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Doggerland, la terra perduta del Nord

Sul fondale del Mare del Nord giace una vasta regione un tempo abitata, sommersa dalle acque sul finire dell’ultimo periodo glaciale. Ora gli archeologi cercano di riscoprirne i segreti.

Nei nostri viaggi tra continenti lontani, storia e letteratura, ci siamo spesso imbattuti in terre fantastiche e leggendarie, partorite dalla fervida fantasia di storici, filosofi e artisti dei secoli passati. Abbiamo raccontato della remota terra degli Antipodi, irraggiungibile e abitata dalle popolazioni più strane; della mitica Ultima Thule, la terra dell’estremo nord patria degli Iperborei; e soprattutto della terra leggendaria per eccellenza, il continente perduto di Atlantide, che sarebbe stato sommerso dalle acque dell’oceano in seguito a un immane cataclisma avvenuto nella notte dei tempi. La maggior parte degli studiosi e commentatori, perlomeno quelli seri, ritengono del tutto fittizie queste terre, considerandole una proiezione della mente e delle aspettative degli individui che le hanno immaginate, e delle culture da cui essi provenivano. Altri credono invece che almeno alcune tra le leggende riguardanti le terre perdute abbiano un fondo di verità e costituiscano la memoria collettiva, deformata dai secoli e millenni, di luoghi realmente esistiti in passato e scomparsi o abbandonati in seguito a catastrofi naturali. Abbiamo visto, per esempio, che la leggenda di Atlantide potrebbe essere la sbiadita eco di un evento reale, la gigantesca eruzione vulcanica che fece sprofondare parte dell’isola di Thera, l’attuale Santorini nel Mar Egeo, intorno al 1700 a.C.

L’Europa centro-occidentale alla fine dell’ultimo periodo glaciale, con evidenziate le terre emerse nei vari millenni. Fonte: www.education.nationalgeographic.com

Le spiegazioni storiche, opposte a quelle mitologiche, ai racconti sulle terre leggendarie sono però soltanto ipotesi, finora mai provate al di là di ogni dubbio. Eppure in Europa è esista veramente una grande regione abitata dall’uomo e sommersa in tempi immemorabili, e sulla cui esistenza gli archeologi e gli altri scienziati non nutrono alcun dubbio. La parte meridionale del Mare del Nord, tra la Gran Bretagna, la Danimarca e il sud della Scandinavia, possiede fondali molto bassi, anche di appena poche decine di metri. Al centro di questa regione marina si trova un grande banco sabbioso, chiamato Dogger Bank, dove il fondale è particolarmente vicino alla superficie, tra i 15 e i 35 metri. Fin dalla metà del XIX secolo pescatori olandesi e inglesi che gettavano le reti a strascico in quelle acque riferivano di trovare regolarmente tra le loro maglie, una volta issate, grandi blocchi di torba di palude, zanne e denti di animali mostruosi e addirittura manufatti primitivi come selci e punte di freccia. Solo all’inizio del XX secolo, però, alcuni paleontologi e geologi inglesi condussero ricerche nell’area e conclusero che effettivamente quella regione del Mare del Nord si trovava un tempo in superficie, e ospitava un paesaggio lussureggiante ricco di specie vegetali e animali tra cui, con ogni probabilità, l’uomo.

Una ricostruzione del paesaggio di Doggerland con i vari animali di cui sono stati finora trovati i resti. Fonte: www.excitingearth.files.wordpress.com

Si calcola infatti che intorno al 12.000 a.C., ai tempi dell’ultimo periodo glaciale, la glaciazione Würm, il Mare del Nord fosse circa 120 metri più basso rispetto al suo livello attuale, e che ampie porzioni di territorio oggi sommerso fossero in superficie e collegassero come un grande ponte di terra gli attuali Paesi Bassi, la Danimarca e la Gran Bretagna, che a quell’epoca non era un isola. La maggior parte dell’Europa Centrale era allora coperta da ghiacciai e la regione oggi sommersa, ribattezzata Doggerland dagli studiosi, era una bassa tundra attraverso la quale scorreva imponente quello che sarebbe poi divenuto il fiume Reno. Grazie alla vicinanza al mare e alla scarsa altitudine, Doggerland godeva di un clima relativamente mite per l’epoca ed era con ogni probabilità una delle regioni europee più ricche di flora e fauna, tanto che nell’area sono state ripescate numerose ossa di renna, mammuth e leone. Vi abbondavano probabilmente anche gli insediamenti umani, i cui membri in quel periodo, il Mesolitico, vivevano di caccia, pesca e raccolta. Il territorio era ricco di risorse e le comunità umane dovevano essere assai prospere per l’epoca.

