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Canzoni e crisi diplomatiche: la geopolitica di Eurovision (Parte I)

L’Eurovision Song Contest non è solo la più grande manifestazione musicale europea, ma anche uno specchio dell’intreccio di rivalità e interessi tra i Paesi del continente. Il caso Russia-Ucraina.

Comunemente conosciuto in Italia come Eurofestival, l’Eurovision Song Contest è una delle manifestazioni musicali più seguite del mondo, con oltre 40 artisti rappresentanti ciascuno uno Stato europeo (più alcuni Paesi “ospiti” come Australia e Israele) e un pubblico di oltre 200 milioni di spettatori sparsi per tutto il pianeta. Forse per la concorrenza del Festival di Sanremo, a cui a quanto pare l’Eurovision si ispirò quando fu fondato nel 1956, in Italia la manifestazione non è mai stata seguita con grande passione, e nel nostro Paese è ancora vista un po’ come una fiera del kitsch, con cantanti slave in abiti succinti che si esibiscono in improbabili pezzi dance-pop, e costumi e coreografie di dubbio gusto. Ma in altri Paesi europei l’Eurovision è una vera e propria istituzione che catalizza le folle, soprattutto nei Paesi scandinavi e in quelli dell’Europa dell’Est, dove ogni anno la finale della gara, che si tiene a maggio, batte regolarmente tutti i record di ascolti televisivi. Basti pensare che, nella remota Islanda, la finale della scorsa edizione, quella del 2016, ha totalizzato il 95% di share!

La vincitrice di Eurovision 2016 Jamala festeggia sul palco di Stoccolma con la bandiera del suo Paese, l’Ucraina. Fonte: www.ilpost.it

Tuttavia, come ogni manifestazione internazionale che richiama l’attenzione di milioni di persone, e attorno alla quale girano molti soldi, l’Eurovision non è solo una gara canora ma un evento con importanti implicazioni politiche ed economiche, nonché un grande palcoscenico mondiale dove si consumano rivalità e polemiche tra Stati, un po’ come capita nel caso delle Olimpiadi o, come abbiamo già visto in uno scorso post, dei Campionati del Mondo di calcio. E ancora come in questi casi, dal momento che neanche l’Eurovision è organizzato in una sede fissa, uno dei nodi fondamentali è quello dell’organizzazione delle future edizioni, un impegno che, come tutti i grandi eventi, rappresenta sì una grande opportunità economica e di immagine per il Paese ospitante, ma anche un notevole impegno finanziario e organizzativo. Organizzare un’edizione dell’Eurovision costa diverse decine di milioni di euro, senza contare che il comitato che supervisiona la manifestazione richiede che l’evento sia ospitato in una arena costruita, o comunque profondamente ristrutturata, oppositamente per l’occasione. Nel caso delle Olimpiadi e dei Mondiali di calcio i Paesi si candidano espressamente per ospitare una futura edizione, presentando piani dettagliati per dimostrare di essere in grado di affrontare una simile sfida organizzativa, e il vincitore viene poi scelto tramite una votazione. Ma l’Eurovision possiede la particolare, e per alcuni assai pericolosa, regola che il Paese rappresentato dal vincitore dell’ultima edizione è tenuto a organizzare la successiva. Per esempio, l’edizione del 2016, che si era tenuta nella capitale della Svezia Stoccolma, è stata vinta dalla cantante ucraina Jamala, per cui l’edizione 2017, la cui finale è in programma per il prossimo 13 maggio, si terrà a Kiev, in Ucraina.

La scenografia della Globe Arena di Stoccolma durante l’edizione 2016 dell’Eurovision Song Contest. Fonte: www.eurofestival.it

