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Geopolitica a tutto gas

La Russia è tra i maggiori esportatori mondiali di gas naturale, una potente moneta di scambio e mezzo di pressione nelle dispute politiche e diplomatiche internazionali. Fonte: www.businessinsider.com

Gli sviluppi di due vicende che abbiamo raccontato negli scorsi mesi sono uniti da un denominatore comune: il gas naturale, risorsa che sta diventando protagonista degli equilibri geopolitici mondiali.

In due post pubblicati ormai diversi mesi fa, per la precisione a luglio e ottobre dell’anno scorso, abbiamo parlato di due temi che non avevano apparentemente alcuna relazione tra loro, e che invece le cronache recenti hanno unito tramite un elemento comune: il gas. Sembra infatti che il gas naturale, usato per produrre energia, sia giunto prepotentemente alla ribalta degli scenari politici ed economici mondiali, e questo proprio nel momento in cui la crescente domanda di risorse energetiche da parte delle grandi potenze emergenti, prime fra tutte India e Cina, costringe tutti i Paesi del mondo a manovrare con mezzi economici, politici, diplomatici e anche militari per assicurarsi risorse energetiche sufficienti al loro fabbisogno, e a costi ragionevoli, nei prossimi anni.

A luglio dell’anno scorso avevamo già parlato diffusamente del “grande gioco” geopolitico in corso tra i Paesi dell’Europa e dell’Asia per il controllo delle produzione e della distribuzione del gas estratto nell’area del Caucaso. La partita si inserisce in un gioco ancora più grande che i Paesi dell’Europa occidentale stanno giocando per eliminare, o almeno ridurre, la propria dipendenza dalle forniture di gas della Russia, che ne è uno dei maggiori produttori mondiali. In quell’occasione abbiamo parlato anche delle “guerre del gas” tra Russia e Ucraina, crisi diplomatiche durante le quali il governo russo ha minacciato letteralmente di chiudere i rubinetti del gas verso la vicina Ucraina e di riflesso a tutta l’Europa occidentale, dal momento che la maggior parte dei gasdotti che portano il gas russo nel resto dell’Europa passano proprio dal territorio ucraino. Purtroppo, a causa degli avvenimenti degli ultimi mesi, la “guerra del gas” tra Russia e Ucraina rischia di andare oltre le semplice metafora e di diventare una guerra vera e propria. Infatti, dietro a episodi che hanno dominato le cronache internazionali come la rivoluzione di piazza Maidan in Ucraina, la destituzione del presidente ucraino Janukovyč, le tensioni con la Russia, culminate dapprima con l’annessione di fatto da parte della Russia della Crimea e poi con gli scontri tra governo ucraino e milizie filorusse nella parte orientale dell’Ucraina, dietro tutte queste vicende, abbiamo detto, aleggia l’ombra del prezioso gas russo, che la Russia tenta di usare come leva per ottenere vantaggi politici e territoriali e ribadire il suo ruolo di potenza incontrastata della regione.

Il percorso previsto del gasdotto South Stream, dalla Russia all'Italia passando per il Mar Nero. Fonte: www.gazprom.com

I Paesi dell’Europa occidentale, prima fra tutti la Germania, esitano a prendere posizioni troppo dure in risposta al rinnovato espansionismo russo, oltre che per ragioni politiche, anche per timore che la Russia possa mettere in atto le sue minacce e lasciare mezza Europa al freddo il prossimo inverno. Minacce che appaiono ancora più credibili ora che la Russia si è assicurata un importantissimo cliente extraeuropeo per il suo gas: la Cina, con la quale ha stipulato un contratto di fornitura del valore di svariati centinaia di miliardi di dollari per i prossimi trent’anni. La costruzione di gasdotti che sfruttano gas non russo e che non passano su territorio russo, come il TAP di cui avevamo parlato nello scorso post, diventa quindi ancora più importante per i Paesi europei. Ma il TAP è solo uno dei tanti gasdotti attualmente in costruzione, e al centro di numerosi intrighi, nell’Europa orientale mediterranea. Un altro è il South Stream, il cui percorso progettato partirebbe sì dalla Russia, ma eviterebbe l’Ucraina, passando a sud nelle acque del Mar Nero per giungere poi in Bulgaria e da lì in Europa; un tracciato pensato appositamente per evitare i Paesi non membri dell’Unione Europea. Ma lo scontro politico ed economico tra Russia e UE ha avuto ripercussioni anche su questo versante: proprio ieri la Bulgaria ha annunciato di aver interrotto i lavori di costruzione della parte del gasdotto che transita sul suo territorio. Nelle scorse settimane la Commissione Europea aveva minacciato sanzioni contro la Bulgaria perché il governo di questo Paese non avrebbe rispettato le procedure europee in materia di appalti, assegnando i lavori per costruzione del gasdotto solo a società bulgare e russe, senza indire gare internazionali. L’impiego di società russe per la realizzazione di un progetto di interesse comunitario sarebbe anche in contrasto con le sanzioni economiche elevate dall’UE alla Russia come rappresaglia in seguito all’annessione russa della Crimea. Gli organi dell’Unione Europea temono che la Russia voglia mettere le mani sull’intero progetto del gasdotto South Stream per estendere ulteriormente la propria posizione dominante nel mercato del gas.

