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Gli ebrei e la Spagna, una nostalgia durata 500 anni

I sovrani Ferdinando e Isabella ordinano l'espulsione degli ebrei dalla Spagna in un dipinto di Solomon Alexander Hart (1806-1881). Fonte: www.worldhistoryplus.com

Con un gesto volto a cancellare la macchia dell’espulsione di massa degli ebrei spagnoli avvenuta nel lontano 1492, la Spagna ha deciso di riaccogliere i loro discendenti concedendo la cittadinanza a tutti gli ebrei sefarditi che ne faranno richiesta.

Il 1492 fu un anno fondamentale per la storia europea e per la Spagna in particolare. L’evento più noto fu certamente la scoperta dell’America da parte di Cristoforo Colombo, il quale il 12 ottobre avvistò le coste dell’isola di San Salvador. Nelle settimane successive Colombo e i suoi uomini esplorarono un’altra grande isola ribattezzata Hispaniola in onore della Spagna e dei sovrani Isabella di Castiglia e Ferdinando di Aragona, che avevano finanziato la spedizione. Le conseguenze che ne sarebbero derivate avrebbero portato al lungo periodo di egemonia politica ed economica della Spagna in Europa e nel mondo, il famoso siglo de oro. Ma in quell’anno ci furono anche altri accadimenti non meno importanti per gli spagnoli e gli europei in generale. Il 2 gennaio l’esercito dei “sovrani cattolicissimi” Isabella e Ferdinando entrò trionfalmente nella città di Granada, capitale dell’ultimo regno arabo-islamico nella penisola Iberica, completando finalmente il lungo processo di reconquista, da parte dei regni cristiani, dei territori iberici occupati secoli prima dai musulmani.

Una copia del decreto di Alhambra che dispone l'espulsione degli ebrei dalla Spagna. Fonte: www.wikipedia.org

Poco meno di tre mesi dopo la conquista cattolica di Granada, i sovrani di Castiglia e Aragona emanarono un decreto destinato ad avere conseguenze profonde e di lungo periodo per la società e la cultura del bacino del Mediterraneo. Con l’editto di Alhambra, tutti gli ebrei residenti nei regni di Castiglia e Aragona, compresi i territori recentemente conquistati, ebbero quattro mesi di tempo per convertirsi al cristianesimo oppure lasciare per sempre il Paese. Coloro che fossero stati sopresi sul suolo spagnolo dopo quella data sarebbero stati messi a morte. Le comunità ebraiche nella penisola Iberica erano all’epoca assai nutrite e fiorenti: molti ebrei vi si erano trasferiti secoli prima approfittando della tolleranza mostrata nei loro confronti dai governanti arabi, e nei secoli dettero vita a una società estremamente ricca, tanto materialmente quanto culturalmente. Si stima che all’epoca risiedessero in spagna diverse centinaia di migliaia di ebrei, tra i quali figuravano molti facoltosi mercanti, ma erano assai numerosi anche i medici, i filosofi e gli scrittori. L’ambiente ebraico spagnolo dei secoli XIII e XIV fu anche uno dei centri in cui nacque e si diffuse la qabbalah, le dottrina mistica ebraica, che ebbe un’influenza cruciale per la cultura ebraica, ma anche per molte correnti filosofiche europee, nei secoli successivi. L’espulsione degli ebrei dalla Spagna rappresentava quindi una gravissima perdita per l’economia e la cultura dei regni di Castiglia e Aragona.

Una parte minoritaria degli ebrei spagnoli, si stima tre le 50.000 e le 70.000 persone, decise di non abbandonare le proprie case e i proprie affari e accettò di convertirsi pubblicamente al cristianesimo. Chiamati ufficialmente Nuovi Cristiani, e colloquialmente marranos (ed è significativo constatare che la parola “marrano” sopravvive, anche in italiano, come forma di insulto), gli ebrei convertiti ebbero qualche anno di pace, ma ben presto cominciarono a subire persecuzioni da parte del resto della popolazione cattolica spagnola, molte volte risentita per la prosperità economica dei Nuovi Cristiani, e soprattutto della neonata Inquisizione spagnola, che dedicò gran parte delle proprie energie a stanare e punire i “cripto-giudei”, cioè coloro che si erano pubblicamente convertiti al cristianesimo ma continuavano a praticare segretamente i riti e le usanze ebraiche tra le mura domestiche. Uno spaccato, seppur assai romanzato, della vita e dei pericoli che dovevano affrontare quotidianamente i Nuovi Cristiani in Spagna, che rimasero “Nuovi” anche secoli dopo la loro conversione, si può vedere nel film L’ultimo inquisitore del 2006 con protagonista l’attrice Natalie Portman.

