Blog

L’ombra dell’ISIS. La Grande Muraglia Arabica

Una guardia di frontiera saudita lungo il confine fortificato con l'Iraq. Fonte: www.news.yahoo.com

Un breve ciclo dedicato a una delle maggiori minacce agli equilibri mondiali, il cosiddetto Stato Islamico, e agli aspetti meno conosciuti della lotta a questa organizzazione terroristica.

Con questo articolo concludiamo, almeno per il momento, la serie dedicata all’ISIS o Stato Islamico, l’organizzazione fondamentalista e terroristica attiva soprattutto in Iraq e Siria, e alla campagna intrapresa da molti Stati per scongiurare il suo obiettivo dichiarato di instaurare un califfato islamico nei Paesi del mondo a maggioranza musulmana. Abbiamo già parlato della storia e degli scopi dell’ISIS, degli sforzi fatti dal cosiddetto Stato Islamico per accreditarsi come entità politica legittima e sovrana, e della terribile persecuzione di cui sono vittima gli yazidi, una minoranza etnica e religiosa che risiede nella parte del Medio Oriente attualmente occupata dall’ISIS.

La minaccia dell’ISIS ha portato molti Paesi della regione a entrare nella coalizione internazionale guidata dagli Stati Uniti e costituita per sradicare lo Stato Islamico e porre fine agli scontri intestini che da anni insanguinano l’Iraq e la Siria settentrionali. Tra questi Paesi c’è l’Arabia Saudita, il più grande e popoloso tra gli Stati a maggioranza araba e musulmana della regione, nonché il maggiore produttore ed esportatore mondiale di petrolio. Una delle pochissime monarchie assolute rimaste al mondo (il potere del re è teoricamente illimitato e nel Paese non si tengono elezioni politiche), l’Arabia Saudita è da decenni uno stretto alleato degli Stati Uniti, i quali da parte loro trattano il governo saudita con i proverbiali “guanti di velluto” a dispetto della totale mancanza di democrazia e trasparenza nella politica saudita, e delle palesi e continue violazioni dei diritti umani che si verificano nel Paese. Le ragioni di questo atteggiamento accomodante sono assai poco ideali e molto pragmatiche. Da una parte l’esistenza di uno stato forte e alleato dell’Occidente è fondamentale per gli interessi delle democrazie occidentali in Medio Oriente, dall’altra l’Arabia Saudita gode di una forte influenza in seno all’OPEC, l’organizzazione che riunisce alcuni dei Paesi maggiori esportatori di petrolio, e ha da sola la capacità di influenzare il prezzo dell’oro nero aumentando o diminuendo la propria immensa produzione giornaliera.

Il confine, lungo circa 900 km, tra Arabia Saudita e Iraq. Fonte: www.csmonitor.com/

A dispetto della vicinanza economica e politica con gli Stati Uniti e l’Occidente, l’Arabia Saudita è stata accusata da più parti, nel corso degli ultimi anni, di avere un atteggiamento quantomeno ambivalente nei confronti del fondamentalismo islamico e del terrorismo. Sembra infatti, a detta dei servizi segreti di molti Paesi, che una buona parte del denaro ricevuto sotto forma di finanziamenti occulti da molti gruppi fondamentalisti e terroristici per finanziare le proprie attività sia di provenienza saudita, così come sono di nazionalità saudita moltissimi tra i combattenti che hanno lasciato il proprio Paese per partecipare alla jihad arruolandosi tra le file di gruppi islamici militanti, come i talebani tra Afghanistan e Pakistan o lo stesso ISIS in Medio Oriente. E la maggior parte degli americani, confusi dalla politica accomodante del proprio governo nei confronti del regno saudita, non ha dimenticato che la maggioranza degli attentatori dell’11 settembre 2001 era di nazionalità saudita, come le stesso Osama Bin Laden. L’Arabia Saudita sosterrebbe segretamente questi gruppi fondamentalisti, tra gli altri motivi, per mantenere la propria stabilità politica, spostando le attenzioni della jihad islamica fuori dal proprio territorio, e per mettere in difficoltà il suo principale rivale geopolitico nella regione, l’Iran.

