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L’Europa degli indipendentismi – Parte I

La Estelada, la bandiera degli indipendentisti catalani, che al classico stendardo a strisce rosse e gialle della Catalogna aggiunge la stella bianca in campo blu. Fonte: www.anoiadiari.cat

Il 2014 potrebbe essere un anno storico per due regioni europee, Catalogna e Scozia, i cui popoli inseguono da secoli la piena autonomia politica.

Sebbene la maggior parte dei Paesi europei non abbia vissuto, per fortuna, una guerra sul proprio suolo nazionale dai tempi dei secondo conflitto mondiale, la geografia politica dell’Europa è stata tutt’altro che immutata negli ultimi decenni. Alcuni di questi mutamenti sono stati relativamente pacifici, come la riunificazione della Germania nel 1990 e la “separazione consensuale” della Cecoslovacchia in due Stati autonomi, la Repubblica Ceca e la Slovacchia, nel 1993. Altri rivolgimenti politici si sono invece consumati tra le violenze, come la dissoluzione della Iugoslavia negli anni Novanta del XX secolo, avvenuta in seguito a una sanguinosa guerra civile. Ma anche altri Paesi europei sono stati piagati, negli ultimi decenni, da vari e propri conflitti a bassa intensità combattuti all’interno dei propri confini, molti dei quali causati dalle spinte indipendentiste di alcune loro regioni, dove sono nati movimenti politici e formazioni paramilitari per portare avanti la battaglia per l’autonomia e la piena indipendenza. I casi più noti sono quelli dei Paesi Baschi in Spagna, dove la formazione indipendentista basca ETA (Euskadi Ta Askatasuna, “Paese basco e libertà”) combatte da decenni una battaglia contro il governo centrale spagnolo per mezzo di attentati e altre azioni violente, e dell’Irlanda del Nord nel Regno Unito, dove il conflitto tra l’esercito britannico e la formazione indipendentista IRA (Irish Republican Army) è degenerato per decenni in una vera e propria guerra civile che ha causato migliaia di morti e ha spaccato in due la popolazione nordirlandese.

Negli ultimi anni sono stati fatti importanti passi verso la risoluzione di entrambi i conflitti e la conseguente pacificazione dei Paesi Baschi e dell’Irlanda del Nord, non solo mediante la lotta contro le formazioni indipendentiste e il loro disarmo, ma anche e soprattutto con una politica di distensione attuata dai governi di Spagna e Regno Unito, che è passata anche attraverso la concessione di una maggiore autonomia politica e amministrativa, fino al quasi completo autogoverno (ad eccezioni di campi come la politica estera le forze armate) delle regioni interessate. Ma, per ironia della sorte, proprio quando Spagna e Regno Unito stanno per lasciarsi alla spalle lunghi decenni di conflitto indipendentista nella regione basca e nordirlandese, altre due regioni di questi Paesi, ancor più vaste, popolose e importanti dal punto di vista economico, stanno premendo per ottenere la secessione e diventare Stati indipendenti riconosciuti dall’Unione Europea. Si tratta della Catalogna in Spagna e della Scozia nel Regno Unito, due regioni che tradizionalmente rivendicano una loro specifica identità, in quanto a lingua, storia e cultura, differente da quella del resto dei rispettivi Stati di appartenenza. Da quando le due regioni hanno ottenuto il riconoscimento di un’ampia autonomia e il diritto a istituire parlamenti locali, al loro governo sono saliti rappresentanti di partiti, lo Scottish National Party in Scozia (dal 2007) e la Convergència Democràtica de Catalunya in Catalogna (fin dagli anni Ottanta del Novecento), che propugnano una maggiore autonomia o addirittura la completa secessione della regione.

I calciatori del Barcellona con la storica prima maglia rossa e blu e la nuova seconda maglia con i colori dalla bandiera catalana, gialla e rossa. Fonte: www.repubblica.it