Il resto della popolazione ebraica spagnola, il cui numero differisce significativamente, a seconda delle varie stime, dai 120.000 agli 800.00 individui, decise di lasciare per sempre il Paese. Fu loro concesso di portare con sé tutti gli averi in loro possesso tranne l’oro e l’argento. Con questa clausola, in pratica, gran parte degli ebrei in fuga furono spogliati dei propri beni, che furono incamerati da mercanti cattolici senza scrupoli e dalla stesso Stato. Fu una vera a proprie seconda diaspora per il popolo ebraico, con la più numerosa e prospera comunità giudaica in Europa costretta a disperdersi ai quattro venti. Molti si trasferirono nei regni arabi del Nordafrica, Marocco e in Egitto; altri ripararono in Italia, dove vennero accolti dalle comunità ebraiche già presenti in molte città, tra cui Venezia e Roma. La maggior parte si trasferì però in Grecia, soprattutto nella città di Salonicco, che divenne sede di una delle più numerose e fiorenti comunità ebraiche d’Europa, e in Turchia, dove il governo ottomano aveva offerto loro protezione. Dovunque andassero, gli ebrei di origine spagnola, da allora chiamati sefarditi (da Safarad, il nome ebraico della Spagna), portarono le proprie competenze e la propria cultura, rivitalizzando le economie di molte città del bacino del Mediterraneo e portando una ventata di nuovi stimoli intellettuali nelle culture locali. Ancora oggi si chiamano sefarditi gli appartenenti alle comunità originarie dei Paesi mediterranei, in opposizione agli ashkenaziti, gli ebrei originari dell’Europa Orientale.

Mappa che raffigura le principali correnti migratorie degli ebrei sefarditi in seguito all'esplusione dalla Spagna nel 1492. Fonte: www.wikipedia.org

In epoca contemporanea, l’espulsione degli ebrei dalla Spagna, da sempre considerata dagli stessi ebrei come una delle più grandi tragedie subite dal popolo ebraico nel periodo tra la distruzione del Tempio di Gerusalemme nel 70 d.C. e la Shoah nel XX secolo, cominciò a essere vista come una macchia sulla storia della Spagna dagli stessi governanti spagnoli. L’editto di espulsione fu formalmente revocato dalla Spagna solo nel 1968, in seguito ai lavori del Concilio Vaticano II, che posero nuove basi nel rapporto tra cristiani ed ebrei. Con il ritorno della democrazia in Spagna in seguito alla morte del dittatore Francisco Franco, le iniziative ufficiali di riparazione nei confronti degli ebrei spagnoli si moltiplicarono: nel 1992, in occasione del cinquecentesimo anniversario dell’espulsione, il re di Spagna Juan Carlos si recò in visita alla sinagoga Beth Yaacov di Madrid e, dopo aver pregato insieme ai membri della comunità ebraica locale, chiese pubblicamente scusa ai discendenti degli ebrei spagnoli, affermando che essi, indipendentemente da dove risiedano ora a distanza di secoli, sono spagnoli e tutti gli effetti in quanto portatori di culture, usanze e costumi essenzialmente spagnoli. Negli anni successivi, negli ambienti politici spagnoli si formò il progetto di conferire agli ebrei sefarditi qualcosa di più che un generico attestato di appartenenza culturale. Furono varate leggi e normative per concedere agli ebrei di origine spagnola una corsia privilegiata per ottenere la cittadinanza, una politica culminata nel decreto annunciato dal ministro della giustizia spagnolo Alberto Ruiz-Gallardon il 7 febbraio 2014. Il decreto, in corso di approvazione da parte del Parlamento spagnolo, stabilisce la concessione della doppia cittadinanza, spagnola e del Paese di origine, a tutti i discendenti degli ebrei sefarditi (non importa se di religione ebraica o meno) che ne faranno richiesta. Potrebbe non essere semplice dimostrare la propria discendenza dagli ebrei cacciati dalla Spagna oltre 500 anni fa (uno degli indicatori più affidabili sono i cognomi dei vari antenati), ma si stima che gli ebrei sefarditi, che potrebbero quindi ottenere il passaporto spagnolo, siano almeno tre milioni e mezzo in tutto il mondo.

Re Juan Carlos di Spagna saluta il rabbino della sinagoga di Madrid durante la sua storica visita avvenuta nel 1992. Fonte: www.1.bp.blogspot.com

La notizia ha causato un’ondata di eccitazione nelle comunità ebraiche di tutti i continenti, dal Sudamerica a Israele, tanto che già oltre 50.000 persone hanno presentato la richiesta di passaporto alle ambasciate e ai consolati spagnoli dei loro Paesi di residenza. I più allettati dall’offerta sono soprattutto i cittadini extraeuropei, in quanto la cittadinanza spagnola, essendo la Spagna un Paese membro dell’Unione Europea, significherebbe libertà di accesso e lavoro in tutti e 28 i Paesi dell’UE. La maggior parte delle domande finora avanzate provengono dalla Turchia e dal Venezuela, Paesi dove risiedono numerose comunità ebraiche e teatro negli ultimi tempi di tensioni e gravi disordini sociali. Poter dimostrare di avere un antenato sefardita permetterebbe a molti cittadini di questi Paesi una inaspettata via di fuga da una situazione potenzialmente pericolosa.

Con questo decreto la Spagna diventa effettivamente il secondo Paese del mondo a concedere la propria cittadinanza in via facilitata agli individui di origine ebraica. Il primo è ovviamente Israele, dove è in vigore la “legge del ritorno"  promulgata nel 1950, solo due anni dopo la fondazione dello Stato ebraico nel 1948. Ma di questa norma, e delle conseguenze a volte inaspettate che sono derivate negli anni dalla sua applicazione, parleremo la prossima settimana.