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L’Asia alla guerra della sabbia (Parte III)

Che siano dettate da ragioni strategiche, economiche o di prestigio internazionale, negli ultimi anni molti Paesi asiatici hanno intrapreso campagne per strappare al mare preziosi terreni edificabili. Il tutto grazie a una risorsa sempre più ambita e contesa: la sabbia.

Siamo giunti alla terza e ultima puntata del nostro piccolo reportage su una delle risorse naturali più importanti, eppure più sottovalutate, per la moderna società urbanizzata: la sabbia. Indispensabile per la realizzazione di materiali da costruzione come cemento e calcestruzzo, la sabbia è diventata negli ultimi decenni una ricchezza sempre più preziosa. E questo è avvenuto in particolar modo in Asia, continente che sta vivendo un incredibile boom demografico e urbano. Abbiamo parlato dell’uso smodato di sabbia fatto dal governo cinese per trasformare scogli e barriere coralline del Mar Cinese Meridionale in isole abitabili, e rafforzare così le proprie rivendicazioni su quel tratto di mare. Ci siamo poi occupati dei mirabolanti progetti di land reclamation dei Paesi arabi del Golfo Persico e della minuscola città-Stato di Singapore.

Un’imbarcazione estrae illegalmente sabbia dal letto di un fiume in Cambogia, uno dei Paesi maggiormente “vittima” della fame di sabbia di Singapore. Fonte: www.rfa.org

Proprio Singapore, che grazie alla creazione di isole artificiali e ad altri progetti di interramento ha visto la propria superficie aumentare di oltre un quinto negli ultimi decenni, è da anni il più grande importatore di sabbia del mondo. Si può ben dire che il piccolo Stato del Sud-Est Asiatico abbia letteralmente saccheggiato alcuni Paesi della regione, strappando loro enormi quantità di terra. A essere interessati sono stati soprattutto Vietnam, Malesia e Cambogia, e l’importazione si è successivamente estesa a Myanmar, Filippine e Bangladesh, approfittando della debolezza economica di questi Stati e ottenendo accordi commerciali vantaggiosi grazie all’intervento di potenti multinazionali. Ma la fame di sabbia della tigre asiatica ha un pesante effetto sui Paesi esportatori: nelle enormi cave della Cambogia, del Vietnam e del Bangladesh gli operai lavorano in condizioni durissime per paghe da fame, senza alcuna misura di sicurezza e sfruttati dai “caporali”. E gravissime sono anche le conseguenze sul piano ambientale e paesaggistico: nei Paesi esportatori interi tratti di spiaggia sono stati sventrati, così come letti e rive di fiumi e laghi. In molte aree il paesaggio è stato stravolto, danneggiando le attività tradizionali come l’agricoltura e la pesca, e compromettendo irrimediabilmente gli ecosistemi locali. Negli ultimi anni le proteste contro l’atteggiamento predatorio di Singapore sono montate in molti Paesi della regione, dove la piccola città-Stato è stata accusata di rubare letteralmente la terra sotto i piedi delle popolazioni locali, sfruttando lo loro difficile condizione economica. I governi di alcuni Paesi - tra cui Indonesia, Malesia e Vietnam - sono arrivati a imporre forti restrizioni, o addirittura a vietare, l’esportazione di sabbia dai rispettivi territori verso Singapore e altri Paesi considerati importatori particolarmente rapaci. Si stima che nel 2010, poco prima che la maggior parte di questi bandi entrasse in vigore, Singapore importasse oltre 14 milioni di tonnellate di sabbia all’anno dai soli Vietnam, Malesia e Cambogia.

Lavoratori immigrati bengalesi in una cava illegale di sabbia in India, in una delle immagini scattate dal fotografo Adam Ferguson per il suo reportage sulle mafie della sabbia. Fonte: www.wired.com

Ma i bandi all’esportazione sono stati solo parzialmente efficaci, e anzi hanno avuto l’effetto di incentivare una fiorente attività di estrazione illegale e di contrabbando di sabbia, tanto che ormai in molte regioni la preziosa risorsa viene scambiata clandestinamente alla stregua di partite di droga o armi. E proprio come queste altre merci illegali, l’estrazione e il commercio clandestino di sabbia sono finiti in mano a mafie locali o organizzazioni criminali internazionali senza scrupoli, che gestiscono il loro businness con il pugno di ferro, sfruttando all’osso i lavoratori e non esitando a scatenare violente rappresaglie contro chiunque cerchi di mettere loro i bastoni tra le ruote. La “mafia della sabbia” opera in tutto il mondo, gestendo cave illegali dall’Indonesia alla Nigeria, dal Marocco alla Malesia. Uno dei maggiori centri di questo traffico illegale è l’India, dove intere aree vicine alle grandi metropoli del subcontinente, come quella a nord di Mumbai, sono state stravolte dalle cave non autorizzate, che spuntano ovunque, approfittando anche della corruzione diffusa tra le autorità locali e statali che dovrebbero vigilare contro simili illeciti. Il duro mondo dello sfruttamento e del degrado ambientale legato al traffico illegale della sabbia è stato documentato dal fotografo Adam Ferguson, che ha viaggiato a lungo in India sfidando le minacce delle mafie locali e la reticenza dei lavoratori, che hanno esitato a parlare e farsi ritrarre per paura di ritorsioni.

Un’immagine del Lago Poyang, in Cina, nel periodo di secca, che in anni recenti vede le sue acque prosciugarsi quasi completamente. Fonte: www.news.xinhuanet.com

Ma l’estrazione eccessiva e senza regole di sabbia e altre materie prime necessarie per le costruzioni hanno duramente segnato anche il maggiore gigante asiatico, nonché il Paese che in questi decenni ha vissuto uno sviluppo urbano senza precedenti nella storia dell’umanità: la Cina. Simbolo del degrado dovuto alla fame di sabbia è il lago Poyang, il più grande della Cina e la maggiore riserva di acqua dolce del Paese. L’attività di estrazione della sabbia dalle sue rive e da quelle dei fiumi suoi tributari ha praticamente cancellato gli argini naturali che, formatisi nel corso dei millenni, trattenevano naturalmente l’acqua nel suo corso. Il risultato è che ora l’acqua si disperde in ogni direzione nel territorio circostante, e questo fenomeno, unito alla creazione della gigantesca Diga delle Tre Gole a monte lungo il fiume Yangtze, principale immissario del Poyang, ha fatto sì che il lago sia ormai quasi completamente prosciugato per alcuni mesi all’anno, con conseguenze disastrose per l’ambiente e le attività economiche dell’area. Nel 2016, durante la stagione secca a ottobre, la superficie del lago si è ridotta a circa 200 km2 rispetto agli oltre 3500 delle sue dimensioni normali. Le autorità locali hanno posto limiti alle attività di estrazione della sabbia e proposto la costruzione di argini e dighe artificiali per mantenere il livello del lago sopra una certa soglia. Ma l’espansione a macchia d’olio delle megacittà cinesi, e la conseguente domanda di incredibili quantità di cemento e sabbia, non accenna a fermarsi, ed è prevedibile che nuove e sempre più estese aree verranno sacrificate in nome della crescita economica e della modernità.