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Frankenstein e l’“anno senza estate”

Ovvero, come l’eruzione di un vulcano in Indonesia cambiò per sempre la letteratura horror.

Esattamente due secoli fa, nell’estate del 1816, un gruppo di giovani intellettuali inglesi si ritrovò in villeggiatura sul Lago di Ginevra, in Svizzera. Erano belli, ricchi, giovani e dannati, gli equivalenti delle rockstar e dei divi del cinema dei giorni nostri. Il leader e più anziano del gruppo era George Gordon Byron, cioè il celebre poeta romantico Lord Byron, che all’epoca aveva 28 anni. In patria era già famoso per le sue opere letterarie, ma era anche famigerato per il suo carattere irascibile e la sua reputazione di donnaiolo. All'inizio dell'anno aveva dovuto lasciare in fretta e furia l’Inghilterra, rifugiandosi nel continente, a causa dei debiti di gioco e degli scandali che lo avevano travolto, tra cui la separazione dalla moglie Annabella Millbanke e le voci insistenti su una sua relazione con Augusta Leigh, sua sorellastra da parte di padre. Ad accompagnarlo nella sua fuga europea era John William Polidori, 21 anni, che Byron aveva assunto come suo medico personale. Il carattere del giovane Polidori era diametralmente opposto rispetto a quello del suo carismatico datore di lavoro: anch’egli aveva aspirazioni letterarie, ma era timido e riservato, e a quanto pare veniva spesso vessato da Byron.

Un’immagine recente di Villa Diodati, la residenza che Lord Byron affittò nell’estate del 1816. Fonte: www.cnn.com

I due presero in affitto, per tutta l’estate del 1816, Villa Diodati, una bella proprietà sul Lago di Ginevra, nel paese di Cologny. Nel corso di giugno furono raggiunti da alcuni amici: Percy Bysshe Shelley, anche lui destinato a diventare uno dei maggiori poeti romantici inglesi, la diciottenne Mary Wollstonecraft Godwin, che aveva una relazione con Shelley nonostante questi avesse una moglie in Inghilterra, e la sorellastra di Mary, Claire Clairmont, che tanto per cambiare era stata l’amante di Byron qualche mese prima. I cinque avevano programmato di passare l’estate insieme e, contando sul clima solitamente piacevole della zona, di trascorrere le giornate facendo lunghe passeggiate all’aria aperta ed escursioni in barca sulle acque del lago. Ma non avevano fatto i conti con il clima anomalo di quell’anno. Per tutta l’estate infatti i nostri dovettero fare i conti con temperature ben al di sotto della media del periodo e, per giunta, gran parte delle giornate furono funestate da piogge torrenziali e vere e proprie tempeste. Non erano i soli a lamentarsi: l’Europa e il Nordamerica stavano facendo i conti con un’annata terribile, caratterizzata da freddo e fenomeni atmosferici estremi. Il 1816 passò alla storia come l’“anno senza estate”, e il clima anomalo fece disastri ben più gravi che non rovinare l’estate di un gruppo di giovanotti britannici viziati: il freddo fece andare in malora interi raccolti, e causò gravi carestie. I prezzi dei generi alimentari salirono alle stelle, e gli storici riferirono che in America, sulla costa atlantica all’altezza di New York, nevicò fino a metà giugno.

L’enorme cratere del vulcano Tambora in Indonesia, apertosi in seguito alla fortissima eruzione dell’aprile 1815. Fonte: www.wikipedia.org

Byron e i suoi amici, così come il resto della popolazione europea, non potevano sapere che lo stravolgimento del clima e il gelo fuori stagione erano stati causati da un’immane catastrofe naturale che si era verificata dall’altra parte del mondo, in Indonesia, più di un anno prima. Nell’aprile del 1815 una gigantesca eruzione aveva sconquassato il vulcano Tambora, nell’isola di Sumbawa, in quelle che all’epoca erano le Indie Orientali Olandesi. Fu la più potente eruzione vulcanica mai registrata nella storia, si stima almeno 10 volte più intensa di quella del Vesuvio del 79 d.C., che rase al suolo Ercolano e Pompei. Dopo alcuni giorni di terremoti e violente fuoriuscite di lapilli incandescenti, l’eruzione raggiunse il suo parossismo il 10 aprile 1815: i boati delle esplosioni si udirono a oltre 1200 km di distanza, sull’isola di Giava, e i pochi testimoni abbastanza coraggiosi da osservare l’evento da vicino riferirono che l’intero vulcano si era trasformato in un ammasso di lava incandescente. All’epoca il vulcano Tambora era una delle vette più alte dell’Indonesia, la cui cima raggiungeva i 4300 m. Durante l’immane eruzione la vetta del vulcano venne completamente vaporizzata, e quando finalmente i fumi dalla devastazione si diradarono, si scoprì che l’intera montagna era stata livellata e adesso non era più alta di 2800 m. Si stima che l’esplosione avesse scaraventato nell’atmosfera più di 100 km3 di lapilli e ceneri vulcaniche. Una parte di questo materiale ricadde a terra, anche a migliaia di km di distanza, ma le particelle più leggere furono traportate dalle correnti negli strati più alti dell’atmosfera, dove formarono una cortina che oscurò parzialmente la Terra dai raggi solari. Fu proprio questo filtro di polveri sottili a provocare la piccola glaciazione del 1816, un “inverno vulcanico” che causò un calo delle temperature medie mondiali pari a circa 0,7 °C, abbastanza da provocare un temporaneo stravolgimento del clima dell’intero pianeta.

