo provocato un morto e circa 20 feriti, e per precauzione l’intero impianto è stato chiuso in attesa che venissero effettuate le necessarie verifiche di sicurezza. La centrale di Baumgarten è uno snodo fondamentale per il transito del gas proveniente dalla Russia e diretto in Italia, e l’interruzione del flusso ha di fatto bloccato totalmente il rifornimento di gas proveniente da questa direttrice. L’effetto è stato immediato: il calo previsto dell’offerta di gas, unito al rialzo della domanda (dovuto alle giornate particolarmente fredde), ha fatto immediatamente raddoppiare il prezzo dei futures sul gas italiano, cioè lo strumento finanziario con cui si specula sugli scambi previsti di un certo bene nell’immediato futuro. Per qualche ora, quando ancora non si conosceva l’effettiva entità dei danni alla centrale di Baumgarten, si è temuto effettivamente che l’Italia potesse rimanere a secco di gas, e al freddo, per diversi giorni, dando vita a una vera e propria crisi energetica. L’Italia possiede infatti per legge delle riserve strategiche di gas, per la maggior parte stoccate in giacimenti di gas esauriti che sono però riempiti costantemente col gas importato, dalle quali attingere in caso di emergenza. Ma in questa stagione il consumo di gas su tutto il territorio nazionale è altissimo, e si calcola che, in caso di interruzione totale dell’approvvigionamento proveniente dall’estero, tutte le riserve strategiche italiane basterebbero solo per una quindicina di giorni al massimo. E per il gasdotto TAG, dove è avvenuto l’incidente, transita circa il 30% di tutto il gas importato dall’Italia.

Una manifestazione contro la costruzione del Gasdotto TAP organizzata in Puglia. Fonte: www.leccesette.it

Alla fine l’allarme è cessato meno di 24 ore dopo: i danni alla centrale di Baumgarten si sono rivelati minori del previsto e i rubinetti del gas si sono prontamente riaperti. Ma l’incidente e la temporanea emergenza hanno riparto il dibattito, e riacceso la polemica politica, sulla dipendenza energetica dell’Italia e sulla scarsità di vie alternative di approvvigionamento energetico nel Paese. In realtà alcune soluzioni sono in cantiere da anni, primo fra tutti il TAP (Trans Adriatic Pipeline), un nuovo gasdotto in costruzione che dovrebbe portare in Italia, una volta ultimato, il gas estratto dai ricchi giacimenti del Mar Caspio, passando dal Mar Adriatico e “sbarcando” in Puglia. Ma la realizzazione del TAP si è rivelata problematica, prima per i complicati giochi geopolitici tra Russia, Stati del Caucaso e Paesi dell’Europa Occidentale, dei quali abbiamo già parlato nel nostro precedente articolo, e che hanno rischiato di far naufragare il progetto, poi per i problemi tutti italiani dovuti all’opposizione da parte di alcune componenti della società civile alla costruzione del tratto italiano del gasdotto. Un po’ come accaduto per il progetto TAV (Treno ad Alta Velocità) in Piemonte, in Puglia e in altre regioni è sorto un movimento “no-TAP”, formato da comitati locali di cittadini, associazioni ambientaliste e politici regionali, che si oppone al progetto. Gli esponenti “no-TAP” sostengono che il gasdotto provocherebbe gravi danni all’ambiente e al paesaggio delle regioni coinvolte, e ne denunciano la sostanziale inutilità, affermando che gli unici a beneficiare realmente della nuova infrastruttura sarebbero i politici del governo centrale, le grandi multinazionali energetiche e, non da ultimi, gli esponenti della criminalità organizzata, che a detta degli oppositori avrebbero già messo le mani sui lucrosi appalti legati al progetto, tanto che lo stesso gasdotto è chiamato polemicamente “mafiodotto” durante le manifestazioni contro la sua realizzazione. D’altra parte, gli esperti di politiche energetiche sono convinti dell’importanza strategica del nuovo gasdotto, anche per prevenire potenziali crisi come quella che l’incidente in Austria ha appena prefigurato. Ma i lavori procedono a rilento a causa delle attività di ostruzionismo dei movimenti di protesta, delle polemiche politiche e dei ricorsi giudiziari intentati dagli amministratori locali per fermare il progetto.