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Corsa alle terre rare

Alcuni elementi chimici, inutili e senza valore prima della rivoluzione digitale, sono ora preziosissimi e al centro di una battaglia economica e geopolitica tra le maggiori potenze mondiali. A farne le spese, come al solito, l’ambiente.

La rivoluzione tecnologica che ha profondamente cambiato le nostre vite nel corso degli ultimi decenni, con l’introduzione dell’elettronica in ogni aspetto della quotidianità, ha da sempre un simbolo: il silicio, il metallo semiconduttore che costituisce il principale materiale dei circuiti integrati e degli altri componenti elettronici. Ne fa fede il soprannome dato all’area intorno a San Francisco dove sono nati i primi e più grandi colossi dell’informatica, Silicon Valley, dal nome inglese del silicio, che molti traduttori italiani di libri, film e serie televisive si ostinano ancora a tradurre, cadendo nella più clamorosa trappola del “falso amico”, con “silicone”, con corollario di improbabili “chip al silicone” e simili... Ci sono però elementi chimici assai meno conosciuti del silicio e tuttavia sempre più importanti per la produzione dei moderni gadget elettronici, in quanto posseggono particolari proprietà di cui si sono avvantaggiate le nuove, sempre più specializzate tecnologie. Si nascondono in ogni dispositivo elettronico: telefonini, computer, televisori e, con la crescente informatizzazione degli altri oggetti di uso quotidiano, anche in oggetti che prima ne arano privi come le automobili e gli elettrodomestici.

Alcune dei metalli delle terre rare nella loro forma pura, che non si riscontra in natura. Fonte: www.dailytech.com

Alcuni tra gli elementi più importanti di questo tipo fanno parte di una particolare classe, le terre rare. Fino a pochi decenni fa erano quasi inutili e quindi senza valore, e rappresentavano una mera curiosità per chi, a scuola, guardava la tavola periodica degli elementi. Oggi invece condizionano profondamente la nostra vita. Si tratta di una classe di 17 elementi metallici che comprendono la famiglia dei lantanidi (dal nome del primo della lista, il lantanio) oltre all’ittrio e allo scandio. Per le loro particolari proprietà, le terre rare sono sempre più utilizzate dall’industria dell’alta tecnologia, per esempio per la realizzazione di schermi a cristalli liquidi e led (europio), laser (ittrio, samario, terbio e altri), batterie di ultima generazione (lantanio, promezio) e molti altri componenti elettronici. Lo scandio, per le sue eccezionali doti di resistenza e leggerezza, è impiegato insieme ad altri metalli per la produzione delle leghe utilizzate dall’industria aerospaziale e degli armamenti. Diversi elementi delle terre rare, soprattutto il neodimio, sono anche superbi magneti, molto forti in rapporto al loro peso, e sono ormai una componente fondamentale in una miriade oggetti tecnologici, tra cui tutti gli altoparlanti e microfoni di telefoni cellulari, auricolari e cuffie.

Carta tematica della produzione e del consumo delle terre rare nel mondo. Fonte: www.ecowasterecycling.com

A dispetto del nome, le terre rare sono relativamente abbondanti nella crosta terrestre, sebbene alcuni elementi siano più comuni di altri e i principali giacimenti non siano distribuiti uniformemente sulla superficie del pianeta. Sono chiamati così perché sono molto difficili da estrarre e ridurre in una forma sfruttabile, dal momento che non si trovano in forma nativa (come capita per esempio l’oro o il rame) ma sono combinati con altri elementi a formare minerali dai quali è molto difficile “tirare fuori” i singoli componenti. I procedimenti per l’estrazione delle terre rare hanno anche un forte impatto ambientale, perché prevedono l’uso di sostanze chimiche altamente inquinanti, oltre che assai velenose per chi le maneggia. Con l’aumento esponenziale della produzione dei dispositivi tecnologici, il cui impiego è aumentato a dismisura negli ultimi anni soprattutto nei Paesi emergenti, e la diffusione sempre più pervasiva dell’“Internet delle cose”, per cui ogni oggetto tenderà in futuro a essere informatizzato e connesso alla Rete, la domanda mondiale delle terre rare ha subito un’impennata. Un aumento che, considerate le difficoltà e gli alti costi (finanziari e ambientali) di estrazione di questi elementi, ha provocato un diffuso allarme tra le aziende produttrici e i Paesi esportatori di alta tecnologia. Si teme che nei prossimi anni il ritmo di estrazione delle terre rare non riuscirà a soddisfare la domanda, con conseguente aumento dei prezzi e crisi industriali dovute alla scarsità di materie prime. E l’allarme non riguarda solo gli elementi delle terre rare, ma anche altri utilizzati dall’industria elettronica, come il gallio, l’indio e il germanio, impiegati insieme al silicio nella produzione dei semiconduttori, e il tantalio, usato per la realizzazione di leghe ad alta tecnologia. Per scongiurare tali minacce si sta cercando di favorire la pratica del riciclo dei componenti elettronici usati e obsoleti, con il recupero degli elementi più preziosi. Il problema della spazzatura elettronica è infatti sempre più pressante in tutto il mondo: tonnellate di rifiuti tecnologici, dai vecchi telefonini alle schede madri dei computer, dagli hard disk ai toner consumati delle stampanti, molti dei quali contengono sostanze dannose per l’ambiente e la salute, sono trasportate e abbandonate ogni giorno nelle discariche di Paesi poveri dell’Africa e dell’Asia. Un’attività dominata dalle ecomafie e portata avanti con la connivenza di governi corrotti. Il riciclo potrebbe sembrare la soluzione perfetta a tutti questi problemi, economici e ambientali, ma c’è un non trascurabile problema: spesso le procedure per estrarre gli elementi più preziosi dai rifiuti elettronici sono esse stesse altamente inquinanti, nonché assai costose.