Un ritratto giovanile di Mary Shelley, l’autrice di Frankenstein. Fonte: www.biography.com

Byron e la sua compagnia di giovani intellettuali dovettero quindi fare i conti con un’estata caratterizzata da un tempo da lupi. Passarono intere giornate tappati in casa col caminetto acceso, mentre fuori infuriavano i temporali, ammazzando il tempo conversando amabilmente e, si dice, consumando ampie quantità di alcolici e laudano, la bevanda a base di oppio che era principale “sballo” dell’epoca. Il clima e l’ambiente stimolarono l’immaginazione e le discussioni su argomenti misteriosi e macabri, e il gruppo cominciò a dedicarsi alla lettura di storie dell’orrore e di fantasmi, che avevano avuto un ritorno di popolarità con l’esplosione del romanzo “gotico” a cavallo tra XVIII e XIX secolo. Fu così che, durante una serata particolarmente cupa, Byron sfidò ciascuno degli amici scrittori a impegnarsi a scrivere una storia dell’orrore. Come spesso accade in queste occasioni, l’idea fu accolta subito con entusiasmo, ma nei giorni successivi non tutti presero con serietà questo proposito. Shelley scrisse alcune storie di fantasmi che però furono pubblicate solo postume, e che non rappresentano certamente il vertice dell’arte letteraria del celebre poeta. Lo stesso Byron abbozzò l’inizio di un romanzo fantastico, ma ben presto abbandonò l’impresa distratto da mille altri impegni e ispirazioni. Chi prese invece molto sul serio quella serata fu la giovane Mary, la quale raccontò che, qualche giorno dopo, immersa nel dormiveglia, sentì Byron e gli altri compagni discutere dei progressi della scienza medica, e in particolare degli esperimenti di Luigi Galvani sull’elettricità e gli organismi viventi. Sarebbe stato possibile, si chiedevano gli amici, arrivare a rianimare un corpo morto o inanimato, sfidando i principi divini e ricreando la vita? Mary andò a letto e, quella notte, ebbe un orribile incubo in cui sognò un oscuro alchimista che, mettendo insieme parti di cadaveri, riusciva a instillare una scintilla di vita in quella tremenda creatura. Dopo avergli raccontato quell’esperienza, Shelley incoraggiò Mary a usare quelle immagini come ispirazione per il suo racconto dell’orrore. La compagnia infine lasciò Ginevra, e Shelley e Mary si sposarono a dicembre di quell’anno, dopo che la prima moglie di Shelley era stata trovata morta in circostanze misteriose, forse per un suicidio. Mary Shelley, come fu conosciuta da allora, pubblicò finalmente nel 1818 il frutto del suo lavoro, il romanzo Frankenstein, ovvero il Prometeo moderno. L’opera ebbe subito un grande successo e fu adattata in molti melodrammi e opere teatrali, e oggi è considerata una delle più importanti opere del genere horror contemporaneo.

Il frontespizio di The Vampyre di John William Polidori.

Ma la gelida estate del 1816 a Villa Diodati ispirò anche un’altra importante opera, forse meno conosciuta al grande pubblico, ma non meno importante per l’evoluzione della letteratura fantastica moderna. Abbiamo visto che Byron non completò mai la storia fantastica che lui stesso aveva sfidato a scrivere. Ma il suo giovane compagno Polidori rimase profondamente impressionato da quegli incontri e, prendendo a spunto e rielaborando il frammento incompiuto di Byron, pubblicò nel 1819 il romanzo breve The Vampyre. Inizialmente l’opera fu attribuita a Byron, e gli editori che l’avevano pubblicata incoraggiarono l’equivoco per aumentare le vendite. Ma lo stesso poeta negò la sua paternità, anche perché egli stesso non faceva una grande figura nel romanzo. Il protagonista era infatti il raffinato ma crudele Lord Ruthven, il quale alla fine si rivela un vampiro che seduce e dissangua le giovani fanciulle che cadono vittima del suo fascino. Tutti i lettori dell’epoca colsero immediatamente il parallelismo tra il vampiro senza scrupoli e il dongiovanni Byron. Il romanzo divenne comunque una pietra miliare della letteratura fantastica: prima di allora infatti l’immagine del vampiro era stata quella di una creatura rozza e feroce, un morto vivente tratto dal folklore dell’Europa Orientale. The Vampyre ebbe il merito di introdurre la figura del vampiro seduttore, vorace ma raffinato, che poi avrebbe trovato la sua incarnazione più famosa nel celebre Dracula di Bram Stoker, del 1897. E fu così che l’eruzione di un vulcano in Indonesia contribuì in modo determinante a influenzare l’immaginario fantastico europeo e, successivamente, tutta la cultura popolare contemporanea.