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L’Europa degli indipendentismi – Parte II

La statua di William Wallace, eroe dell'indipendenza scozzese, posta all'ingresso del Castello di Edimburgo. Fonte: www.geograph.org.uk

Il 2014 potrebbe essere un anno storico per due regioni europee, Catalogna e Scozia, i cui popoli inseguono da secoli la piena autonomia politica.

Questa settimana proseguiremo il nostro viaggio nell’Europa degli indipendentismi, movimenti e correnti politiche e di opinione che, se avessero successo, potrebbero modificare profondamente l’attuale geografia politica europea. Si tratta di un tema particolarmente delicato alla luce di ciò che sta accadendo in queste ultime settimane in Ucraina, dove una protesta popolare che ha rovesciato il governo precedentemente in carica rischia di degenerare in una guerra civile che potrebbe portare alla divisione del Paese in due o più entità politiche. A ciò si aggiungono le crescenti tensioni con la Russia, che sta appoggiando, anche militarmente, le aspirazioni indipendentiste della Crimea, la regione ucraina affacciata sul Mar Nero la cui popolazione è a maggioranza di etnia e lingua russa. Uno scenario tanto complesso quanto preoccupante, che ci ripromettiamo di affrontare nelle prossime settimane.

Ma in Europa sono presenti anche correnti indipendentiste che, fortunatamente, intendono perseguire i propri obiettivi pacificamente e con i mezzi delle democrazia. Nello scorso post abbiamo parlato delle aspirazioni indipendentiste della Catalogna, dove alla fine del 2014 potrebbe tenersi un referendum nel quale i cittadini sarebbero chiamati a esprimere la propria opinione a favore o contro la secessione della regione dalla Spagna. Ma in quella occasione abbiamo accennato anche a un analogo movimento presente in Scozia, il cui obiettivo è l’indipendenza della regione britannica dal Regno Unito, da sancire anch’essa con un referendum previsto nella seconda metà del 2014.

L'edificio che ospita il Parlamento scozzese a Edimburgo, inaugurato nel 2004. Fonte: www.rankinfraser.com

Gli scozzesi rivendicano da sempre le peculiarità storiche e culturali che li differenziano dagli abitanti delle altre regioni che insieme formano il Regno Unito, in particolare dagli inglesi, con i cui quali i rapporti sono sempre stati, per usare un eufemismo, difficili. Non a caso i due maggiori eroi nazionali scozzesi sono condottieri che hanno lottato, durante il Medioevo, contro l’espansionismo del Regno di Inghilterra e per una Scozia indipendente: William Wallace, la cui tragica vicenda, seppur alquanto romanzata, è protagonista del film Braveheart di Mel Gibson, e Robert Bruce, che nel 1314 riportò una storica vittoria contro gli inglesi nella battaglia di Bannockburn, un evento che molti scozzesi ricordano ancora con rimpianto. Per secoli dopo la definitiva annessione della Scozia al Regno Unito, avvenuta con il Treaty of Union del 1707, la Scozia è stata governata con il pugno di ferro dalla Corona inglese, che ha fatto di tutto per privare di autonomia le tradizionali istituzioni scozzesi e soffocare così ogni spinta autonomista o indipendentista. Tutto questo è cambiato alla fine del XX secolo, quando è iniziato un lento ma inesorabile processo di devoluzione di molte competenze e potere dal governo centrale di Londra alle istituzioni locali scozzesi. Nel 1999 è stato nuovamente istituito il Parlamento scozzese, che si era riunito per l’ultima volta proprio nel 1707, e che dal 2004 si riunisce a Edimburgo in un grandioso, nuovo edificio costruito proprio di fronte al palazzo di Holyrood, la residenza scozzese del sovrano. Nel corso degli anni successivi si è formato un governo locale che è stato investito di numerose competenze politiche e amministrative in materia di sanità, trasporti, agricoltura, politiche sociali e molte altre aree. Rimangono però nelle mani del governo centrale importanti poteri nei campi della politica economica e valutaria, dei rapporti con l’estero, della difesa e, aspetto cruciale come vedremo fra poco, dell’energia e dello sfruttamento delle risorse energetiche.

