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GEOblog rewind. Sempre più muri dividono il mondo

Sembrano moltiplicarsi a vista d’occhio, negli ultimi mesi, i muri e le barriere che separano Paesi e popoli. Torneremo ad abitare in un mondo diviso dalla paura?

Nel corso dei nostri viaggi virtuali abbiamo più volte parlato dei muri e delle barriere che Stati e popoli hanno eretto, e continuano a erigere, per tenere fuori dai propri confini individui “altri” e proteggere l’integrità, vera o presunta, della propria popolazione. Abbiamo parlato di barriere storiche come il Vallo di Adriano in Gran Bretagna o la Grande Muraglia Cinese, ormai ridotte a “semplici” meraviglie archeologiche, ma anche di muri che ancora oggi segnano la divisione di città e territori, come le alte barriere che separano le exclave spagnole in Africa, Ceuta e Melilla, dal territorio del Marocco, oppure i reticolati di filo spinato che dividono i quartieri cattolici da quelli protestanti a Belfast, in Irlanda del Nord, o ancora il sistema di muri e divisioni che tagliano in due la capitale cipriota Nicosia, separandola in una parte greca e in una turca. A ogni muro o barriera è legata una storia di conflitto, divisione o pregiudizio.

Un posto di frontiera nel bel mezzo della capitale cipriota Nicosia segna il passaggio tra la parte greca e quella turca della città. Fonte: www.bbc.co.uk

Con la dissoluzione dell’Unione Sovietica e la fine della Guerra Fredda, è caduta forse la più celebre di queste barriere, quella che ha simboleggiato le divisioni e i conflitti del XX secolo: il Muro di Berlino. Ma la speranza che la fine della contrapposizione tra superpotenze e della divisione del mondo in blocchi ideologici potesse contribuire ad abbattere per sempre i muri che separano popoli e Paesi è stata vana. Non solo alcune delle barriere figlie della Guerra Fredda, come la famigerata zona demilitarizzata tra le due Coree lungo il 38° parallelo, sono ancora in piedi e ben lontane dall’essere smantellate, ma nuovi muri sono sorti negli ultimi anni e mesi, anche tra confini che si pensava fossero ormai solo un ricordo. Abbiamo già parlato della tentazione di molti governi europei di chiudere i confini ed erigere muri per contrastare l’ondata di rifugiati provenienti dal Medio Oriente e dal Nordafrica piagati dalla guerra. L’Ungheria ha già eretto una barriera di filo spinato e reticolati al confine con la Serbia, da dove proviene il flusso maggiore di migranti, e adesso ha iniziato a costruire una struttura analoga anche al confine con la Romania, un fatto tanto più grave poiché entrambi i Paesi fanno parte dell’Unione Europea, e dovrebbero quindi aspirare all’abbattimento dei rispettivi confini, non alla loro chiusura. È notizia recente anche l’inizio della costruzione di una barriera simile al confine tra Macedonia e Grecia, per impedire agli emigrati che giungono ne Paese ellenico dalla Turchia, rischiando la vita attraversando il Mar Egeo a bordo di barche e canotti di fortuna, di proseguire a piedi verso l’Europa centrale lungo la rotta dei Balcani. Proprio come la paura dei “barbari” e la volontà di tenerli fuori dall’ambito “civilizzato” degli imperi romano e cinese ispirò la costruzione del Vallo di Adriano e della Muraglia Cinese, è il timore dell’altro e la paura di vedere “inquinata” l’identità culturale della propria nazione che motiva l’erezione dei nuovi muri europei. Timori che, come abbiamo visto, rischiano di minare una delle più grandi conquiste dell’Unione Europea, gli accordi di Schengen sulla libera circolazione di merci e persone.

