Blog

Il destino della Terra è in mano all’India?

Alla conferenza sui cambiamenti climatici da poco apertasi a Parigi le decisioni del gigante asiatico, in galoppante crescita economica e demografica, potrebbero segnare il futuro del pianeta.

Si sono aperti lo scorso lunedì 30 novembre, a Parigi, i lavori della XXI Conferenza delle Parti (abbreviata in COP21) organizzata dall’UNFCCC (United Nations Framework Convention on Climate Change, Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici). A dispetto del suo nome non propriamente ad effetto, analisti, commentatori e giornalisti, oltre alla maggioranza degli oltre 150 capi di Stato e di governo intervenuti all’inaugurazione, sono concordi nel ritenere che la conferenza sia una delle ultimissime occasioni, per i governanti del mondo, di trovare un accordo globale che limiti le emissioni inquinanti, soprattutto quelle dell’anidride carbonica che causa l’effetto serra, e ponga un freno al riscaldamento globale e alle sue disastrose conseguenze. I capi delle grandi potenze mondiali, dal presidente americano Barack Obama a quello russo Vladimir Putin, dal leader cinese Xi Jinping al presidente francese François Hollande, che ospita i lavori in una Parigi ancora sconvolta dagli attentati terroristici dello scorso 13 novembre, hanno proclamato nei rispettivi discorsi di apertura la loro ferma intenzione di trovare al più presto un accordo vincolante. Perfino papa Francesco ha lanciato da Roma un veemente appello ai potenti della Terra per mettere da parte i disaccordi e giungere a una soluzione definitiva per contrastare il riscaldamento globale.

Alcuni dei leader mondiali presenti all’inaugurazione della conferenza sul clima di Parigi lo scorso 30 novembre. Fonte: www.foxnews.com

Gli Stati apparentemente più convinti nella necessità di un accordo a tutti i costi sono i Paesi dell’Unione Europea e gli Stati Uniti. L’UE ha fatto da ormai oltre un decennio della lotta all’inquinamento e della riduzione dei gas serra uno dei pilastri delle proprie politiche comunitarie, per cui la sua posizione nettamente a favore di un accordo non stupisce. Da parte sua, il presidente americano Barack Obama terminerà il suo mandato nel 2016 e vuole lasciare in eredità al proprio Paese un accordo che salvi gli Stati Uniti delle conseguenze più gravi del riscaldamento globale. Se la conferenza si fosse tenuta solo qualche decennio fa e le posizioni di questi Paesi fossero state le medesime di oggi, il problema delle emissioni inquinanti e del riscaldamento globale sarebbe stato stroncato sul nascere. Per oltre un secolo, dalla prima Rivoluzione Industriale, i Paesi europei e gli Stati Uniti sono state le economie più sviluppate e industrializzate, nonché le maggiori produttrici di emissioni inquinanti. Oggi gli scenari sono radicalmente cambiati e i Paesi sviluppati europei e nordamericani sono stati scalzati, nel poco ambito primato di Paesi maggiormente inquinanti, da alcuni tra quegli Stati che giornalisti e commentatori si ostinano ancora a chiamare “Paesi in via di sviluppo”. Una definizione che sta alquanto stretta, per esempio, alla Cina, che ha ormai definitivamente rimpiazzato gli Stati Uniti nel ruolo di maggiore economia mondiale ed è al momento, forte del suo incremento demografico (che l’ha portata ad avere oltre un miliardo e mezzo di abitanti) e della sua straordinaria (e perlopiù non regolata) espansione industriale, lo Stato maggiormente responsabile delle emissioni di gas serra. Per contro, i 28 Pesi dell’Unione Europea contribuiscono attualmente ad appena il 10% delle emissioni mondiali di gas serra, e quindi un loro forte impegno a ridurle non sarebbe sufficiente a contenere efficacemente il riscaldamento globale. La battaglia si combatte ormai su altri fronti. La posizione della Cina sulla questione dei gas serra e del riscaldamento globale è stata per anni quella fatta propria dal resto dei “Paesi in via di sviluppo”: i Paesi sviluppati europei e nordamericani sono ipocriti nel reclamare a gran voce una riduzione delle emissioni inquinanti, dopo che per decenni sono stati proprio loro i maggiori inquinatori mondiali. È facile ora per loro, adesso che hanno raggiunto elevati livelli di benessere e che le loro economie languono, scaricare la patata bollente del riscaldamento globale sui Paesi emergenti e tentare di imporre a essi regolamentazioni che minacciano di ostacolarne lo sviluppo. Le economie emergenti hanno invece tutto il diritto di espandersi fino ai loro naturali limiti e di portare il benessere dei propri cittadini al livello di quello degli abitanti dei più avanzati Paesi occidentali.

