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Capitali che migrano – Parte I

Un operaio contribuisce a uno dei più grandi progetti urbanistici della storia, la costruzione della nuova capitale brasiliana, Brasilia, alla fine degli anni Cinquanta. Fonte: www.img.viajeabrasil.com

Le capitali sono quasi sempre un luogo simbolo dei rispettivi Paesi, indissolubilmente legate all’immagine che se ne ha nell’immaginario comune. Eppure sono molti gli Stati che hanno deciso, tanto nel lontano passato quanto in quello più recente, di spostare la propria capitale, e altri ancora hanno intenzione di farlo nel prossimo futuro.

Le città sono entità complesse, che nascono, crescono e muoiono seguendo modalità e ritmi imprevedibili e soggetti a una serie quasi infinita di fattori, quasi tutti al di là del controllo di una singola persona e di un piccolo gruppo di individui, per quanto influenti. La storia ci ha insegnato che non è possibile prevedere se un piccolo insediamento appena fondato crescerà per millenni fino a diventare una nuova Roma, oppure verrà abbandonato al proprio destino e si ridurrà a un cumulo di rovine dopo una manciata di anni.

Eppure nel corso dei secoli molti uomini hanno cercato di lasciare la propria impronta sulla storia fondando città. Re e imperatori, in particolare, hanno sempre sentito l’impulso di creare grandi capitali a propria immagine e somiglianza, per essere ricordati e venerati dai posteri, ma anche per motivi meno ideali, di natura politica, come per esempio la volontà di sottrarsi, spostando il centro di potere del proprio regno, dall’influenza indebita di una casta o un altro gruppo di potere che minacciava l’autonomia del sovrano. È il caso della magnifica Akhet-aton eretta per volere di Amenofi IV (o Akhenaton), il “faraone eretico” della XVIII dinastia egizia vissuto intorno al 1300 a.C., che ne fece la capitale del proprio regno a scapito di Tebe (l’odierna Luxor), centro della potentissima casta di sacerdoti del dio Amon, i quali si opponevano alla riforma monoteista voluta dal faraone. Le speranze di Akhenaton , che indubbiamente immaginava di aver fondato una grande città che sarebbe sopravvissuta alla sua morte e avrebbe perpetuato il suo ricordo nei secoli a venire, furono deluse: alla scomparsa del faraone i sacerdoti di Amon non persero tempo a muovere di nuovo la sede del potere egizio nell’antica Tebe, e si accanirono contro ogni monumento eretto da Akhenaton con l’intento di cancellarne per sempre la memoria. Caduta precocemente in rovina, Akhet-aton fu riscoperta dagli studiosi solo nel XVIII secolo ed esplorata nei secoli successivi.

Tutto ciò che resta della grandiosa città di Akhet-aton in Egitto, nella località oggi conosciuta con il nome arabo di Amarna. Fonte: www.nationalgeographic.com

In tempi relativamente più recenti, capitali di grandi regni e imperi furono spostate tanto per riflettere un mutamento di equilibrio negli assetti economici e politici dello Stato, quanto per dare un segnale di rottura con il passato e proiettare le sorti di un Paese verso la modernità. Furono questi i motivi alla base del trasferimento, nel 1712, della capitale dell’Impero Russo da Mosca a San Pietroburgo, città fondata appena 10 anni prima, voluto dallo zar Pietro il Grande per spostare il baricentro dell’Impero dall’Asia all’Europa, dare una spinta modernizzatrice al Paese e, non da ultimo, indebolire il potere delle storiche casate nobiliari moscovite. Nel mondo contemporaneo la capitale di uno Stato è al centro di una rete di scambi, attività e servizi incredibilmente più vasta rispetto a quanto avveniva secoli fa, e il trasferimento di un centro così importante richiede potenzialmente una quantità di impegno e risorse molto maggiore rispetto al passato, oltre a coinvolgere milioni di persone. Eppure tali trasferimenti si sono verificati anche nel recente passato, e altri ancora sono allo studio per il prossimo futuro.

