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Nel Golfo Persico (o Arabico?) ci si scontra anche per un nome

Un'immagine satellitare del Golfo Persico/Arabico. Fonte: www.parstimes.com

Tra i mille scontri che insanguinano il Medio Oriente, si polemizza anche sul nome del braccio di mare che separa Iran e Arabia Saudita. Un dissidio che mette in luce la rivalità tra i due Paesi.

Il Medio Oriente è da oltre un secolo una delle regioni cardine degli equilibri geopolitici mondiali, teatro di un continuo braccio di ferro tra potenze locali e globali per il controllo di un territorio dal clima sì inospitale, ma ricco di una risorsa naturale fondamentale per la società contemporanea: il petrolio. A questo fattore puramente materiale si aggiunge anche la particolare storia e la forte carica simbolica posseduta dal Medio Oriente, e in passato abbiamo visto più volte come simboli e ideali immateriali abbiano spesso un’influenza assai concreta sulla vita delle persone. Il Medio Oriente è il luogo di nascita delle tre grandi religioni monoteiste, Ebraismo, Cristianesimo e Islam, nonché l’area geografica in cui i loro rispettivi credenti si trovano più spesso in conflitto. La situazione in Medio Oriente è state più volte paragonata a una nova, una stella la cui attività, pur non essendo mai del tutto a riposo, alterna periodi di relativa calma a violente esplosioni di energia.

Il presidente degli Stati Uniti Barack Obama con re Salman, sovrano dell’Arabia Saudita. Fonte: www.huffingtonpost.com

Da alcuni anni stiamo vivendo una di queste fasi esplosive, e i mezzi di informazione si riempiono ogni giorno di più di notizie su tensioni e scontri nella regione. A Gerusalemme e nel resto di Israele e dei Territori Palestinesi è scoppiata una nuova ondata di violenze, soprannominata dai giornalisti “intifada dei coltelli”. Nel Medio Oriente arabo e in Nordafrica le promesse di rinnovamento democratico alla base del grande movimento di protesta contro i regimi autoritari, la primavera araba iniziata nel 2010, sono state in gran parte disattese, e molti Paesi della regione sono precipitati nel caos del terrorismo, dei colpi di Stato e delle guerre civili. Abbiamo già parlato dell’instaurazione, in seguito a eventi tumultuosi, di un governo autoritario in Egitto, dell’ascesa del sedicente califfato islamico dell’ISIS in Iraq e Siria, e dell’intervento delle potenze occidentali, tra cui gli Stati Uniti, per contrastare l’ISIS e altri gruppi terroristici nella regione. E la sanguinosa guerra civile siriana, che infuria ormai da anni, ha finora provocato centinaia di migliaia di morti e milioni di sfollati, molti dei quali stanno ora cercando rifugio in Europa, causando un’acuta crisi migratoria in molti Paesi europei. Per chi non è un profondo conoscitore della storia e della politica del Medio Oriente, la situazione può apparire come un confuso tutti contro tutti: israeliani contro palestinesi, siriani filogovernativi contro ribelli siriani moderati e ISIS, curdi contro ISIS, turchi contro curdi e ISIS, ISIS contro governo siriano e ribelli siriani, iraniani contro ribelli siriani, sauditi contro ribelli yemeniti Huthi, e così via.

Il presidente siriano Bashar Assad incontra la Guida Suprema dell’Iran, l’ayattollah Ali Khamenei, suo più importante alleato in Medio Oriente. Fonte: www.irananders.de

