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Quando il GPS uccide

I navigatori satellitari hanno rivoluzionato il nostro modo di rapportarci con lo spazio che ci circonda e salvato innumerevoli vite. Ma possono rivelarsi assai pericolosi, o addirittura mortali, per chi si affida ciecamente alla loro tecnologia.

Qui a GEOblog abbiamo già avuto più volte occasione di parlare del GPS (Global Positioning System, sistema di posizionamento globale), la rete di satelliti statunitense che permette, a chiunque sia dotato di un semplice ricevitore, di conoscere in ogni momento la propria posizione sulla superfice terreste con un errore di pochi metri. Certamente non potevamo non occuparcene, dal momento che la tecnologia GPS ha rivoluzionato il rapporto che milioni di persone hanno con lo spazio e l’ambiente che li circonda. Ma non solo, la tecnologia GPS ha salvato letteralmente innumerevoli vite, permettendo ai viaggiatori in difficoltà, in terra cielo e mare, di ritrovare la strada perduta o comunicare con grande precisione la propria posizione ai soccorsi in caso di incidenti o altre emergenze. Tuttavia, come tutte le tecnologie, il GPS non è intrinsecamente “buono” o “cattivo” e può essere usato tanto per salvare vite quanto per toglierne. Abbiamo già parlato dell’origine militare della tecnologia GPS: i satelliti che compongono la sua rete sono stati infatti progettati e messi in orbita dal Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti per consentire alle truppe e ai mezzi militari americani di conoscere con precisione la propria posizione sul campo di battaglia. Oggi i ricevitori GPS sono una componente fondamentale di alcune delle armi più sofisticate mai prodotte dall’uomo, dal sistema di navigazione dei droni, gli aerei senza pilota che conducono missioni di ricognizione e attacco in varie teatri del mondo, compresa la lotta all’ISIS in Medio Oriente, al sistema di guida dei missili cruise, lanciati da navi e sottomarini e in grado di colpire con uno scarto di pochi metri obiettivi a centinaia di chilometri di distanza.

Un missile da crociera Tomahawk, dotato di un sofisticato sistema di guida basato sul GPS, appena lanciato da un sottomarino americano. Fonte: www.wallconvert.com

Il GPS non rappresenta tuttavia un pericolo solo per chi si ritrova malauguratamente a essere un bersaglio di queste avveniristiche armi, ma anche un uso poco attento dei comunissimi navigatori satellitari presenti su gran parte delle automobili può avere conseguenze disastrose. La convinzione di gran parte delle persone è che i navigatori satellitari non siano solo in grado di comunicarci con estrema precisione la posizione in cui ci troviamo, ma anche di guidarci infallibilmente da un punto all’altro, proponendoci il percorso più veloce e semplice per giungere a destinazione. Nella maggior parte dei casi è così, ma in altre occasioni una fede così cieca nella tecnologia può risultare in clamorosi incidenti. Spesso infatti non si coglie che il segnale GPS è sì infallibile nel dirci dove siamo, ma le mappe caricate sui nostri ricevitori e usate per guidarci da un punto all’altro sono sempre frutto del lavoro dell’uomo e quindi soggette a errori, per non parlare del fatto che spesso non sono aggiornate e non riflettono i cambiamenti avvenuti nel frattempo sul territorio.

L'auto dei tre turisti giapponesi rimasti impantanati su una spiaggia australiana nel tentativo di raggiungere un'isola. Fonte: www.dailymail.co.uk

Lo sanno bene i tre turisti giapponesi in vacanza in Australia che nel 2012, a bordo di un’auto a noleggio dotata di GPS, si sono gettati nell’Oceano Pacifico cercando di raggiungere dalla terraferma la vicina isola di North Stradbroke, nei pressi di Brisbane. Impantanatisi nel fondale sabbioso, sono riusciti ad abbandonare l’auto prima che il veicolo venisse sommerso dalle acque dell’alta marea. Con i soccorritori giunti sul posto, alla domanda su come non si fossero accorti che tra la loro destinazione e il punto in cui si trovavano ci fosse un braccio di mare, i tre si sono giustificati dicendo di aver seguito le indicazioni del GPS, al quale evidentemente non risultava che North Stradbroke fosse un’isola! Meno fortunata è stata una coppia di coniugi che lo scorso aprile, a East Chicago nell’Indiana, Stati Uniti, è precipitata con la propria auto dalla rampa di un ponte chiuso al traffico dal 2009 e in corso di demolizione. L’auto ha preso fuoco uccidendo la moglie. Dalle successive indagini è emerso che il marito, che era alla guida, stava seguendo fedelmente il percorso suggerito dal navigatore satellitare, le cui mappe non erano evidentemente aggiornate e riportavano che il ponte era ancora aperto.

Una delle tante vignette che prendono in giro l'eccessiva fiducia dei guidatori nei loro navigatori satellitari. Fonte: www.usagold.com

