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L’Asia alla guerra della sabbia (Parte II)

Che siano dettate da ragioni strategiche, economiche o di prestigio internazionale, negli ultimi anni molti Paesi asiatici hanno intrapreso campagne per strappare al mare preziosi terreni edificabili. Il tutto grazie a una risorsa sempre più ambita e contesa: la sabbia.

La scorsa settimana abbiamo parlato delle rivendicazioni territoriali della Cina nel Mar Cinese Meridionale, e di come il governo cinesi non esiti, per metterle in pratica, a cambiare letteralmente la geografia di questa regione contestata. Lo fa allargando artificiosamente atolli e isolotti, oppure costruendo vere e proprie isole artificiali ricavate dall’interramento di splendide barriere coralline. Ma la Cina non è certo l’unico Paese asiatico che negli ultimi anni si è dedicato con entusiasmo all’attività conosciuta in inglese come land reclamation, cioè la pratica di strappare al mare preziose porzioni di territorio edificabile. Il governo cinese ha intrapreso i progetti di land reclamation nel Mar Cinese Meridionale per ragioni militari e strategiche, ma altri Stati asiatici portano avanti imprese analoghe per motivi economici, di prestigio o, in alcuni casi, di semplice necessità. Quello asiatico è il continente la cui popolazione e il tasso di urbanizzazione sono più cresciti negli ultimi decenni, con enormi città nate dal nulla nel giro di pochi anni, e lo spazio nelle aree più ambite, quello dei quartieri più prestigiosi delle metropoli costiere, per esempio, è sempre più scarso e quindi prezioso.

Una veduta aerea di The Pearl, la grande isola artificiale in costruzione a Doha in Qatar. Una volta completata avrà un aspetto verdeggiante grazie all’irrigazione artificiale, ma in questa fase è evidente quali sono i materiali con cui è prevalentemente formata: sabbia e cemento. Fonte: www.energogroup.com

Si inseriscono in queste logiche gli incredibili progetti di land reclamation portati avanti da ricchi governi e potenti holding finanziarie in alcuni Paesi arabi del Golfo Persico. Uno dei più noti è il faraonico complesso di Palm Jumeirah, un vero e proprio arcipelago di isolette artificiali a Dubai, negli Emirati Arabi Uniti, che viste dall’alto compongono il profilo di una palma, e che e ospitano ville miliardarie e resort di lusso. Ancora più impressionante è la fastosa The Pearl, una grande isola artificiale in costruzione al largo della capitale del Qatar, Doha. È concepita per assomigliare a un gruppo di paradisiaci atolli tropicali, con lungomare circolari che abbracciano golfi, del tutto artificiali, destinati a ospitare lussuosissime marine dove potranno attraccare gli yacht dei milionari e miliardari (in dollari) che costituiscono il principale target dei progettisti dell’opera. Una volta completata, intorno al 2018, The Pearl ospiterà sfarzosi alberghi, boutiques di moda, raffinati ristoranti ed esclusivi complessi di appartamenti. Il tutto su un terreno che non esisteva prima del 2004, quando colossali macchine hanno cominciato a strapparlo dal fondale del Golfo Persico.

I lavori di costruzione dell’isola di Jurong a Singapore, con decine di chiatte che scaricano sabbia, roccia e ghiaia sul fondale marino. Fonte: www.deme-group.com

