Blog

Guerra civile nello Stato più giovane del mondo

Cittadini del Sud Sudan festeggiano l'indipendenza del proprio Paese in seguito al referendum del gennaio 2011. Fonte: www.bbc.uk

Il Sud Sudan, ultimo Stato del mondo a rendersi indipendente, nel 2011, è da settimane teatro di scontri tra fazioni opposte. Sul Paese aleggia lo spettro della guerra etnica.

La nascita di un nuovo Stato non è quasi mai un fenomeno indolore, in quanto stravolge equilibri di potere e assetti geopolitici in vigore magari da decenni o addirittura secoli. Ne sono un triste esempio le vicende che hanno portato alla formazione dei Paesi balcanici un tempo facenti parte dell’ex Iugoslavia, teatro di una terribile guerra civile negli anni Novanta del Novecento, in occasione della quale, per indicare le atrocità commesse, è stata coniata l’agghiacciante espressione “pulizia etnica”. E le violenze non hanno risparmiato neppure l’attuale Stato più “giovane” del mondo, l’africano Sud Sudan, l’ultimo Paese a ricevere il riconoscimento della propria sovranità da parte della comunità internazionale, nel 2011.

Il Sudan del Sud è stato per oltre cinquant’anni la regione meridionale del Sudan, abitata da più di 8 milioni di persone. Contrariamente al resto del Sudan, la cui popolazione è composta principalmente da individui di etnia e lingua araba e di religione musulmana, gli abitanti del Sudan del Sud appartengono a una miriade di etnie indigene africane (vi si parlano oltre 60 lingue diverse), mentre le religioni più diffuse sono il cristianesimo e i culti tradizionali africani. Anche per questi motivi i rapporti tra la regione e il governo centrale sudanese sono sempre stati molto difficili, e in Sudan sono state combattute due lunghe guerre civili, durate del 1955 al 1972 e dal 1983 al 2005, che hanno provocato milioni di morti e rifugiati. A contribuire alla dura repressione delle spinte autonomiste nella regione da parte del governo centrale sudanese c’era anche il fatto che nel Sud Sudan si trovano ricchi giacimenti petroliferi, che costituivano una delle maggiori ricchezze per la disastrata economia sudanese.

Gli accordi di pace che hanno sancito la fine della seconda guerra civile sudanese nel 2005 prevedevano, tra le varie clausole, che agli abitanti del Sudan del Sud sarebbe stato concesso di esprimersi, tramite un referendum, sull’indipendenza dalla propria regione dal Sudan. Il governo sudanese ha però ritardato per diversi anni e con vari pretesti l’applicazione di questa parte degli accordi. In favore del diritto all’autodeterminazione della popolazione del Sudan del Sud si sono tuttavia schierati alcuni autorevoli membri della comunità internazionale, tra cui gli Stati Uniti, i quali hanno inasprito le sanzioni economiche contro il Sudan, già precedentemente imposte per la presunta collaborazione del governo sudanese con organizzazioni terroristiche e per le atrocità commesse durante la guerra civile e gli scontri nella regione occidentale del Darfur, per indurre il governo a concedere lo svolgimento del referendum sull’indipendenza.
La consultazione popolare si è finalmente svolta tra il 9 e il 15 gennaio 2011, alla presenza di numerosi osservatori inviati da varie organizzazioni internazionali, tra cui l’ONU e la Lega Araba, per garantire la regolarità del voto. Il risultato è stato inequivocabile: oltre il 98% dei quasi 4 milioni di abitanti che hanno partecipato al voto si è espressa in favore dell’indipendenza del Sudan del Sud. Il 9 luglio 2011 è stata dichiarata ufficialmente la nascita della Repubblica del Sudan del Sud, che è stata in breve tempo riconosciuta dall’ONU.