Uno dei fattori più importanti al centro del caos mediorientale è la millenaria rivalità tra le due principali confessioni islamiche, quella sunnita e quella sciita, e la più recente competizione geopolitica tra le principali potenze regionali dell’area, l’Iran e l’Arabia Saudita. Ma tutto in Medio Oriente ha due facce, e le due dinamiche, quella antica e quella contemporanea, si sovrappongono, poiché l’Iran è il maggiore Stato a maggioranza sciita, mentre l’Arabia Saudita è un baluardo dell’Islam sunnita. I due Stati si combattono a distanza sostenendo con denaro, armi, e in alcuni casi attacchi militari diretti i governi e le organizzazioni appartenenti alla propria branca dell’Islam. L’Iran sostiene, tra gli altri, il governo siriano del presidente Bashar Assad, sciita alawita, il movimento politico-militare Hezbollah, l’attuale governo dell’Iraq (a maggioranza sciita) e i ribelli yemeniti Huthi. L’Arabia Saudita, da parte sua, appoggia le formazioni ribelli siriane che combattono contro il governo di Assad e il governo yemenita in carica, sunnita e sostenuto anche dagli Stati Uniti. Le due potenze si affacciano sullo stesso braccio di mare che separa la Penisola Arabica dal resto dell’Asia: a sud l’Arabia Saudita e i Paesi arabi ad essa alleati, Kuwait, Bahrain, Qatar ed Emirati Arabi Uniti; a nord l’Iran. Un braccio di mare di fondamentale importanza poiché sulle sue acque transitano le petroliere che trasportano una parte consistente del greggio estratto quotidianamente nel mondo.

Una carta della Penisola Arabica tratta dall’edizione del 1542 della Geographia di Sebastian Munster. Il Golfo Persico, in alto, è indicato come Sinus Persianus, mentre il Mar Rosso, a sinistra, è chiamato Sinus Arabicus. Fonte: www.raremaps.com

Il dissidio tra Arabia Saudita e Iran si estende a tal punto che i due Paesi non riescono neppure a mettersi d’accordo sul nome con cui chiamare questo braccio di mare che li divide, e su questo punto la rivalità tra i due Stati sconfina nei campi apparentemente lontani della geografia, della divulgazione scientifica e del giornalismo. Il nome più diffuso nel mondo, nonché quello accettato dalle Nazioni Unite e dalla maggior parte degli enti geografici e cartografici, nazionali e internazionali, è Golfo Persico, cioè persiano, in inglese Persian Gulf. Persia è il nome storico, in uso fin dall’Antichità, dell’attuale Iran. Non sorprende quindi che per gli iraniani, sempre pronti a sottolineare la loro identità persiana e la peculiarità della loro storia, lingua e cultura in contrapposizione a quella araba dei vicini, Golfo Persico sia l’unico nome legittimo. La storia sembra dalla parte degli iraniani: “Golfo Persico” è un nome attestato fin dai tempi antichi, fu impiegato già dai geografi greci Strabone e Tolomeo ed è stato usato sin da allora con continuità. Gli Stati arabi che si affacciano sul Golfo da sud, prima fra tutti l’Arabia Saudita, la pensano però diversamente e chiamano lo stesso tratto di mare Golfo Arabico (Arabian Gulf in inglese). In effetti si trovano attestazioni del termine “Golfo Arabico” nell’Antichità, ma i geografi antichi, fra cui gli stessi Strabone e Tolomeo, lo usavano per indicare il mare che cinge la Penisola Arabica dalla parte opposta, a sudovest, cioè il Mar Rosso. L’uso di chiamare Golfo Arabico il Golfo Persico è invece molto più recente e risale agli anni Sessanta del XX secolo, in coincidenza con la diffusione del movimento nazionalista panarabo e con la sua volontà di sostenere l’egemonia pelitica e culturale araba sul Medioriente, a discapito dei due principali Stati non arabi della regione, Israele e Iran.

Una vignetta satirica, chiaramente filoiraniana, prende in giro le rivendicazioni arabe nella diatriba Golfo Persico/Golfo Arabico. Fonte: www.iranpoliticsclub.ne