Una miniera di terre rare cinese, non proprio un ambiente di lavoro ideale. Fonte: www. wsj.net

Come se tutto ciò non bastasse, la produzione e il commercio mondiale delle terre rare ha anche importantissimi risvolti geopolitici, poiché i metalli di questa famiglia sono ormai al centro della competizione tra le potenze mondiali, al pari di altre storiche risorse come il petrolio. Oltre il 95% delle terre rare estratte nel mondo, e il 70% delle riserve mondiali finora scoperte, si trova infatti in Cina. Una posizione di quasi monopolio che il governo cinese non esita a sostenere e a sfruttare, per esempio attraverso l’imposizione di restrizioni alle esportazioni di terre rare verso certi Paesi esteri, mentre alle industrie elettroniche cinesi viene garantito un rifornimento abbonante e continuo. Questo accesso privilegiato alle materie prime è uno dei tanti motivi, insieme al basso costo della manodopera e alla “flessibilità” delle leggi cinesi in tema di fisco, diritti dei lavoratori e ambiente, alla base della tumultuosa espansione dell’industria tecnologica cinese, tanto che sono ormai moltissimi i colossi dell’informatica e dell’elettronica di consumo, come l’americana Apple, che hanno deciso di produrre i propri apparecchi in Cina, aprendo direttamente stabilimenti o affidando la produzione a industrie specializzate cinesi. A questa posizione predominante della Cina si oppongono ovviamente gli altri Paesi che posseggono una fiorente industria elettronica ma che, non possedendo miniere di terre rare, sono costrette a importarne ingenti quantità. È il caso del Giappone e della Corea del Sud, la cui posizione è ancor più delicata in quanto si tratta dei due maggiori rivali geopolitici della Cina sullo scacchiere dell’Estremo Oriente. Questi e altri Paesi hanno inoltrato diversi reclami contro la Cina presso svariati organismi internazionali, in particolare l’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO), che l’anno scorso ha richiamato la Cina per quello che è stato formalmente identificato come un abuso di posizione dominante e un ostacolo alla libera circolazione delle merci.

Un minatore cinese durante una normale giornata lavorativa nel distretto di Bayan Obo. Fonte: www.businessinsider.com

Grandi manovre sono in corso anche, da parte di multinazionali e governi, per tentare di aggirare il monopolio cinese aumentando l’estrazione di terre rare in altri Stati. Prospezioni e aperture di nuove miniere sono in corso soprattutto in Brasile, Australia e Stati Uniti, ma è difficile che tali Paesi possano sobbarcarsi il costo sociale e ambientale che una consistente attività di estrazione di questi elementi comporterebbe sui rispetti territori e popolazioni. Molti reportage e documentari giornalistici hanno dipinto il distretto minerario Bayan Obo nella regione cinese della Mongolia Interna, dove si trovano le più grandi miniere di terre rare del mondo, come un inferno in terra. Città avvolte da vapori tossici si alternano a grandi laghi le cui “acque” sono in realtà i liquami di scarto formati dalle sostanze usate per estrarre le terre rare dalle rocce. Il timore è che gli inquinanti possano percolare attraverso le falde acquifere e contaminare il Fiume Giallo che scorre pochi chilometri a sud, e le cui acque danno da bere a oltre 150 milioni di persone lungo il suo corso.

Lavori di costruzione di una strada in una vallata della regione di Bamyan in Afghanistan, in previsione dell’apertura a monte di una miniera. www.nytimes.com

Il caso ha voluto che negli ultimi anni siano stati scoperte enormi riserve di terre rare proprio in alcune tra le regioni del pianeta al contempo più povere e più “calde” dal punto di vista geopolitico, una combinazione che, lungi dal mettere la parola fine alla competizione internazionale tra potenze, potrebbe portare a una pericolosa escalation. Una di queste regioni è la Corea del Nord, i cui potenziali giacimenti non sono ancora sfruttati ma fanno a gola molti, tra cui i fratelli-nemici della Corea del Sud o lo stesso, ingombrante vicino cinese. Ma la notizia potenzialmente più rivoluzionaria in tal senso è datata 2012, quando lo United States Geological Survey (USGS), l’agenzia governativa americana che si occupa di studi geologici e prospezioni minerarie, ha annunciato la scoperta di enormi giacimenti di terre rare e altri minerali preziosi in Afghanistan. Gli afghani vivrebbero di fatto sopra un enorme tesoro di materie prime rare, dal valore incalcolabile ma comunque dell’ordine di grandezza di migliaia di miliardi di dollari. Un fattore potenzialmente in grado di stravolgere il Paese, che è tra i più poveri del mondo e negli ultimi decenni ha vissuto una serie impressionante di conflitti. Come spesso accade nei complessi scenari della geopolitica, la notizia dell’immenso tesoro nel sottosuolo afghano è in realtà un’arma a doppio taglio: da una parte, lo sfruttamento oculato di queste ricchezze potrebbe risollevare la popolazione afghana della povertà; dall’altra, potrebbe trasformare ancor più di oggi l’Afghanistan in un campo di battaglia tra le grandi potenze, ansiose di mettere le mani su risorse così cruciali per il futuro della società contemporanea.