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Renne radioattive e altre conseguenze di Chernobyl

A trent’anni dalla devastante esplosione nella centrale nucleare ucraina, gli effetti del disastro si fanno ancora sentire, tanto nei dintorni quanto in Paesi lontani.

In questi giorni tutti i mezzi di informazione stanno dedicando ampio spazio al trentesimo anniversario del disastro avvenuto alla centrale nucleare di Chernobyl in Ucraina (allora parte dell’Unione Sovietica), il più grave incidente nucleare mai avvenuto. Giornali e siti Internet hanno ricostruito in dettaglio, e meglio di quanto potremmo fare noi qui, le fasi e le circostanze che portarono all’incidente. Riassumendo, il 26 aprile 1986 gli ingegneri della centrale, situata nell’Ucraina Settentrionale al confine con la Russia, iniziarono un esperimento programmato per testare i meccanismi di sicurezza del reattore numero 4. Una tragica combinazione di errori umani, noncuranza delle norme di sicurezza e difetti di progettazione portarono al surriscaldamento del reattore, alla fusione del nocciolo e a una forte esplosione, che scoperchiò il reattore e provocò un’ingente fuoriuscita di materiale radioattivo. Benché l’esplosione non fosse di natura nucleare come quella che avviene nelle bombe atomiche, si calcola che la quantità di radiazioni emessa dal reattore durante lo scoppio e il successivo incendio sia stata superiore di 100 volte a quelle delle due bombe di Hiroshima e Nagasaki messe insieme.

Un’installazione al Museo Nazionale di Chernobyl a Kiev, Ucraina. I cartelli stradali riportano i nomi di tutti quei paesi nelle vicinanze della centrale nucleare che non esistono più, in quanto la loro popolazione è stata evacuata permanentemente. Fonte: www.wikipedia.org

La autorità sovietiche ordinarono l’evacuazione della zona intorno alla centrale, in particolare il vicino centro di Pryp'jat' che ospitava i lavoratori della struttura e le loro famiglie, ma non informarono immediatamente i cittadini e i mezzi di informazione del reale pericolo causato dalle radiazioni. Furono evacuate in tutto oltre 100.000 persone, la maggior parte delle quali non avrebbe mai più rimesso piede nelle proprie case. Nel raggio di 30 km dalla centrale le autorità stabilirono una zona di esclusione, tutt’ora in vigore, dove è proibito l’accesso alle persone non autorizzate e senza un adeguato equipaggiamento protettivo contro le radiazioni. Le vittime certe riconosciute dai successivi rapporti governativi e internazionali furono 66, la maggior parte soccorritori che intervennero per spegnere l’incendio del reattore e rimettere parzialmente in sicurezza la centrale. Molti tra essi erano ben consapevoli del pericolo rappresentato dalle radiazioni e dell’inadeguatezza delle protezioni che avevano in dotazione, tuttavia decisero di sacrificarsi eroicamente, andando incontro a morte quasi certa, per contenere i danni del disastro. Tuttavia, l’ONU e altre agenzie internazionali stimano che migliaia di altre persone residenti nell’area del disastro morirono, e continuano a morire ogni anno, per malattie, tumori e leucemie, provocate dalle radiazioni.

Una mappa che riporta i picchi di radioattività registrati nei Paesi europei il 3 maggio del 1986, pochi giorni dopo l’incidente di Chernobyl. Fonte: www.faculty.virginia.edu

Le conseguenze del disastro furono tuttavia ancora più ampie e coinvolsero gran parte d’Europa. La nuvola radioattiva espulsa dalla centrale fu dispersa dal vento in tutte le direzioni, e nei giorni e settimane successive varie “nubi radioattive” raggiunsero quasi tutti i Paesi dell’Europa Orientale e Centrale, oltre che la Scandinavia. In molte aree il materiale radioattivo si depositò e contaminò il suolo. Le particelle radioattive contaminarono poi le piante che crescevano su quei terreni e si trasmisero agli animali che le mangiarono, entrando di fatto nella catena alimentare. Le agenzie per il monitoraggio dell’ambiente di vari Paesi europei, tra cui l’Italia, rilevarono l’aumento del livello di radiazioni nell’atmosfera e al suolo, e i rispettivi ministeri della sanità emanarono ordinanze che vietavano, per alcune settimane, il consumo dei cibi più a rischio di contaminazione, tra cui le verdure e il latte fresco. La gente precipitò in una vera e propria psicosi nucleare, rimanendo attaccata alla televisione in attesa che i meteorologi annunciassero il provvidenziale arrivo di correnti d’aria che avrebbero portato via la nube radioattiva e fatto tornare tutto alla normalità.  

