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Storie di uomini e donne “fuori dal mondo”

San Girolamo, uno dei più noti eremiti della tradizione cristiana, in un celebre dipinto di Caravaggio del 1605. Fonte www.wikipedia.org

Quella dell’eremita è stata da sempre una figura ambigua, vista con un misto di timore e fascinazione. Ma esistono eremiti contemporanei? 

L’uomo è un animale sociale, e fin dalla notte dei tempi si è organizzato in forme di vita comunitaria, dalle tribù di cacciatori-raccoglitori alle metropoli contemporanee. La mente dell’uomo soffre dell’assenza prolungata di contatti con i propri simili, e in molte culture ed epoche il bando e l’esilio, cioè l’essere estromessi dalla comunità e lasciati da soli all’“esterno”, in quelle che per gran parte delle storia umana erano terre selvagge e inospitali, erano considerati punizioni peggiori alla morte. Eppure, se la condizione del solitario e del “bandito” dalla comunità è stata associata ai criminali e agli emarginati, basti pensare alla vicenda biblica di Caino, il primo assassino, dall’altra la solitudine è stata, in certi casi, prerogativa di individui superiori, che estraniandosi dal “mondo” (nel senso dell’ambiente delle relazioni sociali) si sono posti per certi versi al di sopra di esso. La solitudine è da sempre considerata una condizione ideale per l’introspezione, cioè per l’esame del proprio animo, lontano dalle distrazioni e dal “rumore di fondo” prodotto dalla altre persone. Ma è anche una delle pratiche preferite dagli asceti e dagli “uomini santi” per elevarsi spiritualmente e per entrare in contatto con l’“altro” mondo, quello della divinità, dei morti e degli spiriti della natura. Pensiamo agli sciamani, che si isolavano per lunghi periodi in luoghi solitari e inospitali per comunicare con il proprio spirito-guida. Ma anche molte figure-chiave delle grandi religioni sono passate, secondo le rispettive tradizioni, attraverso la prova cruciale della meditazione solitaria, da Gesù, che passò quaranta giorni e quaranta notti nel deserto, a Buddha, che visse per anni nella foresta nutrendosi solo di un chicco di riso al giorno. Il “mondo”, cioè l’insieme di coloro che sono rimasti nella comunità, ha sempre considerato con un misto di timore, fascinazione e rispetto la figura di chi si isola volontariamente dal resto dei propri simili, tanto per la sua supposta vicinanza alle forze della natura e della divinità quanto per la forza d’animo fuori dal comune che sicuramente doveva possedere chi sceglieva di intrapredere una strada così onerosa.

La tradizione cristiana è ricca di saggi, santi e monaci che si isolano dal mondo per cercare un maggiore contatto con il divino, e per loro è stata coniata la parola “eremita”, dal greco “erēmitēs”, cioè “abitante del deserto”, il luogo solitario per eccellenza nella tradizione giudaico-cristiana. La figura dell’eremita ha giocato un ruolo importante nella cultura europea dei secoli passati, ispirando innumerevoli storie e opere dell’arte e della letteratura. Con l’avvento dell’età moderna è nata anche la figura dell’“eremita laico”, incarnata dal naufrago Robinson Crusoe, uscito dalla penna dello scrittore inglese Daniel Defoe. Sebbene Robinson si ritrovi isolato dal mondo non per motivi religiosi ma per un incidente, nondimeno vive una profonda trasformazione spirituale nel corso della sua avventura, e ritorna nel “mondo” come un uomo nuovo. Si tratta di motivo narrativo estremamente fortunato, ripreso nei secoli successivi da moltissimi romanzi e film di avventura. L’ultima storia di questo genere in ordine di tempo è quella narrata nella serie televisiva statunitense Arrow, in onda in questi mesi anche in Italia, che racconta le avventure del ricco e viziato rampollo di una potente famiglia di industriali che, dopo essere naufragato su un’isola deserta e dato per morto da tutti, riesce a tornare a casa dopo anni. Nella migliore tradizione delle storie americane di supereroi, il protagonista mette a frutto le proprie straordinarie capacita fisiche e di sopravvivenza, sviluppate nel corso della lunga permanenza sull’isola, al servizio della lotta contro il crimine.

Hiroo Onoda, soldato Giapponese, lascia per sempre le montagne filippine nelle quali rimase nascosto per quasi trent'anni dopo la fine della Seconda guerra mondiale. Fonte: www.bbc.co.uk

