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In una carta le “maglie” della Rete

Una banale carta del mondo e un po’ di linee riescono a rendere schematicamente uno dei sistemi più complessi mai realizzati dall’uomo: l’intrico di collegamenti sottomarini che uniscono tutti i continenti nello spazio virtuale di Internet.

La maggior parte di noi è abituata a pensare a Internet come a uno spazio interamente virtuale, un luogo di scambio dove le distanze si annullano e le relazioni tra individui lontani si fanno immediate nella magia dello schermo di un computer. A pochi capita di pensare che dietro il mondo di Internet c’è un infrastruttura fisica tra le più vaste e sofisticate mai realizzate dall’uomo: è il corpo nascosto della Rete, fatto di milioni tra chip e supporti di memoria ospitati in enormi data center, e di migliaia di chilometri di cavi che collegano come un sistema nervoso vari punti sulla superfice del pianeta, permettendoci di avere tutto il mondo alla portata di un click.

Una scorcio su questo mondo nascosto ce lo fornisce TeleGeography, una società di ricerche nel settore delle telecomunicazioni, che ha pubblicato sul suo sito una carta del mondo cha riporta il percorso di tutti i cavi di comunicazione sottomarini che in ogni istante trasmettono da una parte all’altra del globo una quantità incalcolabile di informazioni sotto forma di messaggi di chat e posta elettronica, transazioni finanziarie, comunicazioni telefoniche digitali e i contenuti di milioni di pagine web, tra cui quella che state guardando in questo momento.

È ironico che un metodo così tradizionale e “vecchio” come la semplice carta geografica, e per giunta una disegnata con uno stile piacevolmente retrò come quella TeleGeography, sia in grado di rappresentare, seppur schematicamente, uno dei pilastri della nuova era digitale. La tecnologia alla base del funzionamento dei cavi sottomarini è in realtà piuttosto vecchia: furono infatti già teorizzati a metà dell’Ottocento, e il primo esemplare a entrare in funzione fu un cavo posato sul fondo della Manica nel 1851. Il primo cavo a permettere le comunicazioni tra due continenti, Europa e Nordamerica, fu invece posato tra il 1865 e 1866, attraverso l’Atlantico, dal piroscafo SS Great Eastern, all’epoca la nave più grande del mondo. Si trattava tuttavia di cavi esclusivamente telegrafici, che potevano trasmettere solo la più semplice delle informazioni sotto forma di impulso elettrico. Si dovette aspettare il 1956 per vedere la posa del primo cavo telefonico transatlantico, il TAT-1, che poteva trasmettere 36 conversazioni telefoniche intercontinentali contemporaneamente. Una quantità ridicola se confrontata ai moderni cavi, che grazie alla tecnologia della fibra ottica, introdotta negli anni Ottanta, possono ora trasmettere da un continente all’altro centinaia di gigabyte di dati al secondo, l’equivalente dei contenuti dell’intero hard disk di un odierno PC. Un cavo moderno non è altro che un fascio di fibre ottiche del diametro di qualche centimetro e protetto da una guaina di protezione. Se pensiamo che tali cavi pesano circa dieci chili per ogni metro, e che molti di essi sono lunghi migliaia di chilometri, si può immaginare il titanico lavoro delle navi usate per posare questi cavi sul fondo di mari e oceani.

La Cs Cable Innovator, la più grande nave posacavi attualmente in servizio. Fonte: www.atlantic-cable.com

Un’occhiata alla mappa dei cavi sottomarini di TeleGeography ci fornisce un’immediata idea della geografia della Rete: i Paesi più connessi e le “rotte” più battute dai dati. Anzi, i percorsi dei cavi sottomarini attraverso mari e oceani ricordano proprio le rotte delle navi mercantili che trasportano merci nel mercato globalizzato. Le maggiori direttrici sono quelle tra America del Nord, Europa ed Estremo Oriente, non a caso le regioni del pianeta più digitalizzate, e la rotta più affollata, percorsa da un vero e proprio fascio di cavi, è quella che dal Mediterraneo passa per il canale di Suez e giunge in Asia, e che corrisponde proprio alla direttrice abituale di moltissime petroliere e navi cargo.

Un particolare della carta pubblicata dalla società TeleGeography. Fonte:www.telegeography.com

Un cavo largo solo pochi centimetri e lungo migliaia di chilometri, adagiato su uno scabro fondale marino, è inevitabilmente soggetto a fragilità e a una serie di incidenti, che possono provocare disservizi o completi blackout nell’accesso alla Rete in interi Stati. Il terribile terremoto, e il conseguente tsunami, che ha colpito il Giappone l’11 marzo 2011, oltre ad aver provocato immani distruzioni lungo le coste, ha danneggiato anche numerosi cavi sottomarini, provocando rallentamenti e disservizi nelle comunicazioni Internet da e per il Giappone.

Ma i cavi sottomarini non devono temere solo i disastri naturali: la loro relativa fragilità e l’enorme importanza che rivestono, nel mondo moderno, per le attività economiche di interi Paesi potrebbero attirare malintenzionati, che avrebbero interesse a danneggiarli per interessi economici o addirittura come atto di terrorismo. Il 28 marzo di quest'anno la polizia egiziana ha arrestato tre sommozzatori al largo di Alessandria con l’accusa di aver deliberatamente sabotato il cavo sottomarino SeaMeWe-4. Non è tuttavia chiaro se si sia trattato di semplice vandalismo o di una vera e propria azione terroristica.

Alcuni incidenti che hanno dell’incredibile mettono poi in evidenza la straordinaria fragilità del mondo digitale, capace di “spegnersi” da un momento all'altro in interi Stati, a volte letteralmente con un solo colpo di pala. Nell’aprile del 2011 una pensionata georgiana di 75 anni stava cercando rottami metallici da rivendere in un campo del suo villaggio, a una quindicina di km dalla capitale Tbilisi, quando ha visto un cavo spuntare dal terreno e lo ha tranciato per portarsene a casa un pezzo. Peccato che il cavo fosse una delle maggiori direttrici che collega la Georgia e la vicina Armenia a Internet, e che l’anziana signora, recidendolo, abbia provocato un blackout totale dell’accesso alla Rete nei due Paesi, durato oltre 12 ore.