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Schengen e i confini invisibili

La mostra di un fotografo italiano immortala le frontiere aperte tra i Paesi europei che hanno sottoscritto gli accordi sulla libera circolazione. Una libertà però minacciata dalle recenti crisi mondiali.

Sono passati ormai oltre vent’anni dall’entrata in vigore nel marzo del 1995, nei primi Paesi che li avevano sottoscritti, degli Accordi di Schengen sulla libera circolazione delle persone in Europa. I più giovani non si ricorderanno nemmeno com’era la situazione prima di quella data, quando le frontiere dei Paesi confinanti con l’Italia erano ancora controllati: le file di auto, le guardie di confine che controllavano i documenti, i permessi di soggiorno e di lavoro che si dovevano ottenere, maledicendo la burocrazia, per vivere solo anche per un breve periodo in un altro Stato europeo. E poi c’erano i confini fisici: reticolati e recinzioni che si estendevano per chilometri lungo la frontiera, e ogni strada che attraversava il confine era presidiata da posti di guardia che sembravano usciti da un film di guerra o di spionaggio, come il mitico Checkpoint Charlie che durante la Guerra Fredda regolava il passaggio tra le due Berlino separate dal Muro. Oggi tutto questo immaginario è solo un ricordo per i 26 Stati d’Europa che fanno parte dall’area Schengen, e i posti di guardia lungo i confini sono perlopiù abbandonati, edifici quasi pittoreschi accanto a cui i viaggiatori viaggiano senza quasi accorgersene.

Una carta dell'Europa con evidenziati gli Stati in cui sono in vigore gli accordi di Schengen. I pallini corrispondono ai punti dove il fotografo Valerio Vincenzo ha scattato le sue immagini. Fonte: www.valeriovincenzo.com

Gli accordi di Schengen sono considerati da molti, e a ragione, una delle più significative tappe nel lungo cammino verso l’integrazione europea e la cooperazione pacifica tra gli Stati d’Europa: dove solo cinquant’anni prima c’erano le linee del fronte della guerra più sanguinosa mai combattuta dall’umanità, oggi c’è solo un cartello, e a volte neppure quello, a segnare il confine tra Stati un tempo belligeranti. Il fotografo Valerio Vincenzo ha voluto immortalare questi confini ormai invisibili nel progetto fotografico Borderline. The Frontiers of Peace, in mostra fino al 30 settembre al quartier generale dell’UNESCO a Parigi. Nel corso di otto anni di lavoro Vincenzo ha visitato i 26 Paesi dell’area Schengen e i circa 16.500 chilometri di confini che li separano, fotografandone, con l’aiuto di un GPS, l’esatta linea di frontiera. E il confine, a testimonianza della straordinaria varietà dei paesaggi europei, può correre nei luoghi più impensati: un fiume o un lago, il crinale di una montagna o una fitta foresta, un placido borgo di campagna o un prato spoglio. A volte la frontiera è indicata, anche solo da un cartello o da una linea tracciata sul terreno, altre volte non c’è assolutamente nulla a segnalare al visitatore che si sta per entrare in un altro Stato. È la nuova quotidianità europea, quella delle “frontiere della pace” che Vincenzo vuole mettere in evidenza nel titolo della mostra.

Una sbarra abbandonata nel mezzo di una foresta è tutto ciò che segnala questo tratto di confine tra Austria e Repubblica Ceca. Fonte: www.valeriovincenzo.com

Nell’ultimo anno Vincenzo ha viaggiato tra i Balcani e la regione danubiana, scattando immagini lungo i confini tra gli Stati dell’area Schengen e quelli (che fanno già parte dell’Unione Europea oppure sono canditati all’ingresso) dove gli Accordi non sono ancora entrati in vigore: Slovenia, Croazia, Serbia, Ungheria e Romania. L’auspicio che Vincenzo vuole manifestare con quest’ultima serie di fotografie è che tali confini, tra gli ultimi sorvegliati del continente europeo, possano essere anch’essi presto dimenticati.

