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CIA, maestra di spionaggio e geografia (Parte I)

La famigerata Central Intelligence Agency non è solo la più potente agenzia di spionaggio del mondo, ma è anche un centro di sapere geografico che, al contrario delle altre sue attività, vuole condividere con il pubblico.

Quando si pensa alla CIA di solito ci si immagina, da una parte, la quintessenza del mondo dello spionaggio come è stata immortalata da centinaia di romanzi, film e serie televisive: futuristiche stanze di controllo con decine di schermi e apparecchi tecnologici, affascinanti e atletici agenti sul campo che salvano il mondo a ogni missione, ma anche il labirintico gioco di specchi, intellettuale e di nervi, che si mette in scena per estrarre segreti di Stato da un informatore inconsapevole, oppure per scoprire la talpa all’interno della propria parte, tra doppi e tripli giochi. D’altra parte, chiunque sia minimamente interessato alla storia contemporanea conosce bene il ruolo determinante avuto dalla CIA in alcuni degli eventi chiave del XX e XXI secolo. Dalla sua fondazione nel 1947, in piena Guerra Fredda, alla CIA sono stati infatti attribuiti ogni genere di intrighi e nefandezze, alcuni senza alcun fondamento, altri verosimili, altri ancora storicamente accertati dagli studiosi: dalla cospirazione per favorire il colpo di stato del generale Augusto Pinochet in Cile al sostegno dato in funzione anticomunista alle feroci milizie controrivoluzionarie dall’America Centrale, i famigerati contras. Più recentemente, la CIA è finita nell’occhio del ciclone per le accuse di torture e detenzioni inumane nei confronti dei sospettati di terrorismo, rinchiusi per anni e interrogati brutalmente in prigioni segrete, i cosiddetti black sites, poste fuori dal territorio degli Stati Uniti e quindi non soggette alla legislazione americana in tema di diritti umani.

Il quartier generale della CIA a Langley, Virgina. Fonte: www.wikipedia.org

Forse non tutti sanno però che la CIA, probabilmente proprio per contrastare la sua fama di segretezza e migliorare le sua immagine pubblica, ha anche un volto più umano e aperto. Il sito dell’Agenzia, per esempio, sembra un modello di trasparenza, con tanto di sezione “lavora con noi” che spiega come candidarsi a diventare analista o agente segreto, come in una qualunque azienda. La CIA pubblica anche, dal 1955, una rivista accademica quadrimestrale, Studies in Intelligence, di cui diversi articoli selezionati sono liberamente consultabili e scaricabili del sito dell’Agenzia. Contiene articoli di accademici e consulenti, molti dei quali sono probabilmente ex funzionari della stessa CIA, su argomenti geopolitici e riguardanti il mondo dello spionaggio. La maggior parte dei pezzi è molto seriosa, ma ogni tanto vengono pubblicate autentiche chicche, in particolare i resoconti di alcune delle più importanti, e spesso rocambolesche, operazioni segrete condotte in passato dall’Agenzia. Non si tratta certamente delle operazioni attuali, la cui natura è top secret, ma di vecchie storie i cui dettagli sono stati declassificati, cioè gli è stato tolto il segreto da una speciale commissione governativa, la quale ha ritenuto che le storie fossero ormai datate e che la loro divulgazione non compromettesse la sicurezza nazionale.

Il bombardiere B-17 modificato in partenza da Point Barrow in Alaska per la prima fase del Progetto Coldfeet, nel maggio 1962. Fonte: www.cia.gov