Un branco di renne allevato dai Sami nelle foreste norvegesi. Fonte: www.s.w-x.co

Ma la normalità non è ancora pienamente tornata, a distanza di trent’anni, nelle aree su cui transitò la nube di sostanze radioattive espulse dalla centrale di Chernobyl. Alcuni elementi chimici radioattivi si trovano ancora nel suolo e le piante che vi crescono sono mangiate regolarmente dagli animali selvatici. L’elemento più diffuso e pericoloso è il cesio 137, un metallo radioattivo che è un sottoprodotto della reazione di fissione che avviene nelle centrali nucleari, e che ha un tempo di dimezzamento di circa 30 anni. Questo significa che probabilmente circa la metà del cesio 137, altamente tossico per gli organismi viventi, espulso durante l’esplosione del reattore di Chernobyl è ancora presente in natura e può provocare danni. Un caso emblematico di come la contaminazione radioattiva possa raggiungere luoghi e ambiti apparentemente lontanissimi è quello delle renne norvegesi. Questo animale tipico della Scandinavia si raduna in branchi e allo stato selvatico mangia prevalentemente funghi e licheni, due tra gli organismi che assorbono maggiormente il cesio 137 dal suolo. L’esame degli animali abbattuti ha rilevato negli organi di molti esemplari quantità trenta o quaranta volte superiori alla media di cesio 137, lo stesso che fu espulso da Chernobyl e che raggiunse in una nube radioattiva la Scandinavia esattamente trent’anni fa. La contaminazione delle renne rappresenta un grave problema per i Sami, impropriamente chiamati Lapponi, la popolazione seminomade di origine asiatica che abita nella parte settentrionale della Scandinavia e che da tempo immemorabile alleva le renne allo stato semibrado. Gli allevatori Sami da sempre fanno pascolare branchi di centinaia di renne nella tundra scandinava e ne ricavano latte, carne e pellicce. Ma le normative dell’Unione Europea impediscono la vendita di carne la cui radioattività supera una certa soglia (un certo livello di radioattività è normale in natura), e alcuni capi allevati dai Sami superano anche di 10 volte questo limite, risultando potenzialmente dannosi per chi ne consuma grandi quantità e per un lungo periodo. Per abbassare i livelli di radioattività gli allevatori sono stati costretti ad alimentare in parte le loro renne con il foraggio, ma questo e altri mangimi hanno un costo che ha fatto diminuire i loro già magri ricavi. Abituati a pascolare i loro animali in un ambiente incontaminato, i Sami si sono trovati a subire le conseguenze di un incidente avvenuto a migliaia di chilometri di distanza e il loro stile di vita tradizionale, già precario, è in pericolo.

Un manifesto di Legambiente che sfrutta la notizia dei cinghiali contaminati per la campagna contro l’energia nucleare. www.vitadamamma.com

Gli effetti del disastro di Chernobyl sulla fauna selvatica non si fanno sentire soltanto in Scandinavia. È di un paio di anni fa l’allarme lanciato dall’Istituto Zooprofilattico di Torino, che ha rivelato alti livelli di cesio 137 in oltre 100 carcasse di cinghiali abbattuti nel nord del Piemonte, in particolare in Valsesia. Anche non si pensa che ci siano rischi, almeno nel breve periodo, per la salute di chi ne consuma la carne, la notizia è stata ripresa dalla associazioni ambientaliste e pubblicizzata come un altro dei numerosi motivi per abbandonare definitivamente l’uso dell’energia nucleare, non solo in Italia ma in tutto il mondo.