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Quando i libri scolastici fanno la storia

Ragazzine palestinesi studiano su un libro di testo. Fonte: www.washingtonpost.com

In un curioso cortocircuito del sapere, i libri di storia e geografia usati in alcuni Paesi hanno un ruolo attivo negli eventi storici e nei dibattiti politici e culturali che dovrebbero solamente descrivere.  

I libri di testo destinati alle scuole dovrebbero essere l’incarnazione dell’obiettività espositiva, comunicando agli allievi informazioni e conoscenze nel modo più imparziale possibile, e riflettendo il totale del sapere accumulato da una società e una cultura su un dato argomento. In realtà, come ben sanno i filosofi e gli esperti di comunicazione, è impossibile comunicare una qualsiasi informazione o conoscenza senza renderla soggetta, volontariamente o meno, a un’interpretazione, che riflette le opinioni o la cultura di chi produce il contenuto, oppure è dovuta alla struttura stessa e alle limitazioni del linguaggio usato per comunicare. Nel caso specifico dei libri di testo, queste interpretazioni sono spesso volte soltanto a semplificare e rendere più facile l’apprendimento di un concetto da parte degli studenti, ma in altre occasioni sono espressione di fenomeni molto più complessi, e mettono a nudo dibattiti e contrapposizioni scientifiche, culturali e politiche che hanno diviso persone, Stati e culture per decenni o addirittura secoli. Pensiamo al dibattito sull’insegnamento della teoria dell’evoluzione di Darwin nelle scuole statunitensi, che porta regolarmente nelle aule di tribunale e nelle stanze della politica americana questioni che attengono alla sfera della libertà individuale e religiosa, e al dovere della società di impartire alle giovani generazioni conoscenze considerate, in quel determinato momento storico e in quella cultura, quanto di più si avvicina alla realtà delle cose.

Il quadro si complica ulteriormente nel caso di materie di insegnamento come la storia e le geografia: qui il paradosso dell’interpretazione rende spesso i libri di testo un’espressione della visione che una società ha del mondo e di se stessa, o che vorrebbe imporre ai propri giovani membri. Leggere un testo di storia prodotto in una determinata epoca comunica spesso, a chi sa leggere tra le righe, più informazioni sul periodo storico e sulla società nell’ambito del quale il libro è stato scritto piuttosto che sull’effettivo argomento trattato dal volume. In alcune situazioni estreme, poi, i libri di testo compaiono prepotentemente sulla stessa scena che dovrebbero descrivere, diventando essi stessi oggetto di dibattito storico, culturale e politico, in una sorta di cortocircuito conoscitivo e interpretativo. È il caso della polemica sui libri di testo usati nelle scuole israeliane e palestinesi, accusati dalle rispettive controparti di instillare nelle giovani generazioni una visione deformata delle vicende che hanno portato alla formazione dello Stato di Israele, e di proporre una ritratto dei rispettivi popoli viziato e pieno di stereotipi. È solo di qualche settimana fa, per esempio, la notizia che le autorità politiche della Striscia di Gaza, espressione del movimento palestinese Hamas, hanno sostituito i libri di testo utilizzati negli istituti scolastici sotto il loro controllo con edizioni che, con esplicito intento propagandistico, dipingono gli israeliani come invasori senza alcun diritto a stabilirsi in Palestina, omettendo inoltre qualsiasi riferimento storico ai colloqui e accordi di pace firmati tra israeliani a palestinesi negli scorsi decenni, come gli Accordi di Oslo del 1993. Gli israeliani non vengono mai indicati con questo termine, ma sono chiamati spregiativamente “sionisti”, e le sezioni di geografia dipingono la Palestina come un Stato che va ininterrottamente dalla Cisgiordania a Mar Mediterraneo, considerando quindi i territori del Stato di Israele terre palestinesi solo momentaneamente occupate. Da parte loro, i libri di testo israeliani, tanto quelli usati nelle scuole religiose quanto quelli prodotti per le scuole laiche e statali, ritraggono gli arabi, seppure con qualche differenza, come nemici che circondano la Terra di Israele legittimamente reclamata dagli ebrei, sempre pronti a complottare per rovesciare lo Stato ebraico. La parola “palestinesi” non compare quasi mai, se non in rari casi, quando è accompagnata dal termine “terroristi”.

