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Sotto il segno della Sharia

Manal al-Sharif, l'attivista per i diritti delle donne arrestata in Arabia Saudita nel 2011 per aver guidato l'automobile. Fonte: www.content.time.com

La decisione del sultano del Brunei di adottare la legge tradizionale islamica, la Sharia, nel piccolo ma ricchissimo Stato asiatico ha suscitato preoccupazione tra i movimenti e gli attivisti per la difesa dei diritti umani.

Il grande pubblico lo conosce soprattutto perché è uno degli uomini più ricchi del mondo, con un patrimonio personale stimato intorno ai 20 miliardi di dollari, ma Hassanal Bolkiah (il cui nome completo è Sultan Haji Hassanal Bolkiah Mu'izzaddin Waddaulah ibni Al-Marhum Sultan Haji Omar Ali Saifuddien Sa'adul Khairi Waddien!), è un sovrano inflessibile che governa con un potere quasi assoluto il sultanato del Brunei, piccolo Stato posto sulla costa settentrionale del Borneo, nell’Arcipelago Indonesiano. Grazie ai giacimenti di petrolio e gas naturale presenti sul suo territorio, il Brunei è diventato uno dei Paesi più ricchi dell’Asia, e la sua popolazione gode di un altissimo reddito pro capite, il quinto nella classifica mondiale.

Il sultano del Brunei Hassanal Bolkiah. Fonte: www.royaltyinthenews.com

Gli abitanti del Brunei avranno beneficiato negli ultimi decenni di grandi progressi sul fronte della qualità della vita, ma la democrazia e il rispetto delle libertà individuali non sono tra questi. Nel Paese esiste una Costituzione, ma dal 1962, quando una rivolta antimonarchica fu soffocata dalle truppe coloniali inglesi che ancora erano acquartierate nella regione, il Brunei è soggetto alla legge marziale e il benevolo sultano regna con il pugno di ferro dal suo fiabesco palazzo con 1888 stanze e 290 bagni eretto alle porte della capitale Bandar Seri Begawan. Negli scorsi giorni il sovrano ha finalmente annunciato l’attuazione di un’importante “riforma” in cantiere ormai da diversi anni: l’introduzione della legge tradizionale islamica, la Sharia, come unico codice giuridico applicato nel Paese. Dal momento in cui il nuovo sistema entrerà in vigore, saranno introdotti reati come l’adulterio, punito con la lapidazione per le donne ritenute colpevoli, l’omosessualità, l’apostasia e la blasfemia, trasgressioni punite invece con la “semplice” esecuzione capitale (probabilmente per impiccagione). Saranno anche applicate punizioni come l’amputazione delle dita per i colpevoli di furto e la fustigazione pubblica per i reati minori. Con quello che vorrebbe forse sembrare un gesto di equanimità, il sultano ha annunciato che questa riforma riguarderà solo i cittadini di religione musulmana, cioè circa i due terzi dei 400000 abitanti del Paese, mentre gli altri saranno giudicati ancora con il vecchio sistema. Lungi dall’essere un gesto di tolleranza, questa discriminazione costituisce in realtà una grave violazione di uno dei principi fondamentali della democrazia, quello dell’uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge. La decisione del sovrano ha causato un'ondata di preoccupazione tra le associazioni per la difesa dei diritti umani in tutto il mondo.