Un teschio di mammuth appena ripescato da una nave sui fondali del Mare del Nord. Fonte: www.archaeologydataservice.ac.uk

Ma il destino di Doggerland era segnato: verso il 12.000 a.C ci fu il picco di massima estensione dei ghiacciai dell’ultimo periodo glaciale in Europa; dopo di allora le temperature cominciarono ad aumentare e i ghiacci lentamente a sciogliersi. Immense quantità d’acqua, sotto forma di giganteschi fiumi, presero a riversarsi in mare, innalzandone il livello. Il Reno di allora doveva essere uno spettacolo stupefacente alla vista, dal momento che aveva una portata d’acqua svariate volte superiore agli attuali fiumi più grandi della Terra. Doggerland non fu sommersa nel giro di un giorno come la leggendaria Atlantide, ma affogò lentamente nel corso di migliaia di anni. Ampie parti della regione cominciarono a impaludarsi e intorno all’8000 a.C Doggerland era un immenso acquitrino costellato di isole, laghi e grandi fiumi. Tra il 6000 e il 5000 a.C. il mare aveva cominciato a prendere il sopravvento e tutto ciò che rimaneva di Doggerland era una grande isola, corrispondente all’attuale Dogger Bank, a metà strada tra la Danimarca e la Gran Bretagna, la quale nel frattempo era diventata anch’essa insulare in seguito alla formazione della Manica. Probabilmente a quell’epoca Doggerland era già disabitata, e quindi non ci furono scene da caduta di Atlantide quando, alcuni secoli dopo, l’ultimo brandello di quella terra un tempo così lussureggiante scomparve definitivamente sotto i flutti del Mare del Nord.

Il fronte, evidenziato in rosso, della frana sottomarina di Storegga, che sconvolse il Mare del Nord intorno al 6300 a.C. Fonte: www.nature.com

Recenti ricerche geologiche sembrano però fornire un appiglio agli amanti delle ipotesi catastrofiste. Secondo la ricostruzione degli studiosi, intorno al 6300 a.C. si verificò al largo della Norvegia una grande frana sottomarina: una colossale massa di roccia e ghiaccio si staccò dalla piattaforma continentale, provocando uno tsunami che spazzò le coste dell’Europa settentrionale e l’isola di Doggerland, contribuendo alla sua definitiva sommersione. Ma allora potrebbe aver ragione chi sostiene che le leggende di terre perdute abbiano un fondo di verità e non siano altro che il distante ricordo di catastrofi reali, viste con i loro occhi dai nostri progenitori e tramandate nella memoria collettiva, attraverso innumerevoli generazioni, fin dalla fine dell’era glaciale? Potrebbe essere la scomparsa di Doggerland la fonte originaria del mito di Atlantide? Sembra assai improbabile. Innanzitutto, miti di terre sommerse come Atlantide si trovano quasi in tutto il mondo e in tutte le culture, e non è possibile ricondurli tutti a un evento relativamente circoscritto come la scomparsa di Doggerland. E poi i molti millenni che ci separano da quell’evento, che si traducono nel susseguirsi di innumerevoli generazioni, rendono pressoché impossibile che la memoria di un fatto reale, per quanto deformata, sia giunta fino a noi da un tempo così remoto. È più probabile che il mito della terra sommersa, così come altri “miti universali” che si ritrovano in molte culture del globo, come quello dell’Età dell’oro, siano prodotti dell’immaginario dovuti più alle modalità fondamentali con cui funzionano la nostra mente e le nostre interazioni sociali, che non a ricordi di fatti realmente accaduti. Sarebbero quindi, per usare la definizione di Carl Gustav Jung, degli archetipi, delle proiezioni della nostra mente individuale nella memoria collettiva.

Un archeologo subacqueo esamina un tumulo oggi sommerso sul fondale del Mare del Nord, ciò che rimane di un antico insediamento umano di Doggerland. Fonte: www.cbs.com

Ciò non toglie che la scoperta di Doggerland sia di estrema importanza per ricostruire la storia dell’uomo europeo nel periodo preistorico. Il fatto che la regione sia stata sommersa migliaia di anni fa la rende una sorta di terra vergine, non toccata dai successivi mutamenti climatici e dall’azione dell’uomo, fattori che hanno invece profondamente modificato il paesaggio e la geografia delle altre parti d’Europa. Parecchi studiosi di svariate discipline, dall’archeologia alla geologia, dalla paleontologia alla climatologia, stanno cominciando a indagare questo territorio inesplorato sfruttando gli strumenti messi a disposizione dalle nuove tecnologie. Un team di archeologi e geologi dell’università di Exeter, per esempio, sta usando per ricostruire la geografia di Doggerland le prospezioni geologiche effettuate, mediante rilevamenti sismici, dalle compagnie petrolifere che gestiscono le piattaforme per l’estrazione del greggio nel Mare del Nord. L’obiettivo è quello di identificare elementi geografici ormai scomparsi, come i grandi fiumi che attraversavano Doggerland alla fine del periodo glaciale, e individuare per future indagini sul campo i punti dove è più probabile che si trovino i resti di insediamenti umani. Gli scienziati dell’università di Bradford hanno invece annunciato, lo scorso settembre, una nuova campagna di ricerca per prelevare campioni di terreno dal fondale di Dogger Bank e analizzare il DNA dei resti organici ritrovati, che dovrebbero essersi conservati al meglio grazie alla millenaria immersione nelle fredde acque del Mare del Nord. I risultati di queste ricerche ci permetteranno di sapere di più su com’era e chi abitava quella che, di fatto, resta una delle ultime grandi terre inesplorate del pianeta.