Il presidente del Sud Sudan Salva Kiir Mayardit. Fonte. www.reuters.com

La raggiunta indipendenza non ha però portato nella regione la pace e la stabilità sperate, ma ha anzi provocato un ritorno delle tensioni e delle rivalità tra la moltitudine di gruppi etnici che costituiscono la popolazione sud sudanese, e che avevano messo da parte i loro attriti durante il lungo scontro con il governo centrale sudanese e la classe dominante di etnia araba e religione musulmana. I vari gruppi etnici del Paese avevano tentato di spartirsi equamente il potere e le responsabilità politiche del nuovo Stato, scegliendo come presidente della repubblica, nel corso delle prime elezioni libere, Salva Kiir Mayardit, uomo politico appartenente all’etnia dinka, il gruppo etnico maggioritario in Sud Sudan, mentre come suo vice era stato nominato Riek Machar, esponente della seconda etnia sud sudanese, quella dei nuer. Il fragile equilibrio tra le varie fazioni politiche ed etniche al potere è durato però soltanto due anni, e nel luglio del 2013 il presidente Kiir ha rimosso dall’incarico il suo vice Machar e l’intero governo con l’accusa di star complottando un colpo di stato. Da parte sua, Machar ha accusato Kiir di voler ampliare illegalmente i propri poteri con l’intento di trasformare il Paese in una dittatura, annunciando poi di volersi candidare come sfidante del presidente in carica alla prossime elezioni del 2015. Ma i sostenitori dei due uomini politici non hanno aspettato di risolvere le loro divergenze nelle urne, e nelle ultime settimane sono scoppiati scontri e violenze tra la popolazione e tra gli stessi reparti dell’esercito e della polizia fedeli ai due leader. Il 16 dicembre militanti di etnia nuer hanno attaccato membri della guardia personale del presidente, e nei giorni successivi reparti dell’esercito composti da soldati nuer hanno disertato e preso il controllo delle città di Bor e Bentiu. Il 19 dicembre miliziani non meglio identificati hanno attaccato, nella capitale Juba, una base occupata dai Caschi Blu, le truppe inviate dall’ONU per garantire la stabilità del Paese in seguito all’indipendenza, uccidendo tre soldati indiani.

L'ex vicepresidente del Sud Sudan, e ora principale avversario del presidente Kiir, Riek Machar. Fonte: www.thelondoneveningpost.com

In seguito all’esplosione di violenza il presidente Kiir ha accusato apertamente il suo ex vice Machar di stare mettendo in atto un tentativo di colpo di stato, mentre lo stesso Machar ha ribattuto che gli scontri sono stati provocati dal presidente e dai reparti dell’esercito a lui fedeli, composti da soldati di etnia dinka, per giustificare una risposta armata e l’inizio di una vera e propria opera di “pulizia etnica” per rimuovere i nuer dalle posizioni di potere. Testimoni hanno già riferito di episodi di esecuzioni di massa e del ritrovamento di fosse comuni con decine di vittime giustiziate sommariamente.

    

Militari dell'esercito regolare sud sudanese riconquistano la città di Bor, precedentemente occupata dai miliziani nuer sostenitori di Riek Machar. Fonte: www.nytimes.com

Nel frattempo, la comunità internazionale è intervenuta per cercare di riportare la pace e per proteggere gli stranieri residenti in Sud Sudan, tra i quali vi sono membri dei governi occidentali in missione diplomatica ed esponenti di organizzazioni umanitarie. Gli Stati Uniti hanno annunciato l’invio di un contingente di marines per garantire la sicurezza degli americani ancora presenti nel Paese, dopo che, il 21 dicembre, tre elicotteri militari americani, impegnati nell’evacuazione di civili bloccati nella città di Bor, erano stati colpiti dal fuoco dei miliziani. Anche l’Italia, negli scorsi giorni, ha inviato aerei militari per evacuare gli italiani presenti nel Paese. Le autorità dell’ONU presenti in Sud Sudan hanno denunciato che le violenze degli ultimi giorni hanno già provocato migliaia di morti e che, se la situazione non si stabilizzerà, il Paese potrebbe precipitare in una grave crisi umanitaria, aggiungendo inoltre che gli scontri hanno già costretto decina di migliaia di persone a lasciare le proprie case per cercare rifugio nelle basi presidiate dai Caschi Blu.