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Ragazzo scopre città maya con Google Earth? Andiamoci piano

Secondo i media un quindicenne canadese avrebbe individuato una città perduta grazie a una teoria che collega la posizione degli insediamenti maya alle costellazioni. Ma è veramente così?

La notizia è di ieri e in poco tempo ha fatto il giro del mondo, comparendo sulle prime pagine di giornali e siti internet, comprese le homepage di testate italiane come La Stampa e Repubblica. Ecco la notizia come riportata dai media: il quindicenne canadese William Gadoury, della regione del Quebec, avrebbe scoperto un’antica città maya sotto le dense foreste della penisola della Yucatan in Messico. E questo straordinario ritrovamento il ragazzino lo avrebbe compiuto non uscendo nemmeno di casa, ma limitandosi a consultare libri e, soprattutto, le immagini satellitari come quelle del popolare programma Google Earth. La storia così come è raccontata è assai stuzzicante e aveva tutte le carte in regola per diventare virale e trasformarsi in una macchina attira click – e introiti pubblicitari – per i siti che la rilanciavano. E infatti pochi se la sono fatta scappare, corredandola di titoli ad effetto: per La Stampa, per esempio, l’intuizione di William “incanta astronomi e archeologi”, mentre e secondo Repubblica il giovane sarebbe stato addirittura premiato dalla NASA per la sua scoperta. Gli ingredienti per una storia edificante ci sono tutti: il ragazzino che realizza il sogno di diventare Indiana Jones, lo stupore e il riconoscimento della comunità scientifica, la conferma che qualunque appassionato, con le moderne tecnologie, può fare importanti scoperte e diventare famoso senza neanche alzarsi dal divano. Andando a leggere un po’ più a fondo gli articoli e dando un’occhiata a siti e blog più specializzati, però, emerge che le cose non stanno esattamente così, e che gli stessi scienziati che avrebbero esaltato il genio di William prendono la notizia con estrema cautela, se non con aperto scetticismo.

Il giovane William Gadoury posa fiero alla presentazione della sua teoria sulle città Maya. Fonte: www.repubblica.it

Ma non anticipiamo i tempi e vediamo la teoria grazie a cui il nostro archeologo in erba avrebbe fatto la sua scoperta. Appassionato di astronomia e archeologia fin dalla tenera età di 10 anni, William ha cominciato a interessarsi alla civiltà maya sull’onda della sensazione mediatica causata dalla presunta profezia che avrebbe predetto la fine del mondo per il 21 dicembre 2012. Consultando libri sull’astronomia precolombiana e mappe degli insediamenti maya dell’America Centrale, William si sarebbe accorto che la posizione reciproca delle più importanti città maya corrispondeva a quelle delle stelle delle 23 costellazioni in cui i maya avevano diviso il cielo a loro conosciuto. Convinto che gli antichi fondatori delle città avessero scelto deliberatamente questa configurazione per rispecchiare la volta celeste e stabilire così un ponte tra terra e cielo, William si è accorto anche che a uno dei gruppi di città che egli aveva individuato, e che secondo lui rispecchiava la costellazione equivalente alla nostra Orione, “mancava” un insediamento che avrebbe dovuto invece corrispondere a una stella. Il nostro Indiana Jones in erba non aveva però i mezzi per sapere se la città mancante non esisteva oppure se non era ancora stata scoperta e giaceva indisturbata da secoli sotto la fitta jungla messicana. E qui, come in tutte le storie d’avventura che si rispettino, il caso, o il destino, ci mette lo zampino. William vince un concorso e viene invitato a presentare la sua teoria e una fiera delle scienze, alla quale partecipa con uno stand divulgativo anche l’Agenzia Spaziale Canadese. Gli scienziati si incuriosiscono e decidono di aiutare William, puntando momentaneamente il loro satellite RADARSAT-2, che normalmente è usato per mappare la formazione di banchi di ghiaccio sulle rotte delle navi mercantili canadesi, sulla remota parte dello Yucatan in cui William sostiene ci sia la città perduta.

