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L’avventura di Sylvia Earle, signora degli abissi

Un libro racconta la straordinaria carriera di Sylvia Earle, che si affermò come biologa marina in un periodo in cui la scienza era ancora dominata dagli uomini.

Nel corso dei nostri viaggi tra le meraviglie del mondo che ci circonda, qui a GEOblog abbiamo più volte parlato di esploratori e di terre sconosciute, di luoghi ai confini del mondo e, addirittura, di terre fantastiche visitabili solo con l’immaginazione. È quasi un luogo comune affermare che, nell’era delle immagini satellitari e dei trasporti superveloci, ormai non esistono più, sul nostro pianeta, luoghi veramente inesplorati. E questa opinione sembra confermata dal fatto che, da diversi decenni, l’incessante curiosità dell’uomo si è rivolta oltre i confini della Terra, verso gli abissi dello spazio, dove l’uomo invia sonde sofisticatissime, veri e propri “esploratori robotici” che hanno ormai raggiunto alcuni degli oggetti celesti più distanti del nostro Sistema Solare, come il pianeta nano Plutone. Eppure esiste ancora, sul nostro pianeta, un’intera, vastissima regione che non è stata completamente esplorata, e che, al pari dello spazio siderale, l’uomo ha finora indagato in minima parte, con spedizioni che hanno gettato luce soltanto su una parte minuscola di quel mondo sorprendente e sconfinato. Stiamo parlando delle profondità degli oceani. Nonostante i mari coprano oltre il 70% della superficie terrestre, l’uomo ha finora indagato solo una frazione di ciò che giace sotto quelle acque: la maggior parte dei fondali oceanici non è stata ancora mappata in dettaglio, e dalle profondità degli abissi emergono regolarmente creature incredibili che sembrano uscite da un romanzo di fantascienza.


La copertina del volume La signora degli abissi. Sylvia Earle si racconta, di Chiara Carminati con illustrazioni di Mariachiara Di Giorgio. Editoriale Scienza. Fonte: www.editorialescienza.it

La grande avventura dell’esplorazione degli oceani sta dunque vivendo ancora il suo periodo d’oro, e i suoi protagonisti sono uomini e donne eccezionali che non hanno nulla da invidiare ai grandi esploratori del passato, oppure agli astronauti che stanno timidamente uscendo dai confini del nostro pianeta. In un libro pubblicato lo scorso marzo, l’autrice Chiara Carminati ci racconta la vita e le avventure di una delle pioniere dell’esplorazione degli oceani, la biologa marina statunitense Sylvia Earle. Soprannominata “la signora degli abissi”, da cui il titolo del libro, e chiamata anche con un pizzico di ironia tutta anglosassone “Her Deepness” (“Sua Profondità”), Sylvia Earle è una vera e propria regina degli studi sugli oceani. Nata nel 1935, ha completato gli studi e si è imposta nel mondo accademico tra gli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso, un periodo in cui l’ambiente scientifico, specie quello che comportava ricerca sul campo, era ancora dominato degli uomini, mentre le donne erano ancora soggette a pregiudizi e sospetti. Come molte delle donne la cui carriera è raccontata nella collana editoriale di cui La signora degli abissi fa parte, Donne nella scienza, Earle ha dovuto dimostrare talento e tenacia in misura maggiore di molti tra i colleghi uomini per primeggiare nel proprio campo di studi. Nonostante il posto di ricercatrice alla prestigiosa Università di Harvard, ottenuto nel 1967, nel 1969 Earle si vide rifiutare la domanda di partecipazione al progetto Tektite, una vera e propria stazione di ricerca sottomarina ancorata al largo delle Isole Vergini. Si sarebbe rifatta l’anno successivo, quando fu scelta come leader del progetto Tektite II, una struttura analoga il cui equipaggio sarebbe stato, per la prima volta, interamente femminile.

Sylvia Earle e le sue colleghe “acquanaute” si immergono per raggiungere la stazione di ricerca sottomarina Tektite II. Fonte: www.thetektitedocumentary.com

Nei decenni successivi Earle si sarebbe dedicata all’ingegneria subacquea, progettando e collaudando innovativi scafandri per attività sottomarine, riuscendo a spingersi fino ai 381 m di profondità, il record mondiale femminile. Insieme al marito Graham Hawkes, ingegnere, a partire dagli anni Ottanta si dedica allo sviluppo di minisommergibili e robot sottomarini, che oggi rappresentano l’ultima frontiera tecnologica nel campo dell’esplorazione degli oceani. Nonostante la carriera a dir poco intensa e avventurosa, in questo periodo Earle riuscì a sposarsi e ad avere tre figli, arrivando a immergersi anche in stato di gravidanza, in condizioni controllate. Nel 1990 viene nominata, prima donna a ottenere quel ruolo, scienziato capo del NOAA (National Oceanic and Atmospheric Administration), il prestigioso ente scientifico americano dedito allo studio degli oceani e dell’atmosfera terrestre, e dal 1998 è “esploratrice in carica” dalla rivista National Geographic.

Sylvia Earle all’interno di uno dei minisommergibili da lei progettati per l’esplorazione delle profondità sottomarine. Fonte: www.cpaws.org

Nonostante abbia ormai raggiunto e superato la soglia degli ottant’anni, Sylvia Earle è ancora oggi attivissima tanto nel campo della ricerca pura – ha continuato a immergersi fino a pochi anni fa – quanto soprattutto in quello della protezione dell’ambiente e della sensibilizzazione sulle tematiche ecologiche. In qualità di più famosa e rispettata ricercatrice oceanica vivente, Earle è diventata negli ultimi anni una straordinaria ambasciatrice degli oceani e una delle voci più autorevoli nel denunciare le conseguenze disastrose dell’inquinamento e del riscaldamento globale per le acque del pianeta, considerate dagli scienziati la “culla della vita”. Dal 2009 Earle è tra le fondatrici e ambasciatrici di Mission Blue, un’organizzazione non governativa che si batte per la creazione di aree marine protette negli oceani di tutto il mondo, luoghi che la stessa Earle ha significativamente ribattezzato Hope Spots, ovvero “punti della speranza”. “Gli oceani stanno morendo”, ha dichiarato più volte, uccisi dall’inquinamento, dalla pesca eccessiva, dal riscaldamento globale, e gli Hope Spots sono davvero l’ultima speranza per “salvare e ripristinare e il cuore blu del pianeta”.