Una delle più popolose e ricche regioni della Spagna, la Catalogna si è sempre sentita un’entità a parte rispetto al resto del Paese iberico, e tra il suo capoluogo Barcellona e la capitale spagnola Madrid c’è una storica rivalità per il primato di maggiore centro economico e culturale del Paese. Durante il regime di Francisco Franco, di cui abbiamo già parlato in un precedente post sull’anomalo fuso orario spagnolo, furono represse tutte le autonomie regionali, e fu proibito l’insegnamento e l’uso pubblico di tutte le lingue locali diverse dallo spagnolo, compreso il catalano, la lingua locale parlata dalla maggioranza della popolazione della regione. Con la morte di Franco nel 1975 e l’entrata in vigore nel 1978 di una Costituzione che trasformava le regioni in Comunità Autonome dotate di ampia autonomia amministrativa, l’identità, le tradizioni e la cultura catalana hanno vissuto una rinascita, mentre negli anni successivi proseguiva il processo di devolution, con sempre maggiori competenze e poteri politici e amministrativi che venivano trasferiti dal governo centrale di Madrid alle istituzioni locali. Oggi la maggioranza degli abitanti della Catalogna si sente prima catalano e solo in seconda battuta spagnolo, e uno dei simboli dell’identità catalana, la bandiera nazionale gialla e rossa, la senyera, è onnipresente per strade di Barcellona, tanto che la celebre squadra di calcio della città, il Barça, una delle più forti del mondo e orgoglio dei catalani, si è ispirata ad essa per la propria seconda maglia ufficiale, adottata nel campionato 2013-2014. E le partite di calcio, sport che qui viene preso molto sul serio, sono anche uno degli eventi preferiti per manifestare l’orgoglio nazionale, con le bandiere catalane che sventolano a centinaia, accompagnate da cori pro-indipendentisti, durante i match più importanti, come gli attesissimi scontri tra il Barcellona e gli storici rivali del Real Madrid, che agli occhi dei catalani incarnano l’inviso governo centrale spagnolo.

La grande manifestazione per l'indipendenza della Catalogna tenutasi a Barcellona l'11 settembre 2012, alla quale hanno partecipato oltre mezzo milione di persone. Fonte: www.foxnews.com

Negli ultimi anni le spinte indipendentiste catalane, da sempre presenti in una parte minoritaria della popolazione, hanno acquisito slancio anche a causa della grave crisi economica in cui è precipitata la Spagna in seguito alla recessione mondiale iniziata nel 2008. I catalani si sentono defraudati, in quanto solo poco più della metà delle tasse pagate dagli abitanti della Catalogna, una delle regioni di ricche e dinamiche della Spagna, torna in regione sotto forma di servizi e infrastrutture, mentre il resto viene impiegato per alimentare la burocrazia statale di Madrid o investito nelle regioni spagnole più svantaggiate. Manifestazione sempre più eclatanti a favore dell’indipendenza catalana si sono susseguite in tempi recenti, dall’imponente corteo a Barcellona a cui hanno partecipato oltre 600 000 persone nel giugno 2012, alla strabiliante “catena umana”, lunga circa 400 km e composta da centinaia di migliaia di persone, che ha unito le località della costa catalana l’11 settembre 2013, data della festa nazionale. Dal 2010 il presidente del governo autonomo catalano è Artur Mas, capo di una coalizione di partiti che sostengono la causa indipendentista catalana. In nome del diritto all’autodeterminazione dei popoli, il governo di Mas ha annunciato l’intenzione di indire un referendum per l’indipendenza della Catalogna da tenersi il 9 novembre 2014. Al momento i risultati dalla consultazione si prospettano sul filo di lana: secondo i più recenti sondaggi, il 53% dei catalani sarebbe favorevole all’indipendenza dalla Spagna. Sempre che il referendum si tenga: su questo punto si rischia infatti un duro scontro tra l’amministrazione catalana e il governo spagnolo, che non intende permettere il referendum, dal momento che la Costituzione spagnola sancisce l’unità della nazione e non ammette consultazioni per l’autodeterminazione che possano minacciare l’integrità territoriale del Paese. Un’altra difficoltà per le speranze di indipendenza della Catalogna viene dall’estero: gli indipendentisti catalani auspicano la secessione dalla Spagna, ma la maggior parte di essi vuole rimanere nell’Unione Europea a mantenere l’euro come moneta, e guarda quindi a una Catalogna indipendente e membro dell’UE. Ma le autorità dell’Unione hanno già anticipato che, in caso di secessione della Catalogna, il nuovo Stato non sarebbe da considerarsi automaticamente parte dell’UE, ma dovrebbe ripercorrere tutte le tappe di adesione al pari degli altri Stati candidati all’ingresso nell’Unione. Questo significa che i Paesi membri dovrebbero esprimere all’unanimità un voto favorevole all’adesione della Catalogna, ma è difficile immaginare che almeno uno di questi membri, la Spagna, possa votare a favore…