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I pirati del rock

Negli anni Sessanta alcuni spregiudicati imprenditori e appassionati di musica sfidarono le leggi britanniche per portare la musica pop e rock a milioni di giovani, dando inizio all’era della swinging London.

Fin dai primi decenni del Novecento i governanti del mondo riconobbero le potenzialità della radio, tanto come mezzo di comunicazione militare (fu usata per la prima volta in questo ruolo, seppur limitatamente, durante la Prima Guerra Mondiale) quanto come strumento per informare, e influenzare, le masse della popolazione. Non ci misero quindi molto a regolamentare rigidamente un campo così potenzialmente pericoloso, emanando divieti contro il possesso di apparecchi trasmittenti e le trasmissioni stesse, che di fatto, per lunghi decenni, furono riservate alle compagnie di comunicazione statali. Un caso esemplare fu quello della compagnia britannica BBC (British Broadcasting Network), che dalla sua fondazione nel 1920 fino al 1973 fu l’unica radio autorizzata a trasmettere nel Regno Unito. Questo monopolio sulle trasmissioni radio britanniche cominciò a essere messo in discussione dopo la Seconda Guerra Mondiale. Ora che le tecnologie di trasmissione radio erano diventate più accessibili ed economiche, e che la maggior parte degli inglesi aveva in casa una radio, formando quindi un pubblico potenziale di milioni di persone, molti imprenditori avrebbero voluto gettarsi nel business delle telecomunicazioni e fondare stazioni radio commerciali.

Uno degli studi dove venivano registrati i programmi di Radio Caroline, una delle prime stazioni pirata del Regno Unito. Fonte: www.yimg.com

Il monopolio della BCC iniziava a stare stretto anche agli ascoltatori, in particolare ai giovani. Era il periodo, tra la fine degli anni Cinquanta e l’inizio dei Sessanta, in cui nacquero nuovi e rivoluzionari generi musicali come il pop e il rock, e ragazzi e ragazze aspettavano spasmodicamente, spesso di nascosto dai genitori, l’arrivo delle novità musicali dagli Stati Uniti o l’uscita degli ultimi dischi delle band inglesi. L’ingessata BBC raramente trasmetteva questi nuovi generi “giovani”, e quando lo faceva si trattava solo dei pochi gruppi, come i Beatles, appoggiati dalle grandi major discografiche, le uniche che avevano la forza di influenzare la programmazione della radio di Stato. C’era poi da fare i conti con la censura, che impediva la trasmissione di ogni genere di canzone che contenesse testi ritenuti pericolosi per i ragazzi, cosa che di fatto tagliava le gambe in partenza alla maggior parte della musica rock, accusata di traviare le giovani generazioni. Intuendo la presenza di un pubblico potenziale di milioni di ragazzi insoddisfatti, alcuni decisero di sfidare le ferree leggi di Sua Maestà Britannica e fondarono radio che trasmettevano musica senza autorizzazione, quindi illegalmente. Era nata l’era delle stazioni pirata.

Un poster pubblicitario di Radio Caroline che ritrae la nave Mi Amigo, la prima a essere usata come stazione trasmittente. Fonte: www.offshoreechos.com