La diatriba per il nome del Golfo si cura però ben poco delle opinioni di storici, geografi e altri studiosi; la questione è puramente politica e ideologica e vede coinvolti direttamente i governi dei Paesi che vi si affacciano. Il regime iraniano non esita a condannare pubblicamente chiunque usi un termine diverso da Golfo Persico, sia esso uno Stato estero, un giornale o una casa di produzione televisiva, e a scatenare ritorsioni contro i trasgressori. Nel 2004 un colosso della divulgazione scientifica come la National Geographic Society ha pubblicato una nuova edizione del proprio atlante, il National Geographic Atlas of the World, in cui nella mappa del Medio Oriente la legenda relativa al golfo della discordia indicava “Persian Gulf” e immediatamente sotto, in caratteri più piccoli e tra parentesi, “Arabian Gulf”. Immediate sono state le proteste degli iraniani, che hanno bombardato di mail di protesta gli indirizzi di posta elettronica dell’editore e organizzato campagne sui forum online. Subito dopo il governo di Teheran ha proibito per ritorsione l’importazione e la vendita di tutte le pubblicazioni della National Geographic Society sul suolo iraniano. Qualche mese dopo l’editore ha fatto marcia indietro e ha pubblicato un atlante aggiornato in cui l’aggiunta tra parentesi era stata rimossa. Non sorprende più di tanto che la disputa abbia travolto anche il mondo dello sport, e in particolare quello del calcio. Il più importante torneo nazionale iraniano, l’equivalente della nostra serie A, si chiama Coppa del Golfo Persico, e la nazionale iraniana non partecipa al torneo internazionale che vede impegnate le squadre degli altri Paesi dell’area (tutti arabi) perché si chiama semplicemente Coppa della Nazioni del Golfo (senza Persico).

La portaerei della U.S. Navy John Stennis in navigazione nelle acque del Golfo Persico. Fonte: www.nosint.blogspot.com

Il contenzioso geografico è degenerato al punto che i governi dei Paesi convolti hanno cominciato a considerare l’uso alternativo Golfo Persico/Golfo Arabico, da parte dei portavoce dei governi esteri e dei giornali stranieri, come un segnale di presa di posizione, una cartina di tornasole per distinguere nemici e alleati nella battaglia geopolitica per il controllo del Medio Oriente. Se usi “Golfo Persico” sei filoiraniano, se dici “Golfo Arabico” sei filoarabo. Solo in questa chiave si può comprendere il putiferio scatenatosi nel 2010, quando la U.S. Navy, la marina militare degli Stati Uniti, ha modificato le propria linee guida sulla nomenclatura geografica indicando al proprio personale di usare “Golfo Arabico” al posto del “Golfo Persico” precedentemente impiegato. Tra le inevitabili proteste del governo di Teheran e della numerosa comunità di iraniani residenti negli USA, gli analisti politici e militari hanno interpretato questa mossa come un monito all’Iran e un contemporaneo segnale di rassicurazione nei confronti degli Stati arabi del Golfo, preoccupati per gli sviluppi del programma nucleare iraniano. Un modo per dire loro “la Marina vi copre le spalle”, insomma.

La legenda che riporta il nome del Golfo nella versione “normale” di Google Maps. Fonte: www.maps.google.it

Altri devono fare invece i conti con il problema opposto: portare avanti le proprie attività, e fare affari, senza provocare le ire di una delle due parti del contenzioso. È il caso di Google, che ha cercato di tenersi fuori dalla lite per il nome del Golfo escogitando, per il proprio celebre servizio di mappe online, un ingegnoso trucco. Collegandosi al sito di Google Maps dall’Iran e da quasi tutti gli altri Paesi del mondo (Italia compresa), si viene diretti automaticamente verso una versione della mappa dove la legenda indica in modo inequivocabile “Persian Gulf”, e solo zoomando notevolmente compare sotto, tra parentesi, il fatidico “Arabian Gulf”. Invece nelle versioni di Google Maps localizzate nei Paesi arabi del Golfo, per esempio quella degli Emirati Arabi, nella medesima posizione compare solamente “Arabian Gulf”, senza alcun “Persian”! Una saggia mossa per non essere coinvolti in polemiche faziose, un caso esasperato di political correctness, o un capolavoro di cerchiobottismo? Ai lettori l’ardua risposta.

La stessa area, con la legenda modificata, nella versione di Google Maps degli Emirati Arabi Uniti. Fonte: www.maps.google.ae