Il satellite canadese per l’osservazione del suolo RADARSAT-2, lanciato nel 2007. Fonte: www.nik.com.tr

Il satellite canadese possiede un sofisticato radar interferometrico ad apertura sintetica, o InSAR, uno strumento di cui avevamo già parlato proprio in relazione all’utilizzo dei satelliti artificiali per lo studio del territorio. E guarda caso avevamo fatto proprio l’esempio dell’utilità che questi strumenti possono avere per l’archeologia, in quanto sono in grado di scovare strutture artificiali nascoste sotto la sabbia o un denso manto di foresta. E avevamo anche citato i casi di decine di insediamenti precolombiani scoperti nell’America Centrale grazie alle immagini satellitari. Ebbene, le immagini riprese da RADARSAT-2 sembrano mostrare una struttura artificiale proprio nel punto predetto da William. Forse addirittura una piramide, si azzarda a dichiarare Armand Laroque, geologo dell’Università di New Brunswick. Qui l’Agenzia Spaziale Canadese sembra fiutare il potenziale pubblicitario della notizia e la rilancia, complimentandosi con il giovane scopritore e aiutandolo a presentare la sua teoria in una serie di conferenze scientifiche in programma nei prossimi mesi.

L’immagine satellitare che mostra, nel cerchio, la presunta struttura maya che proverebbe la teoria di William Gadoury. Fonte: www.i.cbc.ca

Ed è a questo punto che la notizia comincia lentamente a sgonfiarsi. Quella che era stata annunciata come una piramide maya, o addirittura un’intera città perduta, si scopre essere per ora soltanto una macchia indistinta su un’immagine satellitare ricavata da un radar. In realtà nessuno è ancora andato a indagare di persona sul posto per accertarsi che ci siano veramente delle rovine, e secondo molti studiosi quella forma quadrangolare che richiama quella di una piramide potrebbe essere con maggior probabilità soltanto il contorno di un campo abbandonato. E le critiche arrivano a colpire anche stessa teoria del giovane archeologo. Anche se ci fosse veramente un’antica struttura o città maya nel punto predetto da William, questo non prova certo che sia in quella posizione proprio per riflettere la stella di un’antica costellazione. La civiltà maya aveva una rete urbana assai sviluppata, e tutta l’America Centrale è costellata da centinaia di grandi e piccoli insediamenti, tanto che ogni anno, grazie anche alle nuove tecnologie satellitari, se ne scoprono decine di nuovi. Il fatto che ce ne possa essere uno proprio in quel punto potrebbe essere un caso. Archeologi e studiosi di statistica inoltre conoscono bene il pericolo di cercare di collegare gruppi di siti in posizioni apparentemente casuali per farli corrispondere a forme note. È sempre in agguato il fenomeno della pareidolia, la tendenza della mente umana a cercare forme regolari in configurazioni naturali o casuali, come le nuvole ci ricordano a volte figure di persone e animali. In realtà, dato un numero sufficiente di punti, come quelli corrispondenti agli insediamenti maya dell’America Centrale, si potrebbe collegarli tra loro per creare qualsiasi forma vogliamo. William avrebbe probabilmente avuto successo anche se avesse cercato di unire le posizioni delle città maya per formare le figure stilizzate dei personaggi dei Muppets, invece che antiche costellazioni. E per giunta ci sono dubbi anche sulle fonti disponibili per la nostra conoscenza delle costellazioni riconosciute dai maya. Le testimonianze giunte fino a noi, antichi manoscritti, bassorilievi e dipinti murali, non sono concordi sul numero e la forma delle costellazioni maya. Le differenze sono notevoli, ed è proprio una coincidenza incredibile che i gruppi di città individuati da William corrispondano proprio alle costellazioni mostrate nel libro che il ragazzino aveva in casa! Tutti questi documenti giunti fino a noi risalgono poi al periodo postclassico della civiltà maya, dopo il 1000 d.C., mentre la maggior parte delle città maya furono fondate nel periodo preclassico, secoli prima. Nulla ci conferma che le costellazioni riconosciute dai maya in quel lontano periodo fossero le stesse di cui abbiamo notizia noi.

Il Codice di Madrid è la nostra principale fonte sulle concezioni astronomiche dei maya. Fonte: www.latinamericanstudies.org

Lasciamo quindi a William il suo momento di gloria e auguriamogli una brillante futura carriera archeologica, ma non crediamo ciecamente a tutti gli annunci di strabilianti scoperte che compaiono ogni giorno sulla stampa generalista. Sebbene l’archeoastronomia, lo studio delle conoscenze astronomiche degli antichi e della possibile valenza astronomica di siti o monumenti, sia oggi una disciplina accademica riconosciuta, gli studiosi sono sempre cauti nell’accettare teorie su possibili allineamenti di città e strutture architettoniche con stelle e fenomeni astronomici. Questo perché, nel corso dei secoli, questo campo ha attirato l’attenzione di una miriade di eccentrici personaggi, che in merito hanno proposto le teorie più strampalate. Ma di questo parleremo prossimamente.