Il processo di devoluzione ha subito un’accelerazione a partire dal 2007, quando le elezioni per il Parlamento scozzese sono state vinte dall’SNP, Scottish National Party (Partito Nazionale Scozzese), formazione politica da sempre favorevole a una maggiore autonomia, e a una futura indipendenza, della Scozia. Forte della maggioranza assoluta ottenuta nelle ultime elezioni del 2011, il primo ministro scozzese, nonché leader dell’SNP, Alex Salmond ha deciso di forzare la mano al governo centrale britannico e, in modo analogo a quanto avvenuto in Catalogna, ha indetto un referendum per l’indipendenza della Scozia che dovrebbe tenersi il 18 settembre 2014. La decisione è stata presa in seguito a un accordo con il primo ministro britannico Cameron, che ha deciso di non adottare una linea dura contro le aspirazioni indipendentiste ma di rispettare il diritto all’autodeterminazione del popolo scozzese. Tale atteggiamento morbido viene forse anche dal fatto che, secondo i più recenti sondaggi, gli scozzesi favorevoli alla completa indipendenza dal Regno Unito sono ancora in minoranza, e Cameron spera che una sconfitta del fronte indipendentista nel referendum metta definitivamente fine alle spinte secessioniste scozzesi. Salmond si gioca quindi il tutto e per tutto in questi ultimi mesi, e ha dato inizio a una frenetica campagna elettorale per alimentare il sentimento secessionista e convincere la popolazione che la Scozia sia in grado di governarsi da sé in modo migliore di quanto possa fare unita alle altre regioni del Regno Unito. La stessa data del 2014 come anno del referendum non sembra casuale, dal momento che si tratta del settecentesimo anniversario della già citata battaglia di Bannockburn, e Salmond spera che l’evento marchi una nuova ventata di nazionalismo scozzese.

Manifestazione per l'indipendenza della Scozia tenutasi a Glasgow nell'autunno 2013. Fonte: www.flickr.com

Tuttavia, come spesso accade, sembra che la battaglia per l’indipendenza della Scozia, e il voto favorevole della maggioranza degli scozzesi, non si giochi sul ricordo di lontane vittorie o su antichi campanilismi, bensì sul terreno attualissimo dell’economia e delle prospettive di crescita della Scozia in un periodo di recessione economica globale. Uno dei nodi fondamentali è quello dei ricchi giacimenti petroliferi del Mare del nord, sfruttati per mezzo di decine di piattaforme che si trovano in acque territoriali scozzesi, ma la cui gestione è di competenza del governo centrale britannico, il quale, come abbiamo visto, ha mantenuto per sé i poteri in materia di sfruttamento delle risorse energetiche. Il governo scozzese ritiene che l’amministrazione centrale operi sostanzialmente un furto nei confronti degli scozzesi, e sostiene che la gestione dei giacimenti, e i relativi ricchi introiti, debbano essere di propria competenza. Un’altra questione economica di rilievo è quella delle tasse su uno dei prodotti scozzesi più famosi ed esportati in tutto il mondo, il whisky, che attualmente finiscono dritte nelle casse dell’amministrazione centrale britannica. La leva che Salmond ha cercato, e cercherà ancora di usare, per vincere il referendum è quindi convincere gli scozzesi che una Scozia indipendente significherà nuovi posti di lavoro e maggiore ricchezza per tutti loro.

Una delle piattaforme petrolifere sorte nel Mare del Nord, in acque scozzesi. Fonte: www.independent.co.uk

Un’eventuale indipendenza scozzese, se anche avvenisse pacificamente come sembra, non sarebbe tuttavia priva di problemi. Come per il caso della Catalogna, c’è la questione dell’adesione della Scozia all’Unione Europea, che non sarebbe automatica. La Scozia dovrebbe infatti dimostrare di avere un’economia e una politica valutaria sufficientemente solida per non destabilizzare gli altri Paesi dell’UE. E qui entra in gioco un altro dei nodi da sciogliere: se una parte consistente degli scozzesi aspira a una Scozia completamente indipendente dal Regno Unito, la stragrande maggioranza di essi vorrebbe mantenere la propria moneta, la sterlina britannica. Si tratterebbe quindi di stabilire un’unione monetaria tra la Scozia e la parte restante del Regno Unito, un aspetto che non incontra assolutamente il favore del governo britannico e degli unionisti, cioè coloro che sono contrari all’indipendenza. Questi accusano i nazionalisti scozzesi di volere la botte piena e la moglie ubriaca, cioè di reclamare la piena autonomia politica non rinunciando però alla stabilità della moneta britannica. Recentemente il governatore della Banca d’Inghilterra Mark Carney ha dichiarato con estrema chiarezza che non sarebbe possibile un’unione monetaria con una Scozia completamente indipendente, poiché in tal caso le politiche economiche scozzesi, se si rivelassero sbagliate, potrebbero ripercuotersi negativamente sul Regno Unito e i suoi abitanti. Per mantenere un’unica moneta il governo scozzese dovrebbe dunque cedere alla Banca di Inghilterra e al governo britannico alcune fondamentali competenze in materia finanziaria e fiscale, ma questo si tradurrebbe in una fondamentale perdita di sovranità da parte scozzese, che di fatto vanificherebbe l’indipendenza ottenuta. La situazione pertanto non è affatto semplice. Vedremo nei prossimi mesi cosa succederà, e se dovremo salutare la nascita, o meglio la rinascita, di uno storico Stato europeo.