Il faraonico palazzo del sultano del Brunei, considerato la residenza privata più grande del mondo. Fonte: www.3.bp.blogspot.com

Conosciuta soprattutto, presso i non musulmani, per queste punizioni primitive da “occhio per occhio, dente per dente”, la Sharia è in realtà un sistema giuridico molto antico e complesso, fondato su due pilastri: le parole del Corano, il libro sacro dell’Islam, e gli insegnamenti morali fatti risalire alle parole del profeta Maometto e tramandati oralmente, che costituiscono la Sunnah. La Sharia non è solo un insieme di norme religiose, ma un codice che regola ogni aspetto della vita del fedele islamico, dalla vita personale (nascita, matrimonio, divorzio, eredità ecc.) a quella lavorativa, fino a regolare la vita pubblica e a stabilire ciò che costituisce reato e le relative punizioni. L’applicazione della Sharia è però molto complessa e soggetta a un’infinità di interpretazioni: non si tratta infatti di un corpus di leggi scritte e immutabili, ma di un sistema di norme basato sulla consuetudine e l’autorità degli studiosi di diritto islamico, gli ulema, che agiscono da giudici pronunciandosi sui singoli casi ad essi sottoposti.
Non tutti i Paesi a maggioranza islamica adottano, totalmente o in parte, la Sharia come sistema legale. Tunisia e Turchia, per esempio, hanno codici giuridici di tipo occidentale che non hanno nulla a che fare con la legge tradizionale islamica. Altri, come l’Algeria, l’Egitto e molti Paesi del Corno d’Africa, adottano la Sharia solo per i casi riguardanti il diritto privato e famigliare, come le controversie relative a nascite, matrimoni, divorzi, affidamento di figli minori ecc. Altri Paesi ancora adottano invece la Sharia come unico sistema legale. Si tratta di quelli dove vige la più stretta osservanza islamica, basata sull’interpretazione letterale dei contenuti del Corano e della Sunnah: Arabia Saudita, Yemen, Iran, Afghanistan, Pakistan a alcuni altri. La rigida applicazione della Sharia è fonte di tensioni su diversi fronti: gran parte della comunità internazionale la condanna in quanto, in molti casi, le sue norme contrastano con i moderni principi di democrazia e tutela dei diritti umani. Dall’altra, l’adozione completa della Sharia in tutti i Paesi islamici è uno degli obiettivi principali dei gruppi fondamentalisti islamici, che in molti casi non esitano a ricorrere a forme di violenza, come la guerriglia e il terrorismo, per raggiungerlo.

Periodicamente compaiono sui giornali occidentali casi di interpretazioni estreme della Sharia nei Paesi islamici più radicali. Nel 2010 un uomo è stato decapitato in Arabia Saudita con l’accusa di stregoneria, ma sono state oltre 400 le esecuzioni pubbliche compiute nel Paese dal 2007 al 2012, principalmente per i reati di omicidio, stupro rapina e uso di droga, ma anche per adulterio e apostasia. Sono ormai note in tutto il mondo le severissime leggi che limitano la libertà personale delle donne in Arabia Saudita, da quella che impone di indossare il velo integrale che copre tutto il volto tranne gli occhi (il niqāb) al divieto di frequentare i locali pubblici se non accompagnati da un membro maschio della propria famiglia. Ma forse la proibizione più nota, e quella più osteggiata dalle stesse donne saudite, è quella che impedisce loro di prendere la patente e guidare l’automobile. È una norma particolarmente criticata perché, a detta dei suoi oppositori, non si basa su alcuna proibizione esplicita del Corano o della Sunnah (il che non sorprende, dato che a quel tempo le auto non esistevano), ma è stata emanata in seguito al pronunciamento di un gruppo di ulema. Proprio per ieri, sabato 26 ottobre, era stata indetta da un gruppo di attiviste saudite una “giornata per la guida delle donne”, in occasione della quale tutte le loro connazionali erano state invitate a prendere l’auto e ad andare in giro per il Paese in segno di protesta, postando poi i filmati della loro impresa sui siti Internet e i social network. Purtroppo la giornata non ha avuto molto successo e le donne saudite che hanno raccolto l’appello sono state solo una ventina. A trattenere il resto delle loro connazionali è stato forse il ricordo del caso di Manal al-Sharif, l’attivista per i diritti umani arrestata dalla polizia saudita nel 2011 per aver postato su YouTube un video che la ritrae mentre guida.