Alcune vedute di Astana in Kazakistan, il cui centro è stato letteralmente eretto dal nulla in seguito al conferimento alla città dello status di capitale. Fonte: www.ngm.nationalgeographic.com

Un caso tra i più vicini nel tempo è stato il trasferimento della capitale del Kazakistan, avvenuto nel 1997, da Almaty, il maggiore centro economico e culturale del Paese, ad Astana. La ragione del trasferimento sono state tanto economiche quanto politiche. Almaty si trova all’estremo confine sudorientale del Kazakistan, vicino alla frontiera con la Cina: una posizione troppo decentrata, a detta di molti, per poter servire da capitale a un Paese così vasto. La nuova capitale Astana, invece, posta su un altopiano nella parte centrosettentrionale del Paese, ha una posizione molto più centrale, ed è inoltre collocata nella regione dove vive la maggior parte degli appartenenti alla minoranza russa; una regione che, se troppo lontana dal controllo del governo centrale, avrebbe potuto sviluppare mire separatiste o indipendentiste. A dispetto di tutte queste ragioni , il trasferimento è stato anche oggetto di numerose critiche: molti lo considerano soltanto uno sfoggio di megalomania del presidente Nursultan Nazarbayev, padre-padrone del Kazakistan fin da prima della nascita ufficiale dello Stato nel 1991, in seguito alla dissoluzione dell’Unione Sovietica. Altri hanno puntato il dito sui costi esorbitanti delle operazioni di trasferimento, e di quelli di ampliamento e ristrutturazione di Astana, dove sono sorti come funghi grattacieli e altri edifici avveniristici, risorse che avrebbero potuto essere impiegate più efficacemente per il miglioramento dei servizi sociali. Tutti concordano comunque su un aspetto: il clima alquanto infelice della nuova capitale, che è al secondo posto nella classifica delle capitali più fredde del mondo (al primo c’è Ulan Bator, la capitale della Mongolia), con temperature che raggiungono frequentemente i -30°C in inverno. Funzionari pubblici e parlamentari maledicono il trasferimento a ogni stagione fredda, e molti di loro hanno deciso di rimanere a vivere ad Almaty e di venire nella capitale solo quando strettamente necessario, cosa che ha causato un prevedibile picco nei livelli di assenteismo e un aumento delle spese pubbliche per i trasferimenti.

Una veduta dall’alto del centro di Brasilia, che mette in evidenza la simmetria tipica dei progetti di pianificazione urbana. Fonte: www.turistipercaso.it

Ma il caso più eclatante di trasferimento di capitale in età contemporanea è senza dubbio quello di Brasilia, capitale del Brasile dal 1960. In questo caso, però, all’impresa del trasferimento delle sede di governo di un grande Paese si aggiunse quella dell’edificazione di una grande metropoli da zero. Brasilia infatti non esisteva, ma fu edificata dal nulla proprio con in mente il suo ruolo di capitale. È il sogno della città pianificata nutrito da architetti, artisti e intellettuali almeno fin dal Rinascimento europeo, quando nacque il concetto di “città ideale” edificata dal nulla secondo criteri di armonia, bellezza e funzionalità. Da allora il sogno della città ideale è stato inseguito da molti, e la possibilità di avere a disposizione una “tabula rasa”, un territorio spoglio dove far sorgere una città plasmata secondo la propria visione, è considerata il più straordinario banco di prova per le teorie di architetti e urbanisti.

