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Il giro del mondo in 60 mappe

Jerry Brotton, Great Maps, DK Adult 2014. Fonte: www.dk.com

Le carte geografiche sono uno straordinario specchio della storia e della cultura delle civiltà che le hanno prodotte. Un nuovo volume illustrato ci fa conoscere le più importanti, dai graffiti preistorici a Google Earth. 

Nel corso del nostro viaggio nel mondo della geografia, abbiamo incontrato molte volte lo strumento fondamentale usato dall’uomo per orientarsi e rappresentare il mondo che lo circonda: la mappa o carta geografica. L’abbiamo visto prendere molte forme e ricoprire molteplici ruoli: oltre a svolgere la sua funzione principale, infatti, un mappa può essere un modo per rappresentare nuove tecnologie, uno strumento per praticare sport, un mezzo per sensibilizzare le coscienze, una fonte di enigmi e misteri, o addirittura un’opera d’arte. Ma una mappa è anche una testimonianza incredibilmente preziosa per ricostruire il passato e le idee di individui e gruppi vissuti in Paesi e tempi lontani. Le carte geografiche sono infatti uno straordinario specchio delle civiltà in seno alle quali sono state realizzate, in quanto riflettono la cultura, i valori e la peculiare visione del mondo e del cosmo di coloro che le hanno prodotte.

La pianta della città di Imola disegnata da Leonardo da Vinci nel 1502. Colpiscono il suo aspetto moderno e funzionale, del tutto diverso della precedenti mappe urbane di origine medievale. Fonte: www.wikiart.org

In Great Maps Jerry Brotton, professore di storia del Rinascimento alla Queen Mary University di Londra e già autore di Le storia del mondo in dodici mappe, raccoglie 60 tra le mappe più significative prodotte dall’umanità e giunte fino a noi. Significative perché, a detta dell’autore, segnano un punto di svolta nella storia dell’uomo e nell’espansione della sua conoscenza del mondo, oppure esemplificano la cultura della particolare civiltà che le ha realizzate, o ancora rappresentano una mirabile testimonianza dell’ingegno umano e della sua capacità di compiere imprese apparentemente impossibili. Notiamo con una certa soddisfazione che, delle 60 mappe giudicate da Brotton abbastanza importanti da essere incluse nel volume, sono molte quelle che hanno fatto la loro comparsa nelle pagine di questo blog. Incontriamo così, tra le altre, il planisfero realizzato in Cina dal missionario gesuita Matteo Ricci nel 1602, l’enigmatica carta del mondo dell’ammiraglio ottomano Piri Reis e le mappe-arazzo dell’artista concettuale Alighiero Boetti. Il sommario del volume, che elenca le mappe provenienti da ogni continente e risalenti alle epoche più disparate scelte da Brotton, sembra anche confermare lo straordinario ruolo avuto dall’Italia, nel corso dei secoli, nella storia e nella cultura mondiali. Sono infatti moltissime le mappe prodotte in ambito italiano, tra cui il planisfero di Fra Mauro, la pianta della città di Imola disegnata da Leonardo da Vinci e le splendide mappe affrescate che ornano le pareti della Galleria delle carte geografiche in Vaticano.

Un particolare della mappa di Bedolina, incisa nella roccia nel comune di Capo di Ponte in provincia di Brescia. Fonte: www.wikipedia.org