Tra questi racconti di spie ce ne sono alcuni molto interessanti per gli appassionati di geografia, che rivaleggiano con le cronache più avventurose sulle esplorazioni di luoghi remoti e inaccessibili, o sulle imprese degli atleti di sport estremi. Uno di questi è il resoconto di un’impresa al limite delle possibilità umane chiamata in codice Project Coldfeet (letteralmente “piedi freddi”, un nome assai calzante, come vedremo). Nel 1961 aerei spia dell’aviazione americana in ricognizione sopra l‘Artide avevano scoperto che una delle stazioni di ricerca militare che i sovietici avevano costruito sulla banchisa polare era stata abbandonata in fretta e furia. Si trattava di costruzioni alquanto precarie appoggiate sui ghiacci polari, da cui ingegneri sovietici conducevano test di interesse militare, come il collaudo di apparecchi per la rilevazione delle unità nemiche. All’epoca l’artico era, paradossalmente, una delle regioni più calde della Guerra Fredda: la rotta più breve in linea d’aria tra il territorio dell’Unione Sovietica e quello degli Stati Uniti passava per il Polo Nord, ed era soprattutto da quella direzione che sarebbero passati i bombardieri e i missili balistici intercontinentali delle due superpotenze nel caso fosse scoppiata la Terza Guerra Mondiale. Gli americani sospettavano che i russi avessero installato nelle loro stazioni artiche apparecchi sonar in grado di intercettare il passaggio dei sottomarini americani che navigavano sotto la calotta polare. La stazione individuata dagli americani, battezzata in codice NP9, era stata abbandonata in fretta perché la banchisa ghiacciata si era frantumata proprio in corrispondenza della pista di atterraggio per gli aerei che portavano i rifornimenti, i quali rappresentavano anche l’unico mezzo per raggiungere il remoto avamposto. Era quindi probabile che gli eventuali equipaggiamenti di spionaggio fossero stati lasciati sul posto dai sovietici, e gli americani avrebbero fatto carte false per metterci la mani sopra e valutarne le capacità. Dunque la CIA, in collaborazione con l’Office of Naval Intelligence, l’agenzia di spionaggio della marina americana, cominciò a elaborare un ambizioso piano per mandare un paio di agenti sulla stazione artica a ficcare il naso nelle apparecchiature lasciate dai sovietici. C’era però un problema non da poco: la stazione era ben addentro al Circolo polare artico e a oltre 900 km di distanza dalla più vicina base aerea americana, la già di per sé remota Thule, nel nord della Groenlandia. Non si poteva atterrare con un aereo perché, come abbiamo visto, la pista di atterraggio della stazione era stata resa inservibile dalla rottura dei ghiacci, i quali comunque rimanevano troppo spessi per pensare di arrivare sul posto con una nave rompighiaccio. E per giunta la stazione si trovava oltre il raggio d’azione degli elicotteri dell’epoca. Apparentemente non c’era dunque alcun modo per far arrivare degli uomini sulla stazione e poi recuperarli a missione compiuta.

Una mappa originale del Progetto Coldfeet che mostra le possibili rotte aeree per raggiungere la stazione artica sovietica obiettivo della missione. Fonte: www.cia.gov

La prima parte dell’operazione, far arrivare sulla stazione degli uomini, sarebbe stata in teoria praticabile: bastava paracadutarli da un aereo partito da Thule. Sarebbe stata un’operazione assai difficile viste le condizioni climatiche e le banchisa accidentata, ma comunque possibile. Il problema insolvibile era invece la seconda fase, quella del recupero. Senza un aereo che potesse atterrare, sembrava impossibile evacuare gli eventuali membri della spedizione. Ma CIA e Marina non si diedero per vinti e decisero di usare per la prima volta in una missione operativa un sistema ancora in fase sperimentale progettato alcuni anni prima, proprio su richiesta della CIA, dall’inventore Robert Edison Fulton. Il sistema di recupero Fulton, detto anche Skyhook (gancio celeste), era un metodo per recuperare uomini e oggetti per via aerea da luoghi inaccessibili dove non era possibile far atterrare alcun velivolo. Piloti dispersi in profondità oltre le linee nemiche, squadre delle forze speciali in missione in territorio ostile, agenti segreti che avevano bisogno di un immediata “esfiltrazione” erano tutti potenziali utilizzatori di questo sistema. Il suo funzionamento sembrava a prima vista il parto della mente di un pazzo: l’aereo di recupero doveva viaggiare all’altitudine e alla velocità più basse possibili, tipicamente poche decine di metri e sotto i 200 chilometri orari. Sotto le ali erano appese le due estremità di un cavo d’acciaio. L’uomo da recuperare a terra aveva indosso un’imbracatura a cui era attaccato un lungo cavo di nylon sospeso in aria tramite un pallone gonfiabile, una sorta di piccolo dirigibile. L’aereo doveva agganciare con il suo cavo quello dell’operatore, che veniva letteralmente strappato da terra e trascinato su in cielo. Il cavo dell’operatore veniva quindi tirato dall’equipaggio e questi era infine issato nel portellone posteriore aperto dell’aereo in volo.