A confronto con questi progetti, improntati al lusso sfrenato e portati avanti per investire e convertire in ricchezze reali gli inesauribili petroldollari accumulati negli ultimi decenni negli Stati del Golfo Persico, le attività di land reclamation di un altro Stato asiatico sembrano quasi sobrie e dettate dalla necessità. Stiamo parlando di Singapore, la tanto minuscola quanto ricca città Stato che sorge su un’isola all’estremità meridionale della Penisola di Malacca, nel Sud-Est Asiatico. La sua posizione strategica lungo le rotte marittime tra Asia, Africa ed Europa ha fatto la fortuna di Singapore, che possiede uno dei porti commerciali più trafficati del mondo, ma la geografia ha anche limitato fortemente il suo sviluppo in estensione, tanto che oggi Singapore è uno degli Stati più densamente popolati del mondo. Oltre 5 milioni e mezzo di persone vivono in un’area di 719 km2, con una densità abitativa media che sfiora gli 8000 abitanti per km2. Con una popolazione in continua crescita e la fame di nuovi terreni dove costruire infrastrutture, complessi abitativi e commerciali, lo spazio a Singapore è diventato letteralmente più prezioso dell’oro. Fin dall’indipendenza del Paese nel 1965, quindi, il governo ha cercato di allargare i propri confini strappando nuovi terreni al mare – interrando baie, unificando isolette e scogli e prosciugando interi tratti litoranei – tanto che oggi il 22% della superficie dello Stato è frutto di questi colossali progetti. Il più ambizioso è quello che ha portato alla nascita di Jurong, un’isola artificiale estesa circa 32 km2 e ricavata, in seguito a grandi lavori durati dal 1995 al 2010, dall’unione di sette isolette. Il progetto è stato finanziato da un consorzio di compagnie petrolifere, con il sostegno del governo, e oggi ospita vasti impianti di stoccaggio e raffinazione degli idrocarburi, strutture che per ragioni di spazio e sicurezza non avrebbero mai potuto essere costruite sull’isola principale di Singapore, densamente abitata.

Una cava illegale di sabbia in India con una lavoratore sullo sfondo. È solo uno dei tanti scenari di degrado prodotti dall’aumento della domanda di sabbia nel mondo. Fonte: www.wired.com

Per quanto siano diversi quanto a struttura e scopi, i progetti di land reclamation di Cina, Paesi del Golfo Persico e Singapore hanno una cosa in comune, e cioè il metodo con cui si strappano nuovi territori al mare. Come abbiamo visto nella puntata precedente, questo metodo prevede il copioso uso di un materiale apparentemente umile, ma in realtà sempre più prezioso: la sabbia. Tonnellate di sabbia vengono trasportate su navi e sparate letteralmente sopra i fondali per far emergere il terreno sottostante sopra il livello del mare. E il tutto viene consolidato con immense colate di cemento e calcestruzzo, materiali che hanno anch’essi, tra i loro componenti principali, proprio la sabbia. Una risorsa sempre più ambita, quindi, soprattutto nei Paesi asiatici come la Cina, dove il boom dell’edilizia ha fatto schizzare alle stelle la domanda, e conseguentemente il prezzo, di questa materia prima. E non è un caso che attualmente il principale Stato importatore di sabbia sia proprio Singapore. Ci si potrebbe chiedere come faccia a valere così tanto un materiale che si trova praticamente dappertutto: i fondali oceanici sono pieni di sabbia, per non parlare delle immense distese di deserti come il Sahara, che è detto per l’appunto “il grande mare di sabbia”. Sicuramente i Paesi desertici sarebbero ben lieti di vendere tonnellate della loro sabbia e sfruttare così un territorio altrimenti sterile, no? Il problema è che non tutta la sabbia è adatta a essere utilizzata come materia prima nel settore delle costruzioni. Quella del deserto, per esempio, è formata da minuscole particelle che l’erosione del vento ha arrotondato, e questa loro struttura impedisce ai granelli di “legare” bene tra loro, col risultato che con essa è molto difficile produrre cemento e calcestruzzo. Quella dei fondali oceanici e delle coste marine, da parte sua, è comprensibilmente contaminata con sale e altri minerali, la cui presenza nel cemento provoca la prematura corrosione dei metalli che vengono a contatto con esso, caratteristica certamente non desiderabile nel caso del cemento armato usato nella costruzione di edifici e altre strutture. La sabbia più adatta, che ha particelle aguzze che legano bene tra loro, è quella ricavata dalla frantumazione delle rocce o creata naturalmente dall’erosione da parte di acqua dolce, per esempio quella delle rive e fondali di laghi e fiumi. La crescente domanda di sabbia in un mondo sempre più urbanizzato provoca gravi squilibri sociali, economici e ambientali in molte parti del mondo: dalla nascita di vere e proprie “mafie della sabbia”, allo sfruttamento indiscriminato dei lavoratori indiani, fino al grave degrado paesaggistico e ambientale di intere regioni dell’India e della Cina. Di questi e altri risvolti parleremo nella prossima puntata, la terza e ultima del nostro viaggio nel mondo della sabbia.