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L’Asia alla guerra della sabbia (Parte I)

Che siano dettate da ragioni strategiche, economiche o di prestigio internazionale, negli ultimi anni molti Paesi asiatici hanno intrapreso campagne per strappare al mare preziosi terreni edificabili. Il tutto grazie a una risorsa sempre più ambita e contesa: la sabbia.

Alcuni anni fa avevamo avuto modo di parlare delle rivendicazioni territoriali della Cina nei mari che circondano la terraferma cinese. Tra queste, c’è quella annosa che riguarda le isole Senkaku / Diaoyu, lo sperduto e disabitato arcipelago del Mar Cinese Orientale che Cina e Giappone si contendono da secoli. E abbiamo parlato anche delle aspirazioni cinesi di espansione nel Mar Cinese Meridionale, che il governo cinese mira a trasformare in un “cortile di casa”. Da quell’articolo, che avevamo scritto nell’ormai lontano 2014, la situazione è precipitata, e in questi ultimi anni proprio il Mar Cinese Meridionale è divenuto uno dei luoghi più “caldi” della geopolitica internazionale, e uno dei terreni di confronto tra le due maggiori potenze mondiali, la Cina e gli Stati Uniti. Gli episodi di collisioni sfiorate e passaggi ravvicinati tra aerei e navi militari cinesi e statunitensi nelle sue acque fanno ormai periodicamente il giro del mondo, e mettono in apprensione analisti militari e politici, consapevoli che un malinteso o un incidente potrebbero costituire la scintilla capace di far scoppiare un conflitto tra i due Paesi. Tutto è cominciato da quando il governo cinese ha preso misure per aumentare la propria influenza in quel tratto di mare, ricco di risorse naturali (petrolio e gas) e assai trafficato dalle navi mercantili. In particolare, le forze cinesi hanno intensificato la loro presenza nell’arcipelago delle Spratly, minuscole isole di origine corallina la cui sovranità è contesa tra tutti i Paesi circostanti: Cina, Brunei, Filippine, Malaysia, Taiwan e Vietnam. I Paesi vicini, appoggiati dagli Stati Uniti, hanno protestato contro le attività cinesi, e le forze armate USA hanno cominciato a far passare le proprie unità vicino alle isole occupate. Un segnale per ribadire alla Cina che quelle sono acque internazionali e che le rivendicazioni cinesi su quelle acque non vengono riconosciute. 

Una carta del Mar Cinese Meridionale con, delimitata dalla linea rossa, l’area rivendicata dalla Cina come proprie acque territoriali. Fonte: www.bbc.co.uk

La sfida per il controllo del Mar Cinese Meridionale è a tutto campo e potremmo parlarne da molteplici punti di vista: militare, diplomatico, economico, culturale ecc. Quello che ci interessa in particolare oggi è il modo con il quale il governo di Pechino sta cercando di stabilire una presenza sulle sperdute isolette del Mare conteso. Poiché le isole delle Spratly e di altri arcipelaghi vicini sono poco più che scogli o basse barriere coralline, dove è impossibile costruire edifici e altre strutture, nel 2015 i cinesi hanno cominciato a realizzare grandi piattaforme di cemento che poggiano sul fondale, in modo da allargare artificialmente le isole e costruirvi sopra piste di atterraggio per aerei e strutture difensive. Secondo le norme del diritto internazionale, molti atolli delle Spratly sono considerati semplicemente affioramenti o barriere coralline che, prima dei lavori di ampliamento, si trovavano sotto il livello medio del mare, e che per questo non possono essere considerati territori rivendicabili da uno Stato. Inoltre, a differenza delle isole a tutti gli effetti, questi atolli non concorrono con la loro presenza a rendere il tratto di mare nel raggio di 12 miglia nautiche dalle loro coste acque territoriali del Paese che lo occupa. E il diritto internazionale è ben chiaro nello stabilire che questo vale anche per le isole artificiali. Ma tutto ciò non ha fermato i cinesi, che continuano ad allargare e fortificare molte isole della regione, cercando di stabilire una zona di controllo esclusivo nelle acque circostanti, anche con metodi aggressivi, per esempio molestando con passaggi ravvicinati e tentativi di speronamento le imbarcazioni che si avvicinano troppo alle isole contese.