Militari delle forze speciali saudite durante un'esibizione/esercitazione antiterrorismo tenutasi alla Mecca il 28 settembre 2014. Fonte: www.nbcnews.com

Lo politica di appoggio, o quantomeno tolleranza, nei confronti del fondamentalismo islamico da parte del regime saudita si è però rivelata un’arma a doppio taglio. Molti gruppi terroristici, tra cui Al-Qaeda e più recentemente l’ISIS, hanno infatti attaccato l’Arabia Saudita a parole, accusandola di essere collusa con gli “infedeli” occidentali, e con i fatti, compiendo attentati sul “sacro suolo” saudita e tentando di fondare cellule terroristiche nel regno. Per un’organizzazione come l’ISIS la conquista dell’Arabia Saudita, sul cui territorio si trovano i due luoghi più sacri dell’Islam, le città di La Mecca e Medina, sarebbe l’ideale coronamento del piano di fondare un califfato islamico che unisca tutti i musulmani del mondo. Il regime saudita, da parte sua, si è dimostrato tanto ambiguo nei confronti del terrorismo fuori dai propri confini quanto spietato nella lotta ai gruppi terroristici che operano sul suo territorio, incarcerando centinaia di sospetti militanti e giustiziando decine persone condannate per aver compiuto attentati o fomentato la propaganda terrorista. L’allarme delle forze di sicurezza saudite è aumentato di pari passo con il deteriorarsi della situazione in Iraq, con cui l’Arabia Saudita condivide un confine lungo circa 900 km. Proprio per contrastare le “infiltrazioni” di terroristi provenienti dal confine iracheno, accusati di entrare clandestinamente in Arabia Saudita per compiere attentati e reclutare nuovi miliziani, oltre che di trafficare in droga e armi, il governo saudita ha dispiegato un imponente apparato di sorveglianza alle proprie frontiere. In particolare lungo confine con l’Iraq, che lo stesso governo iracheno riconosce di non essere più in grado di controllare a causa della guerra civile che sta infuriando nel Paese, è in costruzione dal settembre 2014 una barriera fisica lunga centinaia di chilometri; una cortina di ferro araba composta da recinzioni di filo spinato, fossati e torri di osservazione lungo la quale sono dispiegati oltre 30.000 soldati. Il tutto supportato da sofisticati radar di avvistamento, strumenti per la visione notturna e postazioni di armi pesanti. La sorveglianza è stata ulteriormente innalzata dopo che lo scorso 5 gennaio un gruppo di miliziani, probabilmente affiliati all’ISIS, ha attaccato un posto di frontiera saudita uccidendo tre soldati, tra cui il generale comandante delle guardie di frontiera.

Schema di una sezione della barriera difensiva in costruzione al confine tra Arabia Saudita e Iraq. Fonte: www.forums.military.com

Abbiamo già avuto occasione di parlare dei muri e delle altre barriere fisiche, come la Grande Muraglia Cinese o il Muro di Berlino, costruite nel corso dei secoli per rispondere alle minacce, vere o percepite, da parte di “altri”. E abbiamo visto anche quanto tali barriere si siano dimostrate molto spesso inefficaci, se non ai fini della propaganda. Eppure nuovi muri vengono costruiti ogni anno in tutto il mondo, e molti dei più noti si trovano proprio in Medio Oriente o nell’area del Mediterraneo, come il muro che divide la parte greca da quella turca nell’isola di Cipro, o la controversa barriera che separa Israele dalla Cisgiordania palestinese. La stessa Arabia Saudita è impegnata da anni nella costruzione di una barriera ancora più lunga di quella irachena, questa volta lungo il confine meridionale con lo Yemen, e anche questa eretta per prevenire l’entrata di miliziani affiliati a gruppi estremisti, tra cui i membri di Al-Qaeda nella Penisola Arabica, l’organizzazione terroristica ritenuta ispiratrice degli attacchi terroristici avvenuti a Parigi gli scorsi 7 e 9 gennaio. La notizia della costruzione della barriera alla frontiera saudita-irachena non ha mancato di sollevare le critiche di molti giornalisti ed esperti di geopolitica occidentali, i quali hanno rimarcato che, se il regime saudita avesse agito per tempo per bloccare il sostegno finanziario e morale fornito da una parte degli stessi apparati sauditi ai terroristi e ai loro fiancheggiatori, probabilmente non avrebbe avuto bisogno di costruire alcun muro.