Spesso inoltre ci si dimentica che, anche quando sono perfettamente accurate e aggiornate, tutte le mappe, comprese quelle dei navigatori satellitari, sono solo una rappresentazione approssimata e convenzionale di un territorio; non riproducono mai fedelmente le reali condizioni di un percorso e devono essere sempre integrate dalla nostra conoscenza personale, o almeno da ciò che vedono i nostri occhi quando siamo in viaggio. Nell’Europa Occidentale, e in altre regioni altamente urbanizzate, interpretare male una carta o un percorso suggerito dal navigatore risulta nella maggior parte dei casi in un semplice contrattempo che ci farà giungere a destinazione in ritardo, ma in altre parti del mondo una svista del genere può essere assai pericolosa. In Nordamerica, per esempio, aree altamente urbanizzate e molto trafficate, come le due coste degli Stati Uniti o le grandi conurbazioni canadesi, sono spesso separate da vaste zone selvagge, quasi prive di abitanti e spesso senza copertura telefonica cellulare. Scegliere il percorso giusto attraverso queste aree può fare veramente la differenza tra la vita e la morte. Le cronache statunitensi e canadesi si riempiono, ogni inverno, di notizie relative a comunissimi viaggiatori che, ingannati dal “percorso più breve” suggerito dal navigatore satellitare della loro auto, imboccano pericolosissime scorciatoie, strade di montagna che corrono a fianco di crepacci o che di inverno sono chiuse al traffico perché coperte da metri di neve. La maggior parte delle mappe dei navigatori non tiene infatti conto delle condizioni meteo e stagionali: la neve fuori dall’auto cresce ma il GPS continua a indicare che la strada davanti è perfettamente percorribile, e quando finalmente ci si arrende a ciò che vedono i propri occhi e si ha la presenza di spirito di fermare l’auto e tornare indietro, è quasi sempre troppo tardi. L’auto è bloccata da cumuli di neve, la strada è deserta, il cellulare non prende e i centri abitati più vicini sono a decine di chilometri di distanza. Gli occupanti dell’auto si ritrovano a dover scegliere se rimanere nell’abitacolo, relativamente al caldo, in attesa di soccorsi che potrebbero non arrivare mai, oppure se scendere e affrontare una marcia di svariati chilometri in mezzo alla neve e al gelo nel tentativo di trovare aiuto. Sono casi assai più frequenti di quanto si possa immaginare: molte persone vengono salvate dopo giorni, stremate, altre invece non ce la fanno e muoiono di freddo o addirittura di fame o di sete, e i loro corpi vengono ritrovati dopo settimane dalla scomparsa.

Un rassicurante panorama della Valle della Morte negli Stati Uniti. Luogo suggestivo, ma certamente non quello ideale in cui ritrovarsi con l'auto in panne. Fonte: www.timbisha.com

Ma il freddo e la neve non sono gli unici nemici di chi si affida troppo al GPS. Alcuni dei sistemi di mappe di cui sono dotati i navigatori satellitari continuano per esempio a proporre, per raggiungere alcuni centri urbani degli Stati Uniti, percorsi che passano attraverso la famigerata Valle della Morte, nel deserto del Mojave tra California e Nevada. Qui d’estate le temperature superano i 50° e le strade possono correre per centinaia di chilometri senza mai incrociare un centro abitato, una stazione di servizio o una fonte d’acqua. Non ci si avventura in questo ambiente senza una scorta adeguata di carburante e soprattutto di acqua, per tenersi idratati ma anche per alimentare costantemente i radiatori delle auto, i cui motori rischiano letteralmente di fondersi per il caldo. Eppure ogni anno le cronache americane danno notizia di tranquille famigliole che, per raggiungere destinazioni turistiche come Las Vegas o Disneyland, finiscono dispersi nell’inferno di sabbia della Death Valley. Gli incidenti sono talmente aumentati negli ultimi anni da spingere l’amministrazione del Death Valley National Park a mettere sulle strade d’ingresso al parco dei cartelli che avvisano i viaggiatori di non fidarsi esclusivamente dei propri navigatori satellitari per muoversi all’interno dell’area protetta, ma di munirsi di una mappa cartacea aggiornata e di pianificare accuratamente il percorso prima di mettersi in viaggio. Una raccomandazione ribadita anche sul sito dell’ente. È solo di alcune settimane fa poi la notizia di un’anziana brasiliana che, guidata inconsapevolmente dal navigatore della propria auto attraverso una pericolosa favela di Rio de Janeiro, è stata rapinata e uccisa dai membri della spietata banda di criminali che detta legge in quel quartiere. Gli ostacoli stradali e le intemperie non sono quindi i soli pericoli che può incontrare chi si fida troppo del proprio navigatore satellitare.

Può sembrare incredibile che un guidatore precipiti da un ponte o finisca sommerso da metri di neve solo perché lo indica il navigatore. Possibile che non si sia accorto del pericolo con i propri occhi? In realtà è possibile, e la causa di questi comportamenti apparentemente assurdi va ricercata nelle modalità fondamentali con cui funziona la mente umana. Da una parte c’è la diffusa tendenza a fidarsi ciecamente della tecnologia, una variante del classico argomento dell’autorità. Se un team di scienziati è riuscito a progettare e costruire uno strumento apparentemente miracoloso come un navigatore satellitare, chi sono io per mettere in dubbio il suo corretto funzionamento? Senza contare che molti sono propensi istintivamente a prestare fede a qualunque cosa venga proiettato su uno schermo, credendo alle misteriose autorità responsabili della trasmissione delle immagini. La classica esclamazione “È vero, lo ha detto anche la televisione!” è ormai diventata un luogo comune, ma rende ancora perfettamente il senso di tale meccanismo. C’è poi un altro fattore da considerare: la mente umana non è predisposta a seguire contemporaneamente due diverse rappresentazioni dello stesso spazio, nella fattispecie quella indicata dalla mappa del navigatore e quella che i nostri occhi vedono aldilà dei finestrini. Il cervello dell’uomo si è evoluto ben prima che la tecnologia ci mettesse a disposizione queste rappresentazioni alternative. È una questione di economia di funzionamento della nostra mente. Si crede quindi, tendenzialmente, più al navigatore o più alla strada, tendendo a sottovalutare gli eventuali segnali contrastanti che ci giungono dalla rappresentazione “secondaria”, siano essi un burrone, una tempesta di neve o un gruppo di loschi figuri armati.