Ora, immaginate se una regola simile si applicasse alle Olimpiadi, e l’onore e l’onere di organizzare la successiva edizione dei Giochi fosse assegnato allo Stato rappresentato dal vincitore di una delle gare “regine” della manifestazione, poniamo i 100 metri piani di corsa dell’atletica leggera. Succederebbe che, con un fuoriclasse come Usain Bolt, la minuscola e non certo ricca Giamaica sarebbe stata costretta a ospitare i Giochi Olimpici per tre edizioni di fila! La finale dell’Eurovision non è quindi soltanto una grande competizione musicale, ma anche una sorta di terrificante roulette russa, con Paesi che sperano nella vittoria per il prestigio e l’opportunità di aggiudicarsi l’edizione successiva, e altri che invece fanno gli scongiuri per non vincere e schivare così la tegola di dover affrontare le enormi spese di organizzazione che una vittoria comportebbe. Questo aspetto ha portato i malpensanti a insinuare che la gara sia almeno in parte pilotata, e che il comitato organizzativo faccia in modo che, per ciascuna edizione, la vittoria sia effettivamente contesa solo tra i cantanti dei Paesi che hanno manifestato preventivamente la volontà, e la possibilità, di ospitare l’edizione successiva. Guardando l’albo d’oro della manifestazione questo sospetto si rafforza, dal momento che la vittoria se la sono aggiudicata quasi sempre Paesi grandi e/o dove l’Eurovision è particolarmente seguito e amato, mentre Paesi poveri come la Moldavia o micro-Stati come la Repubblica di San Marino, che pure partecipano regolarmente, sono rimasti sempre a bocca asciutta (tra i Paesi molto piccoli fanno eccezione il Lussemburgo e il Principato di Monaco, che però non hanno certo problemi economici).

L’avveniristico profilo della Baku Crystal Hall in Azerbaigian, l’arena costruita appositamente per l’Eurovision 2012. Fonte www.panoramio.com

Particolari sospetti in questo senso aveva suscitato la vittoria, di cui avevamo già parlato in un post dedicato alla geopolitica del gas, dello Stato caucasico dell’Azerbaigian nell’edizione del 2011, con la canzone Running Scared del duo Eldar & Nigar. Un pezzo così melenso da aver provocato con ogni probabilità diversi problemi ai diabetici tra gli spettatori a casa. È parso però subito evidente che il governo azero non avrebbe disdegnato di ospitare un’edizione della manifestazione, che vedeva come una grande opportunità di promozione internazionale per il Paese, il quale stava vivendo proprio in quel momento un periodo di grande espansione economica dovuto alla lucrosa attività di esportazione di petrolio e gas naturale. E l’edizione del 2012, tenutasi nella capitale azera Baku, è stata per l’appunto faraonica, con una nuova gigantesca arena capace di contenere oltre 20.000 spettatori, la Baku Crystal Hall, costruita appositamente per l’evento. Principali sponsor della manifestazione sono stati Azercell, il maggiore operatore telefonico del Paese, e Socar, la potente compagnia petrolifera interamente di proprietà dello Stato azero. Per garantire il ritorno di immagine previsto, le tre serate della manifestazione trasmesse in diretta televisiva sono state infarcite di spot e riferimenti alle attrazioni turistiche dell’Azerbaigian e alle sue bellezze storiche e naturalistiche. Ma l’edizione non è stata priva di polemiche e controversie politiche: l’associazione internazionale Human Rights Watch ha accusato il governo azero di aver effettuato una serie di arresti e intimidazioni nei confronti degli oppositori politici che stavano progettando di sfruttare la visibilità internazionale dell’evento per organizzare manifestazioni antigovernative, e altre ONG hanno duramente criticato le espropriazioni forzate effettuate dallo Stato nel quartiere popolare dove era stata progettata la costruzione della Baku Crystal Hall. Nell’edizione 2012 non sono mancate neppure le tensioni e gli incidenti diplomatici internazionali, come il boicottaggio da parte dell’Armenia, Paese con cui l’Azerbaigian ha in corso un pluridecennale conflitto per il controllo della regione di confine del Nagorno-Karabakh. Tuttavia, a dispetto di tutte queste controversie, l’edizione 2012 dell’Eurovision è stata tutto sommato tranquilla se paragonata a quella dell’anno scorso, nel corso della quale ha fatto irruzione uno dei conflitti più gravi che l’Europa sta vivendo da decenni, quello tra Russia e Ucraina. E la crisi diplomatica tra i due Paesi prosegue anche alla vigilia della prossima edizione, con dichiarazioni di fuoco, provocazioni e intervento di ministri da entrambe le parti. Una difficile situazione di cui parleremo nella prossima puntata.