Un posto di guardia al confine tra Francia e Belgio, abbandonato dalla polizia dopo l’istituzione degli Accordi di Schengen, è diventato una pasticceria. Fonte: www.valeriovincenzo.com

Ma negli ultimi anni gli Accordi di Schengen e i principi hanno ispirato la loro istituzione sono minacciati dalla grave instabilità che ha colpito il Nordafrica e il Medio Oriente, le cui prime conseguenze si stanno facendo sentire ai confini dell’Europa, e in particolare proprio lungo quell’ultima frontiera dei Balcani immortalata recentemente da Valerio Vincenzo. I sommovimenti politici e le guerre civili che si stanno combattendo in Asia e in Africa, in particolare in Siria e Iraq, hanno provocato milioni di sfollati, profughi costretti a lasciare le proprie case per salvarsi la vita e sfuggire alla persecuzioni di regimi autoritari e spietate organizzazioni fondamentaliste, tra cui l’ISIS. Molti cercano la salvezza, e una vita migliore, in Europa, e la loro tragica marcia verso i confini dell’UE in cerca di asilo politico è da mesi uno degli argomenti più discussi dai mezzi di comunicazione, per cui non è necessario farne una panoramica qui. Quello che ci interessa è che l’emergenza rifugiati ha provocato un acceso dibattito tra i Paesi europei, i quali hanno spesso reagito in maniera scomposta e senza coordinazione. Alcuni Stati, come Repubblica Ceca, Croazia e Bulgaria, hanno addirittura mobilitato l’esercito e inviato truppe a sorvegliare i confini da cui passa il maggior numero di profughi. L’Ungheria ha invece completato la costruzione di una barriera di filo spinato al proprio confine con la Serbia, bloccando migliaia di immigrati alla frontiera. Abbiamo già visto come, nei secoli passati, muri e barriere si sono sempre dimostrati incapaci di tenere fuori i veri o presunti invasori che minacciavano le frontiere dello Stato che li aveva eretti. Il loro scopo era ed è perlopiù politico e psicologico, un modo, da parte dei governanti, di mostrare alla popolazione di stare facendo qualcosa per difendere il loro benessere e la loro identità; e la barriera ungherese spuntata negli ultimi mesi non fa eccezione.

Migranti si ammassano contro la barriera di filo spinato recentemente eretta dal governo ungherese al confine con la Serbia. Fonte: www.businessinsider.com

Nel vivace dibattito tra Paesi europei sull’accoglienza e sulle misure da prendere per affrontare l’emergenza rifugiati sono finiti sotto critica anche gli Accordi di Schengen. Alcuni Stati, tra cui Danimarca, Austria e Repubblica Ceca, hanno temporaneamente sospeso gli Accordi sul proprio territorio e ripristinato i controlli alle frontiere, arrivando anche a chiudere le strade e le linee ferroviarie provenienti dai Paesi dove stava transitando i maggior numero di migranti. La possibilità da parte di un Paese di sospendere la libera circolazione entro i propri confini è d’altra parte prevista dagli stessi Accordi di Schengen, purché sia temporanea e dovuta a una concreta necessità di tutela dell’ordine pubblico e difesa della sicurezza nazionale. Tuttavia queste sospensioni, assai rare in passato, si stanno facendo sempre più frequenti. Ma anche la stessa esistenza degli Accordi è stata messa in discussione da più parti: molti si chiedono se la pur nobile aspirazione ad abbattere le frontiere sia effettivamente applicabile nell’Europa degli ultimi anni, circondata da guerre civili e destinazione di esodi di massa. I Paesi europei si trovano di fronte a un bivio, e il rischio è che le immagini di confini abbattuti di Valerio Vincenzo si trasformino, da gioiosa celebrazione di una grande conquista di civiltà, a malinconico ricordo di un tempo passato.