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I muri australiani… contro cani e gatti (Parte II)

In un mondo sempre più diviso da muri e barriere, quelle costruite in Australia spiccano per la loro particolare funzione: proteggere l’ambiente e l’economia delle specie animali infestanti. 

Nella scorsa puntata abbiamo parlato di una curiosa recinzione in corso di realizzazione nel selvaggio outback australiano. Di questi tempi, le notizie sulla costruzione di muri e barriere sono all’ordine del giorno in tutto il mondo, e sono propagandate come il mezzo più efficace per tenere a bada ogni categoria percepita come “indesiderabile”, dagli immigrati clandestini ai trafficanti di droga. Quella che si prevede di erigere in Australia ha tuttavia uno scopo meno controverso e niente affatto politico: proteggere alcune specie autoctone australiane, soprattutto varietà di mammiferi marsupiali e uccelli, dagli assalti un pericolo predatore “alieno”: il gatto selvatico.

Un esemplare di dingo, cane selvatico australiano considerato da molti una specie infestante in quanto non originaria dall’Australia. Fonte: www.wikimedia.org

L’Australia non è tuttavia nuova alla costruzione di barriere con lo scopo di tenere lontani i predatori. Esiste infatti un precedente molto più antico e famoso, una barriera eretta più di un secolo fa contro le razzie dei dingo. I dingo sono la celebre razza di cani selvatici che l’immaginario collettivo associa ormai, indissolubilmente, all’Australia. In realtà non si tratta di una specie autoctona, ma i primi esemplari di dingo furono portati dall’uomo in Australia dall’Asia, e ancora oggi folte popolazioni di questo canide vivono nel Sudest-asiatico, per esempio in Thailandia. I primi dingo giunti in Australia circa 3500 anni fa furono addomesticati dai nativi, gli aborigeni australiani, e ancora oggi molti esemplari di questa razza vivono insieme all’uomo. Esistono tuttavia migliaia di dingo che vivono allo stato selvatico, i quali nel corso dei secoli si sono incrociati con cani randagi, discendenti di quelli portati in Australia dai coloni europei, dando vita a razze miste. Proprio come i loro antenati lupi in Europa, i dingo selvatici sono considerati una piaga dagli allevatori di pecore australiani, del momento che fanno razzia dei preziosi animali da lana ogni volta che ne hanno occasione. Proprio per questo, a partire dal XIX secolo, i dingo selvatici furono oggetto di una caccia spietata praticata con ogni mezzo, dalle trappole alle armi da fuoco, fino all’uso di bocconi avvelenati. Ma erano semplicemente troppi per eliminarli tutti, e la minaccia tornava dopo pochi anni. Ci voleva dunque un’altra, drastica misura.

La “Dingo Fence” corre per oltre 5600 km nell’outback australiano, separando la parte sudorientale dell’Australia del resto della massa continentale. Fonte: www.4.bp.blogspot.com

La maggior parte degli ovini, il cui allevamento costituisce ancora oggi una voce importante nell’economia australiana, vive nella parte sudorientale del Paese, che ha un clima più mite e maggiori fonti d’acqua rispetto alle inospitali zone desertiche del centro. Ancora oggi la maggioranza delle aziende agricole australiane si trova in questa regione. Il governo decise quindi di costruire una monumentale recinzione, iniziata nel 1880 e completata nel 1885, con l’intento di proteggere dalle incursioni dei dingo territori più fertili, corrispondenti allo stato federale del New South Wales e ad ampie porzioni degli Stati del Queensland e del South Australia. La colossale barriera, conosciuta come Dingo Fence, la recinzione dei dingo, è oggi lunga 5614 km e costituisce la più grande struttura del suo genere mai costruita al mondo. Una volta eretta, la caccia ridusse fino alla quasi estinzione la popolazione di dingo presenti dal lato meridionale della barriera. L’erezione della Dingo Fence ha provocato sugli ecosistemi australiani effetti interessanti che sono stati attentamente studiati dai naturalisti. Nella regione meridionale “dingo free”, la barriera ha protetto, oltre alle pecore, anche diverse specie di animali selvatici – come conigli, canguri ed emu – le quali si sono ritrovate improvvisamente senza predatori naturali, cosa che ha fatto aumentare notevolmente la loro popolazione. Tale incremento ha però avuto conseguenze impreviste proprio sull’allevamento di pecore che l’erezione della Dingo Fence avrebbe dovuto tutelare. L’aumento del numero di erbivori selvatici ha infatti reso più serrata la competizione tra questi e i greggi di pecore per l’accesso ai pascoli. L’erezione della barriera, tenendo lontano i dingo, ha eliminato inoltre un pericoloso concorrente per un altro predatore “alieno”, la volpe rossa, che si è dimostrata un flagello quasi peggiore per gli allevatori. Queste circostanze, che sono state ampiamente documentate dagli scienziati ambientali australiani, hanno fatto mettere in dubbio l’utilità stessa della Dingo Fence, e molte associazioni ambientaliste sono arrivate a chiederne pubblicamente la rimozione. La storia delle Dingo Fence ci regala almeno due morali: la prima è che l’ambiente è un sistema talmente complesso che qualsiasi intervento l’uomo tenti su esso, per quanto con intenzioni benevole, rischia di provocare conseguenze impreviste e dannose; la seconda è che, siano progettate per tener fuori immigrati clandestini o semplici cani selvatici, muri e barriere si rivelano sempre fonte di problemi e controversie!