La cerimonia di avvio dei lavori in territorio bulgaro del gasdotto South Stream, che unisce simbolicamente Bulgaria e Russia. Fonte: www.gazprom.com

Se il gas naturale era già uno dei protagonisti dello scorso post sulle ricchezze del Caucaso, è difficile immaginare quale ruolo abbia avuto in un’altra vicenda di cui abbiamo parlato, questa volta in un post di ottobre: la nomina del Qatar come Paese organizzatore dei Mondiali di calcio del 2022. In quell’occasione avevamo parlato delle polemiche causate dallo sfruttamento e dalle violazioni dei diritti umani dei lavoratori immigrati impiegati per la costruzione degli stadi e delle altre strutture attualmente in realizzazione in Qatar in vista del Campionati del mondo di calcio. Ma avevamo accennato anche allo status del Qatar di Paese estremamente ricco e smanioso di investire, come accade per altri Paesi arabi del Golfo Persico, il denaro ricavato dall’esportazione del petrolio in progetti e iniziative faraoniche. È evidente che la volontà di investire cifre enormi ha pesato molto sulla decisione della FIFA di assegnare i Mondiali al Qatar, al punto da far trascurare alcuni dettagli a dir poco macroscopici, come il clima non certo fresco del Paese arabo. I campionato si disputa infatti, tradizionalmente, tra giugno e luglio, un periodo in cui in Qatar si sfiorano i 50° all’ombra di temperatura, condizioni proibitive per giocare una partita di calcio all’aperto. Le uniche soluzioni sarebbero due: spendere cifre folli per chiudere e climatizzare tutti gli stadi dove si giocheranno le partite, oppure spostare il campionato in inverno, eventualità ancora più folle, dal momento che una mossa del genere sconvolgerebbe i calendari sportivi di tutti i Paesi partecipanti.

Il presidente della FIFA Joseph Blatter, a Zurigo nel 2010, nel momento in cui annuncia al mondo l'assegnazione dei Mondiali di calcio del 2022 al Qatar. Fonte: www.telegraph.co.uk

Ebbene, sembra che la volontà dei qatarioti di investire ingenti somme nei mondiali sia andata oltre la soglia della legalità. Nelle scorse settimane il mondo del calcio internazionale è stato sconvolto dalla notizia che il Qatar, per ottenere l’assegnazione del campionato, avrebbe organizzato un gigantesca manovra a base di pressioni economiche e politiche, nonché corruzione di alti funzionari della FIFA e dei delegati dei Paesi che avrebbero partecipato all’elezione del Paese ospitante. Nell’inchiesta sul giro di corruzione è stato coinvolto anche il presidente dell’UEFA e celebre ex calciatore Michel Platini. Se le accuse si dimostrassero fondate, la nomina del Qatar come Paese ospitante potrebbe essere revocata e l’edizione del 2022 dei Mondiale dovrebbe essere organizzata da un’altra parte. Tanto il Regno Unito quanto l’Australia, che erano candidati insieme al Qatar nell’elezione sospetta, hanno rinnovato il loro interesse a ospitare il campionato. Ma cosa c’entra il gas naturale con questo scandalo a base di mazzette e pressioni politiche? Sembra che una delle armi usate dal governo qatariota per accattivarsi il favore dei Paesi votanti sia stata proprio il gas naturale, risorsa di cui il Qatar è ricco insieme al petrolio. Poco prima della votazione per i Mondiali i vertici politici qatarioti e russi si sarebbero incontrati per accordarsi su strategie comuni per la produzione e la commercializzazione del gas, e poco dopo la Russia avrebbe dichiarato il suo favore a un’edizione dei Mondiali ospitata dal Qatar. Ancor più spregiudicata la manovra intentata con la Thailandia, i cui delegati sportivi sarebbero stati “convinti” a votare per il Qatar in cambio della fornitura a prezzi scontati di un milione di tonnellate di gas naturale all’anno.