Dal 1763 al 1960, la capitale del Brasile fu Rio de Janeiro, tuttora il principale centro economico del Paese. Come le altre maggiori città brasiliane, fondate durante il periodo coloniale, Rio si trova sulla costa dell’Oceano Atlantico, nell’area sudorientale del paese, quella dove storicamente si sono concentrate le maggiori attività economiche. C’era quindi uno squilibrio, evidente ancora ai giorni nostri, tra le più ricche e sviluppate zone costiere e le più arretrate aree delle pianure e degli altipiani, nell’entroterra. Per rimediare a questa situazione, negli anni Cinquanta del XX secolo il presidente brasiliano Juscelino Kubitschek de Oliveira ordinò che venisse costruita una grande città su un vasto altipiano del Brasile centrale, il Planalto Central. Non solo la città sarebbe diventata la nuova capitale, ma avrebbe rappresentato anche un modello di pianificazione urbanistica e architettonica, e i suoi moderni e innovativi edifici sarebbero stati il simbolo, anche agli occhi degli stranieri, della crescita economica e della modernizzazione dello stato brasiliano. Inoltre, la costruzione della nuova città avrebbe favorito il popolamento e lo sviluppo di una vasta regione allora arretrata. I lavori di costruzione iniziarono nel 1956, sotto la direzione dell’urbanista Lúcio Costa e dell’architetto Oscar Niemeyer, e dopo solo quattro anni, nel 1960, la capitale fu inaugurata. Fu chiamata Brasilia proprio con l’intento di farla diventare un simbolo per tutto il paese.
Visto dall’alto, il nucleo originario di Brasilia ha la forma di una specie di aeroplano, o di una farfalla. Costa lo aveva progettato con l’intento di rendere Brasilia la città ideale, senza i problemi che caratterizzavano le città dalla lunga storia e costruite senza un piano unitario. Le strade principali sono tutte molto ampie e seguono un disegno pensato per ridurre al minimo il traffico e gli ingorghi; inoltre, i quartieri della città sono tutti specializzati: ci sono quelli residenziali, quelli dove si trovano gli edifici governativi e addirittura quelli dove sono concentrati gli hotel. La parte centrale della città è dominata dagli edifici pubblici, come il Palazzo del Congresso Nazionale (il parlamento), il Palazzo da Alvorada (la residenza del presidente della repubblica) e le sedi dei vari ministeri. Il fatto che tutti gli edifici siano stati costruiti nello stesso periodo, e nello stesso stile modernista, fa sembrare Brasilia una città quasi fantascientifica. Per questa sua particolarità, Brasilia è stata dichiarata Patrimonio Mondiale dell’Umanità dall’UNESCO.
Purtroppo, come tutti i sogni di creare un mondo perfetto partendo da zero, un’utopia, anche il progetto della grande capitale Brasilia non è andato proprio come pensavano i suoi architetti. L’idea di costruire la città per sviluppare la regione allora arretrata ha effettivamente funzionato: oggi Brasilia ha oltre due milioni e mezzo di abitanti, che lavorano principalmente nel settore dei servizi. Ma la crescita della popolazione è stata maggiore del previsto. Costa aveva progettato la città perché ospitasse un massimo di 500.000 abitanti, e in pochi anni gli edifici originali inaugurati nel 1960 non sono stati più sufficienti ad accogliere le centinaia di migliaia di persone che giungevano nella nuova capitale per cercare fortuna. Fu quindi necessario espandere la città oltre il suo progetto iniziale, e purtroppo per la costruzione di questi nuovi quartieri non sono stati rispettati i criteri urbanistici degli architetti originari. Una situazione che ha generato proprio quei problemi (traffico, inquinamento, sovrappopolazione) che gli urbanisti avevano cercato di evitare con il loro progetto.

A dispetto di questi parziali insuccessi, nuovi progetti di città e quartieri pianificati sono in fase di realizzazione in tutto il mondo, e altri governi stanno accarezzando il sogno di trasferire le capitali dei propri Paesi per risolvere il problema della sovrappopolazione e dare uno scossone all’economia nazionale. La settimana prossima parleremo di due progetti di questo tipo, la cui esistenza è salita alla ribalta delle cronache qualche settimana fa, e di uno che, sebbene sia perlopiù sconosciuto all’opinione pubblica europea, è in fase di attuazione ormai da diversi anni.