Una delle rare immagini pubbliche del sistema di recupero Fulton in azione. Questa è la fase in cui l’operatore viene issato nel portellone posteriore dell’aeroplano in volo. Fonte: www.rackcdn.com

Nella primavera del 1961 vennero scelti i due componenti fondamentali della squadra, il maggiore James Smith, esperto paracadutista, e il tenente Leonard A. LeSchack, geofisico, che avevano entrambi prestato servizio sulle stazioni artiche americane equivalenti a quella sovietica che avrebbero dovuto ispezionare. I due passarono tutta l’estate del 1961 a esercitarsi in lanci col paracadute e successivi recuperi con il sistema Fulton. L’effettiva riuscita dell’impresa non era affatto assicurata, e anzi c’erano molte persone nella comunità spionistica, al corrente dei piani segreti, i quali erano convinti che l’operazione fosse una follia e che probabilmente Smith e LeSchack sarebbero morti nel tentativo. Si trattava di paracadutarsi a poche centinaia di chilometri dal Polo Nord in una regione nota per i suoi fortissimi venti e le bufere di neve, atterrare su un banco di ghiaccio che si stava frantumando, visitare una struttura nemica sconosciuta e andarsene aggrappandosi a un aereo in volo mediante un uncino! Un’azione degna del più fantasioso film di James Bond, e infatti nella scena finale di Agente 007 Thunderball, che uscirà nella sale solo pochi anni dopo, nel 1965, il protagonista Sean Connery usa proprio il sistema Fulton per fare la sua grande uscita.

Una rappresentazione artistica del Progetto Coldfeet, con l’aereo B-17 modificato che sorvola la stazione sovietica NP8. A terra si notano i due membri della missione con il cavo del sistema Fulton sollevato in aria da un pallone. Fonte: www.cia.gov

L’operazione era prevista per il settembre del 1961, periodo di relativo bel tempo nella regione artica, ma vari problemi rischiarono di mandare tutto a monte. I test eseguiti sugli equipaggiamenti dimostrarono che non sarebbero stati in grado di resistere alle temperature polari, e per giunta, nel frattempo, la banchisa su cui si trovava la stazione NP9 si stava spostando sempre più a nord, lontano dalla base di Thule. Venne così l’inverno ’61-’62, e l’operazione venne sospesa. Molti erano convinti che mesi di lavoro ed esercitazioni si sarebbero rivelate vane, finché nel marzo 1962 gli aerei da ricognizione individuarono un’altra stazione sovietica abbandonata, NP8, in una posizione più favorevole rispetto alla precedente. Nel maggio del 1962 l’operazione partì con questo nuovo obiettivo: voli di ricognizione e supporto si alzarono in volo per determinare con precisione la posizione di NP8 e stabilire delle basi di rifornimento avanzato. Il 28 maggio un bombardiere B-17 appositamente modificato si levò in volo dalla pista di Point Barrow in Alaska, l’insediamento più nord del territorio degli Stati Uniti. Giunti sopra l’obiettivo, Smith e LeSchack si lanciarono col paracadute e diedero inizio alla loro missione di raccolta informazioni, che sarebbe dovuta durare 72 ore. Il successivo 2 giugno, dopo che il giorno precedente la missione di recupero era stata cancellata per la fitta nebbia che si era levata a causa del veloce scioglimento dei ghiacci, il B-17 riuscì a sollevare i due operatori con il “gancio celeste” e a riportarli sani e salvi alla base.

Il maggiore Smith beve un sorso di whisky “per uso medicinale” dopo essere stato issato a bordo del bombardiere B-17 al compimento del Progetto Coldfeet. Fonte: www.cia.gov

La missione si rivelò un grande successo e, anche se fu resa pubblica solo decenni dopo, l’esame della base abbandonata fornì moltissime e importanti informazioni sulle tecnologie usate dai sovietici nell’ambiente artico. La missione dimostrò anche la praticabilità in condizioni estreme del sistema di recupero Fulton, che molto probabilmente venne usato per numerose missioni top secret negli anni successivi, anche se i dettagli di queste operazioni non sono stati declassificati e sono protetti ancora dal massimo riserbo.