Una carta geografica, riprodotta in un libro di testo palestinese, che non riporta l'esistenza dello Stato di Israele: Fonte: www.zioneocon.blogspot.it

Per diversi anni israeliani e palestinesi si sono accusati reciprocamente di alterare i libri di testo usati nelle rispettive scuole per scopi di propaganda e per instillare nelle menti dei ragazzi l’odio reciproco, ma fino a poco tempo fa le argomentazioni degli uni e degli altri erano vaghe o citavano esempi isolati. All’inizio del 2013, però, è stato pubblicato un vasto studio scientifico sui libri scolastici israeliani e palestinesi, commissionato dal Council for Religious Institutions in the Holy Land (Consiglio delle istituzioni religiose in Terrasanta), un’organizzazione non governativa per i dialogo interreligioso che riunisce esponenti della comunità ebraica, musulmana e cristiana in Medio Oriente. Lo studio, intitolato Victims of Our Own Narratives? Portrayal of the 'Other' in Israeli and Palestinian School Books (Vittime delle nostre stesse narrazioni? Ritratto dell’“altro” nei libri di testo israeliani e palestinesi), è stato finanziato del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti, e condotto da esperti dell’università di Yale. Nel corso di quattro anni sono stati esaminati in tutti i loro elementi (testi, illustrazioni e carte geografiche) 370 libri scolastici israeliani e 102 palestinesi, usati nelle scuole di ogni ordine e grado. Il risultato è che, effettivamente, tanto i libri israeliani quanto quelli palestinesi sono, in maggioranza, profondamente viziati per quanto riguarda la storia del conflitto in Medio Oriente e per il ritratto che forniscono gli uni degli altri. La sorpresa è stata però la costatazione che i riferimenti apertamente ostili e quelli volti a deumanizzare e demonizzare l’avversario sono relativamente rari, tanto nei libri israeliani quanto in quelli palestinesi. L’arma più frequentemente usata è invece la reciproca indifferenza: per esempio, nelle carte geografiche che accompagnano i testi di geografia e storia, solo il 4% dei libri palestinesi riporta i confini tra i territori palestinesi e quelli israeliani, e nella maggioranza dei casi il nome “Israele” non è nemmeno riportato. Solo un po’ meglio fanno i libri israeliani, il 24% dei quali riporta l’esistenza dei Territori Palestinesi e i loro confini con Israele, mentre per i restanti lo Stato israeliano è unito dal Mediterraneo alla Cisgiordania. Uno dei professori di Yale che hanno condotto la ricerca ha commentato che questi vizi nelle carte geografiche “sono quasi comici. Il concetto alla base delle mappe è quello di rappresentare la realtà, mentre qui si rappresenta la fantasia”.

Una carta geografica israeliana che non riporta i confini dei territori palestinesi. Fonte: www.muzzlewatch.com

Le autorità israeliane e palestinesi hanno accolto i risultati dello studio con reazioni opposte. Mentre i palestinesi hanno esultato, sostenendo che lo studio dimostra definitivamente l’infondatezza delle accuse israeliane rivolte a loro di fomentare l’antisemitismo attraverso le scuola, gli esponenti dello Stato ebraico hanno duramente criticato lo studio, sostenendo che non è possibile mettere sullo stesso piano il sistema educativo israeliano e quello palestinese, e che è ridicolo affermare che i libri di testo israeliani sono viziati al pari di quelli della controparte. Al di là delle reazioni politiche, è evidente che una pace duratura tra israeliani e palestinesi non si raggiungerà fintanto che la maggioranza delle rispettive popolazioni non imparerà a riconoscere e a accettare il diritto di entrambi alla pacifica coesistenza. E questo obiettivo deve essere raggiunto anche, in gran parte, sui banchi di scuola.