Ma, aldilà dei casi storici e dei personaggi letterari, esistono ancora oggi dei veri eremiti, persone che, per varie circostanze, vivono o sono vissuti per anni da soli e lontani dalla civiltà? Le cronache delle ultime settimane hanno portato all’attenzione del pubblico due storie apparentemente incredibili, una assi famosa e diventata per certi versi proverbiale, l’altra meno nota al grande pubblico. La prima è quella del soldato giapponese Hiroo Onoda, il quale, inviato in missione nel 1944, con un piccolo gruppo di commilitoni, nella foresta dell’isola di Lubang nelle Filippine, non credette alle notizie sulla fine della Seconda guerra mondiale e combatté per quasi trent’anni una guerriglia solitaria contro la popolazione locale, rimanendo nascosto tra le montagne dell’isola fino al 1974. Il gruppo di cui Onoda era comandante era inizialmente composto da quattro uomini, ma uno di loro si arrese nel 1949 e raccontò al mondo l’incredibile vicenda dei “soldati fantasma”. Negli anni successivi le autorità filippine e giapponesi cercarono di convincere Onoda e i suoi uomini a uscire allo scoperto, gettando da aeroplani, sulle foreste dove si nascondevano, migliaia di volantini in cui si annunciava che la guerra era finita, insieme a messaggi e foto dei loro famigliari che li aspettavano in Giappone. Ma Onoda e i suoi uomini avevano avuto dai loro superiori l’ordine tassativo di non arrendersi per nessun motivo, e credettero che le notizie sulla fine della guerra e i messaggi facessero parte di una campagna di guerra psicologica per convincerli con l’inganno a gettare le armi. Così il gruppo continuò a nascondersi, sopravvivendo rubando cibo alla popolazione locale. Nel 1954 uno dei soldati rimase ucciso durante uno scontro a fuoco con la polizia filippina, e l’ultimo compagno di Onoda subì la stessa sorte nel 1972. Onoda rimase dunque da solo per quasi due anni, fino a quando fu trovato dall’esploratore giapponese Norio Suzuki. I due fecero amicizia, ma Onoda ancora rifiutava di arrendersi e di ammettere che la guerra fosse finita. Suzuki tornò allora in Giappone e, con l’aiuto del governo, rintracciò il diretto superiore di Onoda ai tempi della guerra, il maggiore Yoshimi Taniguchi, e lo convinse a viaggiare fino a Lubang per dare personalmente ad Onoda, con trent’anni di ritardo, l’ordine di smobilitazione. Solo allora Onoda depose le armi e tornò in patria. Hiroo Onoda si è spento un paio di settimane fa, il 16 gennaio, all’età di 91 anni. Sebbene fosse stato accolto in Patria con tutti gli onori, divenendo una sorta di eroe nazionale, per lui non era stato facile ambientarsi in un Giappone rivoluzionato dalla fine della guerra e dal boom economico. L’imperatore non era più considerato una divinità, e gli ideale di onore e disciplina dei samurai non erano più appannaggio dei militari ma dei manager delle grandi aziende. Nel 1975 si era trasferito in Brasile, ma era tornato in Giappone negli anni Ottanta, dove aveva fondato una scuola di sopravvivenza per ragazzi e aveva scritto un’autobiografia, divenuta un best seller.

L'eremita siberiana Agafia Lykova, nata nel 1943, che vive dal 1988 in completa solitudine nella taiga siberiana. Fonte: www.siberiantimes.com

Il secondo caso tornato agli onori della cronaca negli ultimi giorni è quello della russa Agafia Lykova, una donna nata e vissuta in una capanna nel mezzo della taiga siberiana, a circa 250 km dalla città più vicina, dove tuttora risiede all’età di 71 anni. I suoi genitori appartenevano al movimento dei Vecchi credenti, una fazione tradizionalista della Chiesa ortodossa, e nel 1936 fuggirono in Siberia per scampare alle persecuzioni staliniste. Per i primi 35 anni della sua vita Agafia non incontrò persone che non fossero i genitori o i fratelli. Le uniche conoscenze che Agafia aveva del mondo esterno venivano dai racconti di suo padre e dalla lettura della Bibbia. La famiglia visse completamente isolata dal mondo per decenni, sopravvivendo grazie alla caccia, fino a quando non fu scoperta per caso da un gruppo di geologi che stavano facendo una ricerca nell’area. Scienziati e viaggiatori visitarono la famiglia negli anni successivi, scoprendo che i suoi membri, a causa del lungo isolamento, parlavano un dialetto russo talmente distorto da risultare quasi incomprensibile agli estranei. Negli anni Ottanta il viaggiatore e giornalista Vasiliy Peskov pubblicò alcuni articoli su Agafia e la sua famiglia, e lei divenne una piccola celebrità. Il governo sovietico si offrì di farle fare un giro della Russia a sue spese, e durante il viaggio Agafia vide per la prima volta dei cavalli e delle automobili, e assistette per la prima volta all’uso del denaro. Dalla morte del padre nel 1988, Agafia è la sola sopravvissuta della famiglia, e continua a risiedere nella casa in cui è nata in mezzo alla foresta siberiana, rifiutandosi di lasciare il suo isolamento nonostante le numerose offerte di accoglienza che le sono giunte da ogni parte del mondo. A dispetto della collocazione remota, Agafia riceve numerose visite durante l’anno da parte di viaggiatori, giornalisti e fotoreporter, che ricambiano la sua ospitalità aiutandola nei compiti ormai troppo pesanti per lei, data l’età avanzata, come raccogliere la legna per il fuoco in previsione del lungo inverno siberiano. Dotata di un’intelligenza fuori dal comune a detta di coloro che l’anno conosciuta, Agafia accende ancora il fuoco come le ha insegnato suo padre decenni fa, con acciarino e pietra focaia. Qualche settimana fa, Agafia ha dovuto finalmente ammettere il passare degli anni e, in una lettera a un giornale russo, ha lanciato un appello perché qualcuno vada con lei nella taiga, aiutandola nei compiti ormai per lei troppo gravosi, in modo da permetterle di rimanere nella casa dove ha sempre vissuto. Il 20 gennaio il fotografo Vladimir Nad ha risposto all’appello, annunciando che si trasferirà da Agafia per un anno, aiutandola e girando nel contempo un film documentario sulla sua vita. Almeno per un po’ di tempo, dunque, Agafia continuerà a vivere nell’unica casa che ha mai conosciuto.