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Atterraggi da urlo (Parte II)

La geografia di alcuni luoghi costringe ad acrobazie spericolate i piloti degli aerei che li collegano al resto del mondo.

La scorsa puntata abbiamo cominciato una breve carrellata degli aeroporti più “estremi” e pericolosi del pianeta, dove la particolare conformazione del territorio, il clima o la meteorologia – la loro geografia, insomma – rende assai difficile atterrare con un aereo. Eppure l’ingegno umano e un po’ di sana arte dell’arrangiarsi hanno fatto sì che anche questi luoghi inospitali, e in molti casi bellissimi, siano collegati al resto del mondo dal trasporto aereo.

Una veduta dello spettacolare aeroporto di Barra, in Scozia, e della sua particolare “pista”. Fonte: www.photos.coilleais.com

Nella prima parte abbiamo visto gli incredibili voli radenti dei grandi jet di linea sulla spiaggia dell’isola di Saint Martin nei Caraibi, che fanno la felicità dei bagnanti appassionati di aviazione, e in qualche caso li sollevano letteralmente in aria con il potente getto dei loro motori a reazione. Ma c’è anche un’altra isola che possiede un incredibile aeroporto, se così lo possiamo chiamare, dove però difficilmente vedrete mai qualcuno fare il bagno. Si tratta di Barra, una delle isole più meridionali dell’arcipelago delle Ebridi Esterne in Scozia. Qui il paesaggio è di una bellezza selvaggia, ma ancora più unico è l’aeroporto dell’isola: è infatti l’unico al mondo che come pista di decollo e atterraggio usa una spiaggia, quella di Traigh Mhor, la più grande dell’isola. Il problema è che gran parte della spiaggia viene completamente sommersa dalle acque dell’oceano durante l’alta marea, per cui l’aeroporto è operativo solo in alcune ore della giornata, e i piloti devo calcolare con grande precisione i tempi di percorrenza e di arrivo sull’isola, poiché in caso di errore rischiano di non trovare alcuna pista su cui atterrare! Ciononostante, l’aeroporto è considerato tra i più spettacolari del mondo ed è aperto a regolari voli di linea provenienti da Glasgow. Normalmente non è abilitato ai voli notturni, poiché la pista non è illuminata, ma talvolta capita che gli aerei vi facciano scalo di notte in casi di emergenza, per esempio trasporti medici di urgenza, e in queste occasioni gli addetti dallo scalo illuminano la pista con i fari delle loro auto! La maggior parte degli aerei che atterrano a Barra sono DHC-6 Twin Otter, un fortunato modello di bimotore a elica prodotto in Canada dal 1965, e specializzato in atterraggi e decolli da piste corte. Per questa sua versatilità il Twin Otter è usato in molte parti del mondo e in condizioni estreme, dalle sabbie del Sahara ai ghiacci dell’Artico, da militari, scienziati, esploratori e tutti coloro che hanno bisogno di un mezzo affidabile in ambienti inospitali.

Uno dei DHC-6 Twin Otter usati per i voli da e per l’Antartide. Le piste di atterraggio delle basi antartiche non sono altro che spianate di ghiaccio, e gli aerei usano slitte al posto dei carrelli per atterrare e decollare. Fonte: www.calgaryherald.com

Ed erano proprio Twin Otter i due arei che, lo scorso giugno, sono stati protagonisti del più pericoloso e spettacolare salvataggio areo della storia dell’aviazione. Teatro dell’impresa è stata la base scientifica americana Amundsen-Scott, costruita quasi esattamente in corrispondenza del Polo Sud, in Antartide. L’ambiente è uno dei più inospitali della Terra: l’anno è diviso in un unico giorno lungo sei mesi, in corrispondenza dei mesi estivi, e in un’analoga, continua notte invernale. Nel mese più freddo, che è proprio giugno, la temperatura può scendere fino a -82°C, con venti quasi sempre fortissimi che abbassano ulteriormente il grado della temperatura percepita. Queste condizioni estreme impediscono di solito a qualsiasi areo di atterrare di inverno sulla pista di aviazione della base, e i circa 50 tra tecnici e scienziati che la abitano durante la brutta stagione sono di fatto completamente isolati dal mondo esterno per alcuni mesi.

Il percorso compiuto dall’aereo che ha evacuato due persone dalla base Amundsen-Scott, al Polo Sud. Fonte: www.i2.wp.com

Quest’anno però un’emergenza avvenuta nella base ha costretto a un’operazione senza precedenti. Due membri del personale hanno avuto problemi medici proprio nel cuore dell’inverno antartico. Per questioni di privacy non è stato rivelato se si è trattato di una malattia, delle conseguenze di un incidente o di un altro genere di problema. Ma evidentemente doveva essere molto grave, e i vertici della National Science Foundation, l’ente che gestisce la base, hanno stabilito che i due avevano bisogno di essere immediatamente evacuati per ricevere cure specializzate. A soccorso sono stati chiamati due DHC-6 della compagnia aerea canadese Kenn Borek Air, che opera tutti i collegamenti di routine con le basi artiche e antartiche statunitensi.

Una veduta aerea della pista di atterraggio della base Antartica di Rothera. Fonte: www. phys.org

I due aerei sono partiti dalla città cilena di Punta Arenas, uno degli insediamenti più meridionali del mondo, nella Terra del Fuoco, e hanno raggiunto la stazione di ricerca britannica di Rothera, sulla costa dell’Antartide, a oltre 2000 km dal Polo Sud. Da qui uno dei due aerei è proseguito per la base Amundsen-Scott, nel pieno della notte antartica, giungendo a destinazione dopo circa 9 ore di volo. Qui si è svolta l’operazione più delicata: oltre a imbarcare i due membri del personale che dovevano essere evacuati, l’areo è stato rifornito tenendo costantemente i motori accesi. La temperatura della pista era infatti di -75°C, e i motori del Twin Otter non riescono ad accendersi a meno di -55°C. Se si fossero spenti, quindi, sarebbe stato difficilissimo rimetterli in moto. L’areo è poi ripartito ed è tornato Rothera, dove i due passeggeri sono stati trasferiti sul velivolo che era rimasto indietro, che ha finalmente raggiunto Punta Arenas, e la civiltà, il 22 giugno. Secondo gli esperti di aviazione la missione di salvataggio dei due Twin Otter è stata uno delle più estreme, per condizioni meteorologiche e difficoltà tecniche, della storia del volo.