Una mappa che evidenzia la frontiera tra Tunisia e Libia, lunga circa 200 km. Fonte: www.reliefweb.int

Per razionalizzare e parzialmente giustificare le ragioni, almeno in parte xenofobe, che motivano la costruzione di nuovi muri, si tira spesso in ballo la minaccia del terrorismo. Il timore è che tra le masse di rifugiati possano infiltrarsi in Europa estremisti islamici inviati per compiere attentati e stragi come quella compiuta a Parigi lo scorso novembre. E la paura del terrorismo e della diffusione del “cancro” jihadista ha provocato l’erezione di muri e barriere anche nei Paesi arabi, per isolare le aree in mano ai fondamentalisti islamici. Abbiamo già parlato dalla “grande muraglia” arabica, il sistema di fortificazioni e sofisticati apparati di sorveglianza eretto dall’Arabia Saudita a nord lungo il confini con l’Iraq e a sud in corrispondenza della frontiera con lo Yemen. L’intento è quello di tenere fuori dai confini del regno saudita tanto i miliziani dell’ISIS, il sedicente califfato islamico che controlla buona parte della Siria e dell’Iraq, quanto i ribelli sciiti houthi, alleati dell’Iran e nemici dei sauditi, che stanno combattendo una dura guerra civile nel vicino Yemen. Con la costruzione di queste barriere l’Arabia Saudita è diventata di fatto uno Stato fortezza assediato da ogni lato. Ma non è finita qui: i muri cominciano a dividere anche i Paesi arabi del Nordafrica, le cui frontiere sono da sempre assai porose poiché spesso corrono lungo migliaia di km di deserto pressoché impossibile da controllare interamente. È però quello che sta cercando di fare la Tunisia lungo i 200 km di confine che condivide con la Libia, insanguinata da anni da una guerra civile che vede contrapposti due governi rivali e decine di milizie armate in lotta tra loro. Un’instabilità di cui hanno approfittato i miliziani dello Stato Islamico, che hanno conquistato diverse città e minacciano di usare le coste libiche come trampolino di lancio per perpetrare attentati in Europa e nei vicini Paesi africani. Proprio di questo ha paura la Tunisia, l’unico Stato della regione ad aver mantenuto un governo democratico in seguito all’ondata di proteste popolari del 2011, la primavera araba.

Uomini delle forze speciali tunisine impegnate presso la barriera che dovrebbe prevenire le infiltrazioni di estremisti. Fonte: www.repubblica.it

I gruppi fondamentalisti islamici hanno cercato già più volte di destabilizzare il governo tunisino compiendo sanguinosi attacchi, come quello al Museo del Bardo di Tunisi del 18 gennaio 2015, in cui sono morte 22 persone tra cui 4 turisti italiani, e quello contro i resort turistici del centro balneare di Sousse, il successivo 26 giugno. L’intento palese dei terroristi è mettere in crisi l’industria turistica tunisina, pilastro dell’economia nazionale, e provocare così un’ondata di risentimento popolare contro il governo in carica. Per impedire che i miliziani jihadisti, molti dei quali sono per giunta tunisini andati all’estero a combattere la “guerra santa”, penetrino indisturbati nel territorio tunisino, il governo ha completato la costruzione di un sistema di barriere – reticolati di filo spianato, fossati, terrapieni di sabbia – lungo il confine libico. Il problema sarà, per le esigue forze di sicurezza tunisine, sorvegliare efficacemente questa lunga barriera, poiché una fortificazione è sostanzialmente inutile se non è presidiata costantemente da un numero adeguato di uomini. Il governo ha già annunciato che chiederà agli Stati Uniti, lo Stato maggiormente impegnato nella lotta all’ISIS, la fornitura di sofisticati sistemi di sorveglianza, come binocoli per la visione notturna e radar di rilevamento, da installare lungo i 200 km di confine per renderlo impermeabile ai terroristi. Ci si chiede quanto l’arrivo di nuove armi e sofisticati sistemi bellici contribuirà a pacificare una regione già piagata dagli scontri tra clan e gruppi religiosi.