La stessa primissima mappa illustrata nel volume, e una delle più antiche tra quelle elencate, è di origine italiana. Si tratta della famosa mappa di Bedolina, un insieme di segni geografici tracciati sulla roccia in tempi preistorici che fanno parte dell’immenso corpus, oltre 140.000 figure, delle incisioni rupestri della Val Camonica, in provincia di Brescia. Incisa in un periodo compreso tra la fine dell’Età del Bronzo e l’inizio dell’Età del Ferro, dal 1000 al 200 a.C., la mappa di Bedolina è a detta degli studiosi una vera e propria carta topografica preistorica, con linee e figure disegnate in maniera stilizzata, proprio come i simboli delle carte moderne, a rappresentare appezzamenti coltivati, sentieri, fiumi e linee di confine. Sembra che la sua funzione fosse soprattutto rituale: l’atto di incidere nella roccia lo status quo, i campi e gli insediamenti presenti in quel determinato momento sul territorio, serviva infatti a propiziare la loro durata e prosperità. Ma la mappa poteva avere anche un uso “diplomatico” per dirimere le controversie di confine e sull’accesso alle risorse naturali che sorgevano tra le varie comunità e i clan della zona, proprio come accade per le moderne carte geografiche tracciate in seguito ai trattati di pace internazionali per stabilire i confini tra gli Stati.

Brotton dedica ampio spazio alle carte geografiche prodotte dalla cosiddetta civiltà occidentale: mediterranea, europea e, successivamente, angloamericana. È una scelta dettata non dal pregiudizio favorevole nei confronti della cultura da cui l’autore proviene, ma dovuta al riconoscimento che le mappe “occidentali” furono quasi sempre le prime a essere tracciate sulla base di principi matematici, oltre a utilizzare dati ricavati da osservazioni scientifiche. Le carte geografiche tratte dall’opera del geografo alessandrino Tolomeo furono, per esempio, le prime ad adottare il sistema delle coordinate geografiche usato, con minime variazioni, anche ai giorni nostri, e quelle prodotte in Europa durante l’era delle grandi scoperte geografiche tra il XVI e il XVII secolo, tra cui il celebre planisfero di Mercatore, furono com’è noto le prime a rappresentare gran parte del mondo con rigore scientifico. Brotton conclude poi il volume con mappe che simboleggiano la rivoluzione tecnologica che ha sconvolto il mondo tra il XX e XXI secolo, e che ha permesso all’uomo di estendere le sue esplorazioni agli abissi marini (la carta dei fondali oceanici realizzata da scienziati della Columbia University nel 1977) e ad altri corpi celesti (la carta della superfice della Luna compilata dalla NASA nel 1969). Ma Brotton non trascura di citare molti esempi di carte provenienti da altre civiltà e culture, soprattutto quella islamica, all’avanguardia nel pensiero scientifico durante il Medioevo, e quella cinese.

Una delle "carte a bastoncini" costruite dai marinai delle Isole Marshall, con ciascuno stecco o canna che rappresenta la direzione delle correnti e dei moti ondosi tra le varie isole dell'arcipelago. Fonte: www.nla.gov.au

La più curiosa carta proveniente da culture “altre” illustrata nel libro è però sicuramente una delle “carte a bastoncini” costruite dagli abitanti delle Isole Marshall, in Micronesia, fino alla metà del XX secolo. Intorno all’arcipelago delle Marshall le acque dell’Oceano Pacifico sono caratterizzate da forti correnti e moti ondosi, fortemente influenzati dalla presenza e della reciproca posizione delle isole, e relativamente costanti per tutto l’anno. Carcare di spostarsi da un’isola all’altra a bordo di un’imbarcazione viaggiando contro queste correnti sarebbe stato estrememente difficile, oltre che assai pericoloso. I marinai delle Marshall fecero quindi tesoro dei secoli di esperienza accumulatati dai propri antenati e realizzarono delle vere e proprie mappe composte da bastoncini e canne legate tra loro, ciascuna dei quali rappresentava una delle maggiori correnti o direttrici dei venti e delle onde che viaggiavano in una direzione costante da un’isola all’altra. I marinai delle Marshall potevano così usare queste correnti come corsie preferenziali per velocizzare il proprio viaggio ed evitare di uscire fuori rotta. Si pensa che sia stato proprio un patrimonio di conoscenze nautiche analogo a questo, tramandato di generazione in generazione per mezzo di mappe di questo tipo, ad aver permesso agli antenati dei popoli dell’Oceania di raggiungere e colonizzare, a bordo di fragili canoe e con provviste limitate, anche le isole più remote e distanti dell’Oceano Pacifico.