Una veduta della Pechino di questi giorni, oppressa da una cappa di inquinamento senza precedenti. Fonte: www.bloomberg.com

I disastrosi effetti dei cambiamenti climatici sono però ormai sotto gli occhi di tutti e non possono essere più ignorati, nemmeno dai Paesi emergenti. L’economia cinese nel frattempo è rallentata e l’incremento demografico è stato contenuto, ma una delle conseguenze dell’impetuosa industrializzazione cinese degli ultimi anni sta facendo il giro del mondo proprio in questi giorni, con la capitale Pechino avvolta da una cappa di smog così fitta, e con una concentrazione di sostanze inquinanti nell’aria così alta, da spingere per la prima volta il governo cinese a dichiarare lo stato di emergenza, imponendo la chiusura di scuole e uffici pubblici e invitando i milioni di abitanti della città a non uscire di casa finché la situazione non sarà migliorata. Il discorso di Xi Jinping a Parigi, favorevole e un impegno forte sul fronte della lotta al cambiamento climatico, è solo l’ultimo di una serie di segnali che annunciano una svolta della Cina sul fronte ambientale.

La baraccopoli di Dharavi alle porte di Mumbai, in India. Sebbene vivano nei pressi di una grande e moderna metropoli, la maggior parte dei suoi abitanti, stimati tra i 600.000 e il milione, non hanno accesso ai servizi essenziali come l’acqua potabile o l’elettricità. Fonte: www.youtube.com

Incassato il fondamentale sostegno della Cina, il fronte favorevole a un accordo globale sul clima deve però fare i conti con un altro colosso emergente, il cui atteggiamento potrebbe segnare definitivamente, nel bene o nel male, il risultato della lotta al riscaldamento globale: l’India. A differenza della Cina, l’India possiede un’economia ancora in piena espansione e con notevoli margini di sviluppo, dove all’aumento del benessere di una parte dei cittadini si contrappone la persistenza di enormi sacche di povertà. L’aumento della sua popolazione sembra poi per il momento inarrestabile, e si prevede che intorno al 2030 l’India, che avrà allora circa 1,7 miliardi di abitanti, toglierà alla Cina al primato di Paese più popoloso del mondo. Il primo ministro indiano Narendra Modi, salito in carica nel 2014, ha dichiarato che oltre 400 milioni di indiani vivono in completa povertà e non possiedono l’accesso all’energia elettrica, e che è un dovere del governo, e delle istituzioni indiane in generale, fare di tutto per garantir loro l’accesso a tali servizi di base. Nessuno nel mondo contesta all’India la legittimità di questo lodevole intento. Il problema è come tale obiettivo verrà raggiunto. La soluzione più facile, e quella apparentemente più economica nel breve termine, sarebbe aumentare la produzione di energia elettrica ottenuta bruciando carbone, costruendo nuove centrali di questo tipo. Il carbone è assai abbondante in India ed è relativamente economico, ma è anche in assoluto il combustibile più inquinante e il maggior responsabile della produzione di gas serra nel mondo. Anche la Cina fa largo uso di centrali elettriche a carbone, e la loro attività è infatti tra le principali cause della cappa di smog che ormai copre quasi continuamente le grandi conurbazioni cinesi; quella che sta asfissiando in questi giorni Pechino ne è solo l’ultima manifestazione. Se l’India cominciasse davvero a bruciare carbone per fornire elettricità ad altri 400 milioni di persone, le emissioni indiane aumenterebbero vertiginosamente nei prossimi decenni e l’India diventerebbe di gran lunga il maggior inquinatore del mondo, vanificando da sola ogni sforzo internazionale per limitare i gas serra e fermare i cambiamenti climatici. C’è però una strada alternativa a questo fosco scenario, che il governo indiano conosce e ha dichiarato, almeno sulla carta, di voler imboccare: l’India dovrebbe varare una gigantesca, pluridecennale campagna economica, sociale e tecnologica per dare ai 400 milioni di indiani senza elettricità energia prodotta tramite fonti rinnovabili, in primo luogo l’energia solare. In questo modo gran parte della popolazione indiana salterebbe del tutto la fase della fruizione di elettricità prodotta da fonti inquinanti, carbone e petrolio, e beneficerebbe subito dell’energia pulita garantita dello sviluppo delle nuove tecnologie. Il problema di questa soluzione è che richiede un enorme investimento iniziale in termini di denaro e risorse, molto maggiore di quello previsto per la costruzione di nuove centrali a carbone. Inoltre la tecnologia solare non è probabilmente ancora abbastanza matura per essere utilizzata su così larga scala e in totale sostituzione delle altre fonti. C’è poi il nodo della distribuzione degli oneri: il governo indiano crede che non sia giusto che gli ingenti costi di una così radicale campagna per le energie pulite siano sostenute solo dagli indiani, dal momento che dal loro utilizzo, al posto del più conveniente carbone, beneficerebbe tutto il mondo in termini di riduzioni dei gas serra. A pesare è poi anche il solito argomento che i Paesi più sviluppati hanno inquinato impunemente fino ad oggi, e che se vogliono che le economie emergenti siano più responsabili di quanto sono stati loro in passato, devono contribuire anche di tasca propria, facendo sì che lo sviluppo dei paesi di più recente industrializzazione non venga compromesso. Quello delle compensazioni economiche ai Paesi in via di sviluppo è già emerso in questi giorni come uno dei maggiori ostacoli al raggiungimento di un accordo globale sul clima alla conferenza di Parigi. Se tutti i Paesi coinvolti non saranno pronti nelle prossime ore a mettere da parte per un momento i propri interessi nazionali e a fare un sacrificio per il bene della collettività, allora la strada che l’umanità si appresta a percorrere nei prossimi decenni si rivelerà decisamente in salita.