Una nave specializzata cinese spara letteralmente tonnellate di sabbia sulle barriere coralline dell’arcipelago delle Spratly, per estenderne la superficie emersa. Fonte: www.bluebird-electric.net

Ma come fanno esattamente i cinesi ad allargare isole già esistenti, o a crearne di nuove dal nulla? Il processo è abbastanza semplice, basta possedere enormi quantità di un materiale che noi di solito consideriamo assai comune e di poco valore, ma che in realtà sta diventando sempre più prezioso nel mondo contemporaneo: la sabbia. La sabbia è l’ingrediente principale per la fabbricazione del cemento, ed è quindi indispensabile in quasi ogni progetto di costruzione. Nello specifico, gli operai cinesi scaricano tonnellate e tonnellate di sabbia sui fondali corallini delle Spratly, che spesso si trovano solo pochi metri, o anche meno, sotto il livello del mare. Una volta che il terreno è affiorato, viene stesa una spessa colata di cemento sulla sua superficie, e muri di contenimento vengono costruiti sui lati per impedire che l’azione del mare e degli altri elementi eroda la sabbia appena posata. In questo modo, di fatto, si interra un tratto di mare. La sabbia è tanto importante per questo processo da essere addirittura diventata il simbolo dell’espansionismo cinese nel Mar Cinese Meridionale, e nel 2015 l’ammiraglio Harry Harris, comandante della Flotta del Pacifico della Marina militare degli Stati Uniti, ha accusato il governo cinese di stare erigendo una “Grande Muraglia di Sabbia” (Great Wall of Sand) nel Mar Cinese Meridionale, e da allora l’espressione è usata regolarmente da giornalisti e commentatori in tutto il mondo. I cinesi hanno finora concentrato i loro sforzi in due siti. Uno è Mischief Reef, un atollo di cui avevamo già parlato nel 2014, anno in cui l’esercito cinese aveva cominciato i lavori, che si sono conclusi nel 2016, per l’allargamento dell’isola e la costruzione sul suo territorio di una postazione militare. In tutto sono stati strappati al mare ben 550 ettari di terreno, e oggi l’isola artificiale è dotata di una pista di atterraggio per aerei militari, batterie di missili terra-aria e caserme per i soldati. L’altro luogo è Subi Reef, un altro basso banco corallino trasformato in isola artificiale nel 2015.

Il confronto tra due immagini satellitari di Subi Reef, scattate a pochi mesi di distanza, mostra l’entità dei lavori di interramento condotti dal governo cinese. Fonte: www.thediplomat.com

Oltre al pericolo che la realizzazione di queste isole artificiali pone alla stabilità politica della regione e alla sicurezza del mondo intero, le organizzazioni internazionali hanno denunciato i gravissimi danni ambientali che un’attività così invasiva comporta sull’ecosistema marino. Le barriere e gli atolli corallini sono notoriamente ambienti ricchissimi di flora e fauna marina, ed è evidente che coprirli con una gigantesca colata di cemento distrugge completamente ogni forma di vita nelle vicinanze. Ma gli effetti negativi sull’ambiente e la società si ripercuotono anche a migliaia di km di distanza dalle isole interessate. A causa di questi colossali progetti cinesi, e di altri analoghi intrapresi da altri Stati asiatici, di cui parleremo nella prossima puntata, la domanda mondiale di sabbia, e di conseguenza il costo di questa materia prima, è aumentata vertiginosamente negli ultimi anni. Il risultato è che il business della sabbia è finito nelle mani di compagnie senza scrupoli e di organizzazioni criminali internazionali, che non esitano a ricorrere allo sfruttamento dei lavoratori, e a metodi dannosi per l’ambiente e il paesaggio stesso di intere regioni, per estrarre questa preziosa risorsa a basso costo. Ma di questi risvolti ci occuperemo la prossima settimana.