A questo punto qualcuno potrebbe chiedersi che cosa c’entri questa storia con la geografia. Ebbene, le nuove radio pirata non potevano trasmettere direttamente dal suolo britannico, poiché la polizia avrebbe facilmente rintracciato l’origine dei segnali e chiuso a forza l'emittente nel giro di pochi giorni. I nuovi pirati dell’etere escogitarono quindi un ingegnoso espediente per aggirare la legge: installarono i loro trasmettitori su navi ancorate al largo delle coste britanniche, appena fuori dal limite delle acque territoriali. Poiché trasmettevano in acque internazionali, la legge del Regno Unito non aveva giurisdizione su di esse e potevano quindi operare impunemente. All’epoca il limite delle acque territoriali entro le quali si esercitava la sovranità di uno Stato era fissato, nella maggior parte dei casi, a 3 miglia nautiche dalla costa. Solo successivamente il limite venne esteso fino a 12 miglia nautiche dalla costa, una distanza ratificata dalla maggior parte dei Paesi del mondo con la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare di Montego Bay, firmata nel 1982. Le navi “pirata” stavano quindi all’ancora a poco più di cinque chilometri dalle coste del Regno Unito, nel Canale della Manica o nel Mare del Nord. Erano per la maggior parte vecchie navi da carico a malapena in grado di navigare, comprate per pochi soldi dai nuovi imprenditori dell’etere, che vi installavano su alti tralicci le antenne di trasmissione, oltre a generatori e batterie. Poiché le trasmissioni partivano dal mare e il territorio britannico non presenta grandi alture, un segnale radio relativamente debole riusciva a coprire gran parte dell’entroterra. La maggior parte delle trasmissioni non avveniva in diretta: sarebbe stato pericoloso andare avanti e indietro continuamente dalla nave alla terraferma, soprattutto di notte e col brutto tempo. I dj registravano i programmi a terra e i nastri venivano portati mediante scialuppe sulle navi per la trasmissione.

I forti di Shivering Sands durante la Seconda Guerra Mondiale, quando ospitavano ancora una batteria di cannoni antiaerei. Fonte: www.sixtiescity.net

La più famosa e longeva radio pirata britannica fu Radio Caroline, fondata nel 1964, che continuò a trasmettere con varie interruzioni, attraversando diversi cambi di proprietà e di nave, fino al 1990. La prima nave usata come base da Radio Caroline fu il vecchio schooner Mi Amigo, varato nel 1927. Servì da piattaforma anche per altre radio pirata fino al 1980, quando ruppe l’ancora in seguito a una tempesta e si incaglio su un banco di scogli. Altre radio pirata non trasmettevano da navi, ma da luoghi ancor più bizzarri. Radio City, fondata anch’essa nel 1964, trasmetteva dai forti di Shivering Sands, un gruppo di piattaforme militari erette su un banco sabbioso al largo dell’estuario del Tamigi. Servirono come basi per l’artiglieria contraerea durante la Seconda Guerra Mondiale, ma negli anni Sessanta erano stati abbandonati dall’esercito. Si calcola che nel loro periodo d’oro, verso la metà degli anni Sessanta, le radio pirata britanniche avessero un pubblico totale di circa 15 milioni di persone, un audience enorme che faceva gola agli imprenditori pubblicitari. Ma il giro d’affari, sostanzialmente illegale, che le radio pirata avevano messo in piedi provocò ben presto la reazione del governo britannico, che nel 1967 promulgò il Marine Broadcasting Offences Act. La nuova legge, non potendo proibire le trasmissioni stesse delle radio pirata poiché avvenivano in acque internazionali, dichiarava illegale per i cittadini britannici lavorare direttamente o indirettamente per le emittenti pirata. Avrebbero quindi commesso un reato penale i dj che registravano le trasmissioni e gli stessi marinai che portavano i nastri e altri rifornimenti alle navi trasmittenti. Gran parte delle radio pirata chiuse proprio quell’anno, mentre alcune sopravvissero spostando le proprie navi dall’altra parte del Mare del Nord, nelle acque territoriali olandesi, e impiegando esclusivamente personale straniero.

Un poster promozionale del film I Love Radio Rock, ambientato nel mondo delle radio pirata degli anni Sessanta. Fonte: www.cultstories.altervista.org

Il periodo d’oro delle radio pirata degli anni Sessanta è rievocato nel film del 2009 I Love Radio Rock, che si ispira liberamente alla storia di Radio Caroline. La sua colonna sonora dà una buona idea della musica e degli artisti trasmessi all’epoca dalle radio pirata: The Kinks, The Who, David Bowie, The Beach Boys, Jimi Hendrix; tutti musicisti protagonisti della controcultura giovanile dell’epoca e ben poco amati dall’establishment. Le radio pirata vissero poi una seconda giovinezza tra gli anni Settanta e Ottanta; a quell'epoca il rock e il pop erano ormai stati sdoganati nella cultura mainstream, e le nuove radio pirata contribuirono allora a diffondere generi all’epoca ancora underground, come il reggae e il soul.