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Passaporto: tu di che colore sei?

In queste settimane di emergenze sanitarie e tensioni ai confini, il colore del proprio passaporto può fare la differenza. Vediamo perché.

Qualche settimana fa abbiamo visto come una delle tante conseguenze della Brexit, l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea, sia stato il cambiamento di colore del passaporto britannico, passato dal bordeux, comune a tutti i Paesi dell’UE, al “vecchio” blu di coloniale memoria. Ma in queste settimane i passaporti sono un oggetto di scottante attualità, a seguito della crisi mondiale causata dalle epidemie di coronavirus che stanno interessando diversi Paesi del mondo. Con la chiusura dei confini, le quarantene forzate e le limitazioni all’entrata in alcuni Paesi imposti da vari governi alle persone di particolare nazionalità, compresi quelle che hanno colpito i cittadini italiani, il nostro passaporto è diventato un oggetto cruciale, da cui può dipendere il nostro destino. Anche prima della recente emergenza, una guardia addetta al controllo passaporti di un grande aeroporto, in qualsiasi parte del mondo, avrebbe potuto dirvi che è in grado di percepire se ci saranno particolari problemi con l’ingresso di un determinato passeggero ancora prima di vederne la nazionalità indicata sul suo passaporto. Ma come si forma questo giudizio? Semplice: osservando il colore del documento. Esiste infatti un sottile “linguaggio non scritto” dei passaporti emessi da tutti i Paesi del mondo, un linguaggio cromatico. In breve, tutti i passaporti mondiali sono stampati in quattro colori principali (anche se le sfumature di ciascuno variano): rosso, blu, verde e nero. Ma la cosa interessante è che i Paesi di un certo continente o con caratteristiche comuni tendono ad avere passaporti dello stesso colore.

I passaporti del mondo, ordinati per colore come un campionario di vernici, mostrati sul sito specializzato Passport Index. Fonte: www.passportindex.org

I passaporti rossi identificavano originariamente gli Stati appartenenti al blocco comunista, come quelli dell’Europa dell’Est, la Cina e la Russia. L’associazione con il colore della rivoluzione operaia non era certamente casuale. Da allora le cose sono un po’ cambiate, soprattutto in seguito alla nascita dell’Unione Europea, dopo la quale tutti i Paesi membri hanno standardizzato i propri passaporti, adottando, come abbiamo visto, il colore bordeaux. Fa eccezione un passaporto “pesante” in termini di importanza e prestigio internazionale, quello della Svizzera, che è sempre stato di un colore rosso brillante, simile a quello della bandiera nazionale. I passaporti nei toni del blu erano invece storicamente associati al mondo anglosassone. Sono blu quelli degli Stati Uniti, dell’Australia e, come abbiamo visto, quello del Regno Unito. Probabilmente per cooptare almeno in parte il prestigio associato a questi passaporti, negli ultimi decenni sempre più Paesi hanno adottato il colore blu per i propri documenti, soprattutto gli Stati americani e quelli dell’Oceania. Il passaporto blu, quindi, evoca immediatamente, a chi lo vede, il Nuovo e Nuovissimo Mondo. Il passaporto verde è invece adottato da diversi Stati dell’Africa Centrosettentrionale, del Medio Oriente e dell’Asia Centrale. Si tratta in gran parte di Stati a maggioranza islamica, e infatti il verde è il colore tradizionalmente associato alla religione musulmana, come nel caso dell’Arabia Saudita, la quale, oltre al passaporto, ha la propria bandiera nazionale verde. I passaporti neri, invece, sono emessi in maggioranza da Stati dell’Africa Centromeridionale. Il nero sembra essere un colore in via di estinzione tra i passaporti, dal momento che sempre più Paesi, negli ultimi decenni, hanno deciso di cambiare il colore del proprio documento, per esempio da nero a blu. Probabilmente questo cambio è stato fatto per sfuggire a un certo pregiudizio associato ai passaporti neri. La nostra guardia aeroportuale ci direbbe infatti che, appena vede un passaporto nero tra le mani di un passeggero in avvicinamento, si prepara a lungaggini, in quanto i documenti neri sono spesso emessi da Stati “problematici” e con molte restrizioni ai viaggi, come lo Yemen, l’Uganda, la Repubblica Democratica del Congo e la Siria. Fa eccezione in questo “club del nero” lo Stato con uno dei passaporti più “graditi”, la Nuova Zelanda, dove il nero è colore nazionale (pensate per esempio alla nazionale neozelandese di rugby, i cui giocatori sono soprannominati gli “All Blacks”).